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“A tu per tu con il socio ASSIF” 

Dietro ad ogni socio ASSIF, c’è un fundraiser con tante storie da raccontare e Gastone Marchesireferente di ASSIF Emilia Romagna, le sa raccontare talmente bene che leggere la sua intervista vi porterà decisamente in un altro mondo!

1. La professione di fundraiser, una scelta o un caso?

E se dicessi entrambe? Posso? Sono due parole connesse. Dico che Scelta e Caso si sono incontrati per caso, ma hanno scelto poi di danzare insieme. Imbattermi nell’annuncio del Master in Fundraising una mattina di maggio del 2015 potrebbe essere visto come un caso, ma poi quella di iscrivermi alle selezioni e quindi al Master fu una scelta. Questo solo per fare due esempi. In realtà non credo molto al caso… mio punto di vista. Il caso è un differente nome del destino, qualcosa che capita, ma per usare un riferimento decisamente colto, penso a un dialogo tra Phoenix e Andromeda ne I Cavalieri dello Zodiaco, in cui il primo disse al fratello che sebbene alcune cose sembrino prestabilite, gli esseri umani hanno la forza e la possibilità di ribellarsi al fato e cambiare il proprio destino. E qui entra in gioco la scelta. Alla fine preferisco vederla come pezzi di un puzzle che nel tempo si incastrano insieme, componendo un disegno di cui inizialmente non vedi l’intreccio, i colori, la fantasia. Magari i pezzi di questo puzzle si può pensare che te li porti il caso, ma è grazie alle tue scelte che si assemblano; o magari sono strade che si incrociano, un’altra visione che mi piace. Quanto bello sarà quel puzzle poi penso avrà molto a che fare col cuore che ci metti. Quanto curi la tua pianta, il tuo giardino? Dovessi dare un nome ad alcuni pezzi del mio puzzle questi sarebbero la ricerca di una professione in cui mi sentissi realizzato e in cui mi ci ritrovassi; un dramma e poi un lutto importanti vissuti molto da vicino, che a mio modo ho cercato di affrontare al meglio; la volontà di poter contribuire a migliorare la vita di persone che si trovavano, trovano e troveranno ad affrontare un dramma simile; le prime attività nel non profit da volontario e poi consigliere di associazione; la scoperta del Master in Fundraising che fu un po’ come trovarsi dinnanzi al ponte levatoio di un castello, sconosciuto fino a quel momento, come se si ergesse tra la nebbia, per poi entrarvici e scoprire un mondo nuovo. Dal Master quindi le prime esperienze lavorative come fundraiser. Quel castello e quel mondo li sto vivendo da alcuni anni, scoprendoli sempre un pochettino di più e imparando, tanto (non si smette mai di farlo). Quindi “caso” e “scelta” sono arrivati come conseguenze di alcune tappe della mia vita, di strade che si sono incrociate, e la volontà di trovare se stessi.

2. Quali sono secondo te le skills più richieste nella professione di fundraiser?

Una delle bellezze di questa professione penso sia nell’ampia varietà di capacità che un fundraiser deve portare con sé, e sviluppare col tempo. Assolutamente non in ordine di importanza vi metto la capacità di ascoltare, la curiosità per scoprire e formarsi, l’empatia, l’abilità nello scrivere e nel parlare, la precisione e profondità di analisi. Poi vi sono chiaramente competenze specifiche su specifici strumenti di fundraising, ma molte cose si possono apprendere come conseguenza, nel tempo, formandosi. E poi deve avere visione: quel grande saggio che era Vujadin Boskov diceva che “grande giocatore è quello che vede autostrade dove altri solo sentieri”. Vedere cose che altri non vedono, crederci, e avere visione a medio-lungo termine. In ultima battuta, ma ancora non per importanza, la volontà di lasciare il mondo meglio di come l’abbiamo trovato. Forse questa in fondo è quella più importante.

3. Quando sei entrato in contatto con Assif per la prima volta e cosa vuol dire per te far parte dell'Associazione Italiana Fundraiser?

La prima volta che sentii parlare di Assif ricordo che ero in ufficio al Master in Fundraising a Forlì, dove oltre a essere studente ero tutor d’aula. In ufficio quella mattina venne Luciano Zanin, che allora, nel 2016, era Presidente di Assif e che avrei poi avuto come docente alcune settimane a venire. Poi pochi mesi dopo, durante il mio primo Festival del Fundraising vidi lo stand di Assif, mi fermai a chiacchierare e chiedere informazioni, ma non mi iscrissi subito. Sapevo sarebbe stata questione di tempo, ma per scaramanzia volevo prima finire il Master e iniziare almeno la prima esperienza lavorativa da fundraiser. Potrà sembrare stupido, ma pur sapendo di voler fare questo lavoro e di voler far parte di Assif, preferivo solo aspettare un poco. Per l’appunto, dodici mesi dopo, sempre al Festival, mi iscrissi. Sono socio dal 2017 quindi, e trovo sia bellissimo e importante avere un’associazione che riunisce chi è fundraiser, per confrontarsi, crescere come fundraiser sì, ma anche contribuire, ogni socio, a far crescere la professione -e il settore- come visibilità e riconoscimento in modo che siano sempre di meno le occasioni in cui quando rispondi alla domanda «Che lavoro fai?», al tuo interlocutore non compaia il vuoto in volto sentendo «Faccio il fundraiser», ma magari questo gli si illumini perché sa e capisce che il fundraiser è una figata di lavoro. Sono socio Assif in primis perché credo in questo lavoro e voglio portare il mio mattoncino, o granellino di sabbia come dicono in Spagna, affinché la casa dei fundraiser sia sempre più bella. O perché no, se non la casa, il castello di cui sopra.

