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A tu per tu

A tu per tu con i soci ASSIF

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“A tu per tu con il socio ASSIF” 

Dietro ad ogni socio ASSIF, c’è un fundraiser con tante storie da raccontare e questa è la testimonianza di Monica Massolin, fundraiser per caso, che crede nell’importanza della comunicazione, della creatività e della…follia!

1. La professione di fundraiser, una scelta o un caso?

Sono diventata fundraiser per caso e, ovviamente come accade in queste situazioni, per necessità. Mi occupavo – e lo faccio tuttora – di comunicazione per un’associazione culturale che aveva la caratteristica di avere uno staff veramente ridotto. In un contesto così, tutti  sono chiamati a contribuire con le proprie skills alla progettazione, all’avvio e alla gestione dei progetti. Quindi anch’io ho iniziato a dare il mio contributo nella ricerca di fondi proprio perché occupavo un ruolo di contatto con i cosidetti stakeholders e perché venivo da anni di esperienza nelle PR. L’urgenza di fare fundraising era sempre stata lì, presente, ma non aveva un nome proprio: c’erano progetti da realizzare e la necessità di trovare gli strumenti per portarli a compimento. È passato il tempo, ormai molti anni, e abbiamo dato un nome a questa “cosa”. Fondamentale è stata la formazione specifica, il contatto con fundraiser più esperti e consapevoli di me e la grande curiosità di conoscere e sperimentare.

2. Quali sono secondo te le skills più richieste nella professione di fundraiser?

Per chi fa questo lavoro credo sia necessaria la capacità di vedere le relazioni tra le persone, le istituzioni e le cose. Bisogna saper guardare la realtà che ci circonda, non fermandosi al primo livello ma andando più in profondità, per vedere le interconnessioni esistenti tra le parti. Immaginatevi una grande ragnatela con numerosi epicentri. Uno di questi è l’organizzazione per cui lavorate, un altro siete voi, singola persona. Una volta individuate le linee di connessione è necessario saper costruirei valore tra i soggetti che stanno ai due estremi. Ritorno alla costruzione di immagini mentali: si tratta di creare un ponte che vada a sostituire il filo di ragnatela, facile da attraversare, comodo al passo, per permette l’incontro tra le persone al suo centro. Per costruire questo ponte poi servono ancora molte skills: attenzione e capacità di analisi degli stakeholders e dello scenario, essere buoni comunicatori che sanno declinare i linguaggi alle diverse situazioni, essere creativi e anche un po’ folli. E cosa ancora più importante, non fare mai tutto questo da soli; ci dobbiamo circondare di persone, teste, pensieri e di qualcuno con i piedi per terra che sappia gestire gli aspetti economici e organizzativi che ogni progetto ha.

3. Quando sei entrato in contatto con Assif per la prima volta e cosa vuol dire per te far parte dell’Associazione Italiana Fundraiser?

Sono entrata in Assif all’inizio del 2021. È passato un anno ma mi sento ancora nuova. Purtroppo il mio ingresso durante l’emergenza pandemica non mi ha permesso di vivere appieno questa esperienza perché ha cancellato molti incontri in presenza. Ma l’accoglienza è stata comunque calda. Ho trovato dei professionisti preparati dai quali ho cominciato a raccogliere più stimoli possibili. Ho trovato soprattutto persone splendide e di grande disponibilità. L’ingresso in associazione mi ha permesso di fare un vero salto in avanti nel viaggio professionale che sto facendo.

