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“A tu per tu con il socio ASSIF” 

Dietro ad ogni socio ASSIF, c’è un fundraiser con tante storie da raccontare e questa è certamente un'intervista speciale perché Simona Biancu, fundraiser, consulente e vicepresidente ASSIF con delega all'Europa e Internazionalizzazione è considerata una delle maggiori esperte di fundraising e filantropia nel nostro settore. E non solo in Italia!

1. La professione di fundraiser, una scelta o un caso?

Un caso, e poi una scelta. Sono approdata a questa professione arrivando da una esperienza di 7 anni in Università, prima come Responsabile delle Risorse Umane e poi occupandomi di sviluppo delle relazioni corporate, in particolare con riferimento a raccolta fondi per borse di studio e placement per gli studenti. In quel momento ho scoperto che quello che facevo si chiamava fundraising. Successivamente mi sono occupata anche dell’Associazione ex allievi dell’Ateneo per il quale lavoravo e, nel frattempo, ho frequentato il Master in fundraising a Forlì. Dopo qualche anno, in cui avevo portato avanti in parallelo anche qualche piccola consulenza e formazione, ho deciso di fondare la mia società, ENGAGEDin, e di fare la consulente e formatrice a tempo pieno.

Un caso, dunque, che però è arrivato al momento giusto, nel modo giusto, con le persone giuste … sarà che la regola del “giusto x 6” di Hank Rosso vale per la vita in generale e non solo come tecnica professionale? Ho una grande passione per quello che faccio; anche nelle giornate più complicate non ho mai pensato, neppure per un secondo, di cambiare professione. C’è un filo rosso che lega il mio modo di pensare, vivere, approcciare il mondo e il lavoro che ho scelto di fare, e l’armonia tra i due aspetti è un tratto fondamentale della mia vita

2. Quali sono secondo te le skills più richieste nella professione di fundraiser?

Oltre a quelle tecniche, su cui non mi soffermo perché sono la base di partenza, a mio parere occorre tirare fuori la personalità. Interpretare, cioè, le strategie, le campagne, le azioni a partire anche da una propria visione personale che tenga insieme gli obiettivi dell’organizzazione e il proprio modo di “leggerli”. La dedizione, sicuramente, e la passione. Anche la capacità di restare focalizzati sulla mission, trovando il modo più adatto per raccontarla e coinvolgere e così ispirare i donatori a sostenerla, è una capacità che trovo fondamentale per un fundraiser. E, ultima ma non ultima, la capacità di leggere i contesti, di unire i puntini: questo è un punto che ripeto spesso e che trovo cruciale; senza questa capacità di “stare nel mondo” vedo molto difficile vivere appieno una professione di questo tipo.

3. Quando sei entrato in contatto con Assif per la prima volta e cosa vuol dire per te far parte dell'Associazione Italiana Fundraiser?

Sono una socia ASSIF da molti anni, sin dal 2012. Farne parte per me vuol dire avere un luogo di connessione con chi, quotidianamente, vive lo stesso tipo di contesto professionale, ciascuno a partire da esperienze e realtà differenti. E’ un’organizzazione in cui credo molto e in cui mi impegno, tutti i giorni. Occuparsi di fundraising è spesso molto sfidante, mette di fronte a dubbi (per fortuna!) e necessità di ripensare partendo da punti di vista diversi, a volte isola. Il confronto è importante, permette di apprendere e stabilire relazioni che diventano una rete fondamentale.

4. Che consigli daresti ad un giovane che vorrebbe intraprendere la carriera del fundraising?

Coltivare la curiosità in maniera autentica, a partire dai propri interessi e passioni, e nutrirla con lo studio e l’approfondimento. Non fermarsi alla superficie delle cose è il modo migliore, a mio parere, per migliorarsi costantemente e cogliere le opportunità.

5. Dove porteresti a cena un major donor?

Se scegliessi io penserei ad un posto in collina – nel Monferrato, dove vivo, ci sono dei luoghi magnifici – tranquillo, senza troppe gente intorno, per un aperitivo…perché l’ora del tramonto è quella che, in assoluto, mi è più congeniale e mi piacciono molto le serate che iniziano prima di cena e vanno avanti a lungo, rilassate. Ma mi adatto e, senza alcun problema, lascerei scegliere a lui o lei. Tra i posti meno comuni in cui ho incontrato dei major donors c’è stato un castello – in realtà era il castello di proprietà di queste persone. E’ stata un’esperienza diversa dal solito, in una cornice…originale!

6. A causa dell'emergenza Coronavirus, abbiamo affrontato nuove sfide e grandi cambiamenti dal punto di vista professionale. Quali difficoltà hai riscontrato lavorando con le organizzazione del non profit e come hai affrontato questo periodo?

Passare da una vita costantemente in viaggio ad una totale stanzialità avrebbe potuto essere un cambiamento difficile da gestire. E invece, perlomeno nel mio caso, tutto è avvenuto in modo piuttosto naturale e veloce. Non ho mai smesso di lavorare, a parte i primi 2 o 3 giorni del lockdown, perché le organizzazioni con cui collaboravo e ho collaborato durante tutto questo periodo sono cambiate anche loro, repentinamente come ho fatto io, traslando online quello che fino a pochi giorni prima facevamo in presenza. Non ho avuto particolari difficoltà e, ad essere sincera, ho la sensazione che in molto fossimo pronti per un cambiamento del genere, per quanto nessuno si aspettasse una causa così…incredibile (nel senso che, a pensarci razionalmente, trovo che sia ancora difficile da realizzare tutto quello che è accaduto).

Certo, questo ha richiesto una disponibilità di tutti al cambiamento, e non è statop sempre facile. Ricordo quando abbiamo dovuto riprogettare la struttura di tutta la formazione per renderla un’esperienza fruibile in maniera efficace e piacevole anche attraverso le piattaforme: dopo un primo momento di “non ce la faremo mai a rivedere tutto” ci siamo messi al lavoro e abbiamo guardato al tema da un punto di vista diverso. E non è stato affatto male, ogni tanto bisognerebbe farlo a prescindere. Ho affrontato il periodo della pandemia cercando di essere prudente e rispettosa di tutte le regole (ma è una cosa che faccio sempre!), con calma e praticando l’ascolto attivo non solo degli altri ma anche di me stessa. E continuando a coltivare quello che mi piace fare, seppure da dietro uno schermo.

7. Dì una cosa nel dialetto della tua regione a tutti i fundraiser?

Questa domanda è difficilissima! La mia famiglia è originaria di luoghi diversi del nostro Paese, non abbiamo mai parlato dialetto e non sono sicura di conoscerne sufficientemente bene nessuno. Però, dai, ci provo e dico una cosa in dialetto barese, che è la mia terra di origine: Bèlle bbèlle! (significa non avere fretta, che poi è un atteggiamento che cerco di avere nelle relazioni professionali e personali)

Simona B2 

 

 

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