4. Che consigli daresti ad un giovane che vorrebbe intraprendere la carriera del fundraising?

Se lei/lui, giovane, ha già deciso che vuole intraprendere questa carriera, i primi consigli che darei sarebbero di avere sempre un alto livello di entusiasmo e curiosità, aspetti di un’importanza vitale e propedeutici al secondo consiglio, cioè formarsi e sviluppare conoscenze e competenze, senza improvvisarsi in un lavoro per il quale, come in tante altre professioni, la preparazione è importante, e lo è tanto. Non saprai tutto, ma se hai entusiasmo e curiosità altre cose le impari strada facendo. Arriveranno di conseguenza. E poi come ulteriore conseguenza arriveranno i risultati. La professione di fundraiser racchiude in sé diverse specialità a seconda di cosa un fundraiser faccia nello specifico, ma questo è un aspetto che viene in seguito. Lavorare per una causa in cui si crede può essere un consiglio scontato, ma porta un valore aggiunto fortissimo. Però tenere aperta la mente anche ad altre esperienze può essere determinante. Infine, avere pazienza, il lavoro di semina può essere lungo, e ascoltare e ascoltarci: abbiamo a che fare con le persone in primo luogo. Prendendo spunto dal maestro Ezio Bosso, “un grande musicista non è chi suona più forte, ma chi ascolta di più l’altro e da lì i problemi divengono opportunità”: ecco, abbiamo l’opportunità di essere musicisti facendo diventare queste opportunità soluzioni ai problemi.

5. Dove porteresti a cena un major donor?

Sceglierei un posto accogliente, con un’atmosfera famigliare, informale ma non troppo, curato e -cosa più importante- in cui si mangi molto bene, con grande gentilezza e preparazione delle persone che vi lavorano, e capacità di mettere a proprio agio. Persone che magari già conosco e di cui mi fido, e un posto in cui sentirsi a casa, e si possa chiacchierare bene. Sarebbe un posto in cui ho già mangiato, ma cercherei di capire anche i gusti e le preferenze della persona in questione. Due posti che corrispondono alla descrizione li ho bene in mente e vi sono affezionato, anche se uno, purtroppo, ha chiuso da alcuni anni. Quasi certamente sarebbe un posto o a Bologna o in Romagna, le zone che conosco di più.

6. A causa dell'emergenza Coronavirus, abbiamo affrontato nuove sfide e grandi cambiamenti dal punto di vista professionale. Quali difficoltà hai riscontrato lavorando con le organizzazione del non profit e come hai affrontato questo periodo?

Pensando agli ultimi dodici mesi nell’organizzazione in cui lavoro, le difficoltà maggiori riscontrate le lego alla digital transformation e alla grande e prolungata incertezza per via delle difficoltà economiche che questa pandemia ha portato e sta portando con sé. Il budget è stato rivisto e tante attività modificate. Però le crisi vanno superate e se questo accade non si supera soltanto la crisi ma anche se stessi, come diceva Einstein. Le crisi possono portare progressi se affrontate in un certo modo, con proattività e creatività. Una parola in slang bolognese che mi piace è “sbuzzo”, che sta appunto per creatività e inventiva. In Agevolando abbiamo dedicato maggior tempo di prima per esempio al donor care, con telefonate il cui scopo era principalmente far sentire l’associazione vicina alle persone che chiamavamo. Prima ancora che donatori, ci sono persone. Abbiamo cercato di dare maggior spazio ai contenuti (di vario tipo) su sito e canali social e variare le comunicazioni online con i donatori e in generale chi ci segue e sostiene. L’altra difficoltà, persistente tuttora, è il cambio di relazione con persone e spazi per via dell’emergenza sanitaria. Questo a livello emotivo e psicologico diventa snervante nel lungo periodo. Ma adattarsi ed essere resilienti può portare un grande valore. Non può piovere per sempre.

7. Dì una cosa nel dialetto della tua regione a tutti i fundraiser?

Quasst qué l’è un lavurîr ch’um pièṡ dimóndi!

A voi la traduzione!

Gastone Marchesi 

 

 

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