4. Che consigli daresti ad un giovane che vorrebbe intraprendere la carriera del fundraising?

Direi loro di non studiare solo come si fa a diventare un fundraiser, perché non lo si diventa imparando qualche tecnica per raccogliere fondi. Credo sia invece una predisposizione dell’animo (la metto sul poetico!) e una propensione all’apertura. Bisogna essere curiosi. Allora direi di attivare quella curiosità senza confini e limiti di pensiero. Di guardare ovunque e accogliere stimoli anche provenienti da luoghi e persone che sono lontanissime dal proprio mondo. Leggere qualunque cosa, dalle riviste di moda all’inserto di finanza, perché anche da lì possono nascere idee oppure si può trovare la notizia che rappresenta il tassello mancante al progetto in corso. Direi loro che è fondamentale attivare il pensiero laterale e non convenzionale. Nello scrivere mi viene in mente una breve frase del famoso discorso di Steve Jobs ai giovani che sintetizza in parte quello che voglio dire: “siate affamati, siate folli”.

5. Dove porteresti a cena un major donor?

Devo usare la parola che mi piace di più in questo contesto: dipende. Questa non è segno di insicurezza. È invece la consapevolezza che per ogni situazione c’è una risposta che non va bene per le altre. Quindi bisogna prima di tutto chiarire i propri obiettivi e poi capire chi hai di fronte, conoscere i suoi gusti, interessi, passioni e solo dopo aver raccolto più informazioni possibili puoi fare la prenotazione del tavolo. In ogni caso, le uniche due regole imprescindibili sono: un luogo dove si può parlare con tranquillità e dove la qualità del cibo sia incontestabile. Sono una buona forchetta e a questo non potrei rinunciare!

6. A causa dell’emergenza Coronavirus, abbiamo affrontato nuove sfide e grandi cambiamenti dal punto di vista professionale. Quali difficoltà hai riscontrato lavorando con le organizzazione del non profit e come hai affrontato questo periodo?

Come realtà culturale/museale questo periodo ha significato non poter accogliere visitatori, non attivare i nostri servizi didattici per lunghissimo tempo, avere relazioni più sporadiche e difficili con i nostri interlocutori istituzionali. I contatti con il pubblico e con gli stakeholders si sono ridotti all’osso e, nella maggior parte dei casi, relegati al solo ambito digitale. Ma questo ci ha permesso di fare un cambio di passo importante: da una parte abbiamo attivato nuovi canali di comunicazione e costruito nuovi format di veicolazione dei nostri contenuti, rafforzando anche delle partnership importanti con i media locali (TV e stampa); dall’altra abbiamo ampliato il nostro bacino di utenza territoriale uscendo dalla nostra area primaria e arrivando a toccare regioni lontanissime da noi. Abbiamo per esempio fatto dei laboratori didattici con bambini che abitano a 200km di distanza dalle nostre sedi (siamo in provincia di Parma) e delle visite virtuali dei percorsi museali che hanno coinvolto “spettatori” da tutta Italia.

7. Dì una cosa nel dialetto della tua regione a tutti i fundraiser?

Qui è difficile! Io amo le specificità e le culture territoriali e, di conseguenza, i dialetti, le lingue e le declinazioni locali. Ma non ho mai parlato il dialetto in famiglia perché mia madre voleva che imparassi a parlare “bene” l’italiano. Sono di origini venete (anche se lavoro da moltissimi anni a Parma) con genitori che parlano due dialetti diversi, se pur provenienti da territori vicini. E in Veneto, nel mio paese d’origine, quasi tutti parlavano prima dialetto, poi l’italiano. Ma io no. Quindi se provo a parlarlo purtroppo sembro una macchietta comica, sono come un attore di terz’ordine, non veneto ovviamente, che prova a recitare una commedia di Goldoni, mal riuscendoci.

Ci provo comunque, mi perdoneranno i miei conterranei, prendendo un vecchio proverbio: ’na parola in oreccia no val ‘na tecia. Ciò significa che una parola detta in un orecchio non ha valore, non vale nemmeno una pentola. Questo credo valga anche per un fundraiser: se noi diciamo parole senza valore, appena sussurate, perché abbiamo paura di farci sentire, non riusciremo mai a ottenere risultati significativi. Al massimo raccoglieremo l’equivalente del valore di una pentola.

 Monica Massolin

 

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