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“A tu per tu con il socio ASSIF” 

 Dietro ad ogni socio ASSIF, c’è un fundraiser con tante storie da raccontare.

Mariapiera Forgione è una socia di ASSIF Toscana e da tanti anni supporta il team di Comunicazione dell'associazione, mettendo al servizio di ASSIF le proprie competenze di grafica e creatività.

1. La professione di fundraiser, una scelta o un caso?

All’inizio sicuramente un caso! Appena laureata ho cominciato a lavorare in un’associazione di Siena occupandomi di comunicazione (il mio primo amore). In quell’ambiente, molto poco strutturato, abbiamo dato avvio ad alcune attività di ricerca fondi per rendere sostenibili progetti sociali e culturali. Dalla ricerca di sponsor, alle attività di autofinanziamento o alla partecipazione ai bandi, mi è venuta la voglia di saperne di più sul mondo del fundraising e ho cominciato a formarmi partecipando a diversi corsi in cui ho avuto la fortuna di conoscere persone che fanno ancora oggi parte del mio network professionale. Oggi lavoro con le organizzazioni come consulente sia in ambito comunicazione che fundraising (che spesso vanno a braccetto).

2. Quali sono secondo te le skills più richieste nella professione di fundraiser?

Una bella dose di tenacia e di amore per il proprio lavoro! Ma credo che una delle competenze più importanti sia la capacità di vedere oltre il problema e pensare in modo divergente per trovare le soluzioni più adatte al contesto e poi… una predisposizione a entrare in relazione con gli altri.

3. Quando sei entrato in contatto con Assif per la prima volta e cosa vuol dire per te far parte dell'Associazione Italiana Fundraiser?

Ho conosciuto Assif attraverso colleghi che già erano iscritti. L’idea di far parte di un gruppo mi è sembrata subito importantissima, soprattutto se si lavora da soli. Assif offre una continua possibilità di confrontarsi e di affrontare insieme le sfide che continuamente presenta questo lavoro.

4. Che consigli daresti ad un giovane che vorrebbe intraprendere la carriera del fundraising?

Innanzitutto di iniziare studiare e formarsi (non si finisce mai di imparare), ma anche di entrare subito in contatto con il mondo del Terzo Settore per capirne le enormi potenzialità, ma anche le criticità intrinseche. Seguire i gruppi facebook, i portali dedicati e, in questo periodo, le dirette e i webinar con i fundraiser. E poi, iscriversi ad Assif e partecipare alle attività dei gruppi territoriali, confrontarsi con chi già fa questo lavoro e non aver paura di chiedere un consiglio a chi ha più esperienza.

5. Dove porteresti a cena un major donor?

Sicuramente negli spazi dell’organizzazione insieme ai beneficiari: a qualsiasi livello penso sia importante condividere con i donatori uno spazio, un’atmosfera, una sensazione. Ad esempio, la cena con gli artisti e il pubblico dopo lo spettacolo sono l’occasione migliore per far sentire il donatore parte dell’organizzazione.

6. Dì una cosa nel dialetto della tua regione a tutti i fundraiser?

Vivo da tanto tempo in Toscana, ma sono Campana e, quando si parla di dialetto, torno subito alle mie origini: Dicette ’o pappecio vicino ’a noce: damme ’o tiempo ca te spertoso. Con pazienza e tenacia si può raggiungere qualsiasi scopo.

 Mariapiera Forgione

A cura di Eleonora Mancinotti, socia ASSIF

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“A tu per tu con il socio ASSIF” 

 Dietro ad ogni socio ASSIF, c’è un fundraiser con tante storie da raccontare.

Oggi vi presentiamo Valentina De Luca, referente di ASSIF Marche che da volontaria di una Onp si è appassionata al fundraising tanto da trasformarlo nella sua profesisone.

1. La professione di fundraiser, una scelta o un caso?

Per caso mi sono appassionata al lavoro del fundraiser quando ho iniziato a svolge attività di volontariato, durante l'ultimo anno di università, in una non profit a Perugia. Mai avrei pensato che nella mia vita sarei riuscita a tirare fuori quella determinazioneintraprendenza che sentivo di avere dentro di me. Ero una semplice volontaria, impegnata nella raccolta fondi attraverso la pratica del face to face. Per me era un mondo nuovo, ma che mi entusiasmava e incuriosiva tanto. Una delle parole ricorrenti nelle mie giornate di volontariato era “GRAZIE”, dai volontari, persone che condividevano con me del tempo per aiutare i beneficiari dell'organizzazione, dalle persone che nè usufruivano del servizio, e poi, il “grazie” detto dai donatori; quelle persone straordinarie che non smettevano di ringraziarmi perché ero il ponte tra loro e i beneficiari. È iniziata così la mia storia d'amore per il fundraising

2. Quali sono secondo te le skills più richieste nella professione di fundraiser?

L'indole di un fundraiser deve essere la determinazione, deve avere la capacità di programmare e pianificare le attività di raccolta fondi nella propria organizzazione, tenendo conto di tutte le problematiche che si possono incontrare. Il lavoro di un fundraiser è faticoso come scalare una montagna, ma quando si arriva in cima ti godi il panorama e non si pensa più a tutta la fatica fatta per arrivarci.

3. