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A tu per tu

A tu per tu con i soci ASSIF

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“A tu per tu con il socio ASSIF” 

Dietro ad ogni socio ASSIF, c’è un fundraiser con tante storie da raccontare e questa è la testimonianza di Alfredo Bruno, direttore d’orchestra e fundraiser, alla ricerca di un modo per far convivere l’alto valore dei contenuti con nuove modalità di racconto, di relazione col pubblico, di divulgazione… di raccolta fondi!

“Gustav Mahler diceva che una sinfonia è come il mondo: deve contenere di tutto; per questo sono alla ricerca di ogni esperienza possa essere stimolante per la mia vita dentro e fuori la musica.”

1. La professione di fundraiser, una scelta o un caso?

Il caso e la necessità! Una necessità perché sono un musicista col sogno di realizzare un’orchestra giovanile nella mia regione, l’Abruzzo. Così, fin dal primo giorno in cui ho cominciato ad abbozzare il progetto, è stato chiaro che non sarebbe bastata solo la forza della musica: ci volevano strategie, strumenti, principalmente una visione. A mancarmi era proprio questa visione, così ho cercato di accumulare esperienze lavorative a Bologna, dove seguivo il settore corporate. Questi rapporti hanno acceso la mia creatività come musicista: come raccontare il valore del mio lavoro a un interlocutore che della classica aveva solo una vaga considerazione? Una sfida quotidiana, emozionante.
Poi ho cambiato e qui è dove interviene il caso: durante il lockdown, con i teatri chiusi, mi chiamò una persona (e una fundraiser) eccezionale, Suor Maria. Con lei avevo viaggiato 3 volte in Africa, ci conoscevamo bene e così mi offrì di entrare nel team di Mercy in Action, lavorando insieme a lei e Martina Venzo, una collega esperta e di grande capacità organizzativa. Obiettivo: lanciare l’organizzazione sul digital. Avevo carta bianca, troppo bello per non accettare.

2. Quali sono secondo te le skills più richieste nella professione di fundraiser?

Una sola: ascoltare il silenzio. È una disposizione che mi suggerisce la pratica musicale, dove impari presto che il silenzio aiuta a dar valore al suono, che ogni silenzio ha un significato particolare. Al di là della zen vibe, ascoltare il silenzio si applica a ciò che i donatori non dicono (ma probabilmente si aspettano), a ciò che l’organizzazione ancora non fa (e forse potrebbe cominciare), a quello che la comunità su cui insistiamo non chiede (eppure desidera). È un modo per capire meglio il mondo che ci circonda, tanto i colleghi quanto i donatori, per affinare la capacità creativa ed empatica. Quando si riesce a mettere in pratica tutto questo, si può raggiungere una incredibile capacità generativa, in grado di rispondere a bisogni e desideri concreti, sul fronte interno ed esterno. Almeno… funziona così quando si suona musica da camera!

3. Quando sei entrato in contatto con Assif per la prima volta e cosa vuol dire per te far parte dell’Associazione Italiana Fundraiser?

Giugno 2020. Suor Maria mi parlava dei suoi amici conosciuti al Master Religious Fundraising, grandi professionisti, umani e disponibili a seguirci anche dopo il suo percorso nel Master, con un occhio di riguardo anche per il lavoro che stavamo mettendo in pratica. Comun denominatore? Tutti soci ASSIF.
Così, spinto da lei, per il bene di Mercy in Action, ho pensato di entrare in rete: nessun gruppo territoriale in Abruzzo all’epoca. Ma non ci sono stati problemi, ho potuto conoscere e frequentare il gruppo delle Marche e poi – dopo quasi un anno – è arrivata Elena Di Stefano che ci ha proposto di creare una nostra realtà territoriale. Finora ho trovato enorme professionalità e tanta energia in ASSIF, che aiutano molto a tenere vivo il senso di comunità attorno al proprio lavoro.

4. Che consigli daresti ad un giovane che vorrebbe intraprendere la carriera del fundraising?

Beh, a 27 anni non mi sento di dare consigli. Posso condividere la mia esperienza: cercare un equilibrio – e mantenerlo il più a lungo possibile – fra formazione e sperimentazione sul campo. Credo che sia il modo più stimolante per approcciare questa professione, l’unico che permette una continua validazione e sistematizzazione di ciò che studiamo e ci accade sul lavoro. In questo senso, trovare una piccola organizzazione da affiancare, disposta a lasciare spazio e fiducia, è la più grande fortuna.

5. Dove porteresti a cena un major donor?

Sicuramente su un trabocco, le palafitte sul mare tipiche della zona fra San Vito e Vasto. Qui si mangia circondati dal mare, che può suggerire tante metafore persuasive. Unico difetto? Di solito servono 3 o 4 settimane di anticipo per prenotare. Ecco, se trovassi il tutto esaurito, lo porterei a provare la cucina di Suor Maria a Palermo.

6. A causa dell’emergenza Coronavirus, abbiamo affrontato nuove sfide e grandi cambiamenti dal punto di vista professionale. Quali difficoltà hai riscontrato lavorando con le organizzazione del non profit e come hai affrontato questo periodo?

Sono arrivato in Mercy in Action proprio a marzo 2020. La nostra sfida è stata quella di creare un asset digital che quasi non esisteva (o comunque nulla di sistematico). Si andava dalla privacy policy al database, passando per newsletter e sito internet: avevamo un po’ di tutto, ma nulla che fosse tanto sviluppato da essere pronto all’uso.
Così ci siamo lanciati, ci abbiamo creduto tantissimo, abbiamo inventato una nuova campagna di donazione (Un sacco di misericordia), abbiamo mandato la prima newsletter a 50 contatti, il sito si è pian piano aggiornato. Fortunatamente il risultato c’è stato, insperato, molto superiore alle nostre aspettative. In questo senso, il digital ci ha avvicinato a una migliore comprensione delle nostre capacità e a sottovalutarci un po’ meno.
Ora penso che la vera grande sfida sia portare il dialogo che abbiamo cominciato online in una dimensione molto più concreta, ma sempre smart. Diciamo onlife!

7. Dì una cosa nel dialetto della tua regione a tutti i fundraiser?

C’è un modo dire abruzzese che ogni tanto mi viene in mente facendo questo lavoro… Sparagn e cumbarisc, che significa: “risparmia e fai bella figura”. Qualche volta è la richiesta dell’organizzazione, qualche volta è la necessità del caso, spesso fa storcere il naso e vorremmo tutti farne a meno. In attesa di tempi migliori, suggerisco la filosofia abruzzese, che dalle nostre parti funziona con soddisfazione generale.

 Bruno Alfredo