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“A tu per tu con il socio ASSIF” 

Dietro ad ogni socio ASSIF, c’è un fundraiser con tante storie da raccontare e questa è la testimonianza di Marco Principia, fundraiser, specialista digitale, quasi papà e grande tifoso della Roma!

1. La professione di fundraiser, una scelta o un caso?

È stata più un caso. Dopo anni passati nella formazione prima e nel coordinamento di servizi di mediazione interculturale poi, il CIES ha (finalmente!) deciso di “aprirsi” al mondo della raccolta fondi e strutturare dunque un piccolo settore raccolta fondi. Il consiglio direttivo ha visto in me delle qualità in tal senso, mi è stato proposto e ho subito accettato con entusiasmo. Dopodiché è iniziata la mia formazione, perché come sappiamo bene l’entusiasmo non basta, e quindi…eccomi qui!

2. Quali sono secondo te le skills più richieste nella professione di fundraiser?

Motivazioni e flessibilità. Pensandoci di getto mi vengono queste due, ma chiaramente ce ne sono tantissime altre. Motivazioni perché secondo me un fundraiser non può non essere motivato, e tanto, in quello che fa ogni giorno; altrimenti i risultati stentano ad arrivare. Flessibilità perché non si deve aver paura di mettersi in gioco anche al di fuori della propria comfort zone, di imparare, di studiare, di smentirsi e anche di “sporcarsi le mani” se necessario, nel senso di stare “sul campo” e non solo in ufficio. Forse queste mie considerazioni sono anche dettate e influenzate dalla mia personale esperienza…ma la vedo così.

3. Quando sei entrato in contatto con Assif per la prima volta e cosa vuol dire per te far parte dell'Associazione Italiana Fundraiser?

La prima volta che sentii parlare di ASSIF fu durante uno dei primi corsi di formazione a cui partecipai, organizzato dalla Scuola di Roma di Fundraising. All’inizio ci ho messo un po’ a convincermi, nonostante Alessandra Furnari (che saluto con affetto!) mi spingesse molto ad associarmi. Mi sentivo ancora un po’ “inadeguato”, mettiamola così, come se non fossi ancora pronto per confrontarmi con altri colleghi e altre colleghe. Quando finalmente mi decisi, scoprii che sbagliavo di grosso: in ASSIF c’è di tutto, dai più inesperti ai decani, e si fa anche tanta formazione! Quindi se tornassi indietro mi assocerei prima.

Per me entrare in ASSIF ha significato in prima battuta uscire dal mio guscio ed iniziare a confrontarmi con tantissimi/e colleghi/e, imparare da loro, lasciarmi ispirare da loro e, perché no, anche divertirmi con loro. Poi in ASSIF mi sono davvero iniziato a sentire a casa: è, senza paura di smentite, l’unica associazione veramente democratica che tutela la nostra professione e i nostri interessi in ogni sede. L’associazione dei fundraiser e per i fundraiser. In un’associazione così…io mi sento a casa.

4. Che consigli daresti ad un giovane che vorrebbe intraprendere la carriera del fundraising?

Sicuramente studiare, anche prima di quando non abbia iniziato io per i motivi raccontati in apertura. Di non chiudersi troppo e solo sulle tecniche, ma di uscire anche dall’ufficio e di “sporcarsi le mani”. Infine…di iscriversi ad ASSIF il prima possibile: vi aiuterà tantissimo a crescere.

5. Dove porteresti a cena un major donor?

Questa è una domanda tosta. Me la potrei cavare con un pavido “dipende!”. Diciamo però che vivendo a Roma, essendo amante della mia città e della nostra tradizione culinaria, sceglierei una bellissima (e ancora non turistica) osteria a Trastevere. Una scelta che potrebbe aggiungere un tocco amichevole e informale alla conversazione…

Ma davvero…dipende da chi ho davanti. La conoscenza del donatore è fondamentale per una scelta di questo tipo.

6. A causa dell'emergenza Coronavirus, abbiamo affrontato nuove sfide e grandi cambiamenti dal punto di vista professionale. Quali difficoltà hai riscontrato lavorando con le organizzazione del non profit e come hai affrontato questo periodo?

Non la sto vivendo benissimo. Essendo l’unico fundraiser a tempo pieno nella mia organizzazione sto un po’ “soffrendo di solitudine”, mentre in un momento come questo avere più menti e più cervelli dedicati mi avrebbe (e ci avrebbe) fatto molto comodo. Ma non molliamo assolutamente! Come dicevo: la flessibilità e le motivazioni devono far parte del nostro DNA lavorativo. Dunque al giovane collega, ammesso che io sia in grado di dargli consigli, direi di aggrapparsi a queste due qualità e di non dimenticare mai che il fine ultimo del nostro lavoro è portare un cambiamento positivo nella società: dunque quale che sia la mission dell’organizzazione è per questo che lavoriamo e che lavoriamo tanto. Se ci fermiamo noi fundraiser…questo cambiamento diventa molto ma molto più difficile vederlo realizzato.

7. Dì una cosa nel dialetto della tua regione a tutti i fundraiser?

Più che della mia regione, della mia città. E prendo in prestito le parole di una delle tante bellissime, pungenti, ironiche e in alcuni casi dissacranti poesie di Trilussa, intitolata “Avarizzia”:

Ho conosciuto un vecchio
avaro, ma avaro: avaro a un punto tale
che guarda li quatrini ne lo specchio
pe' vede raddoppiato er capitale.

Allora dice: quelli li do via
perché ce faccio la beneficenza;
ma questi me li tengo pe' prudenza...
E li ripone ne la scrivania.

 Marco Principia 2

 

 

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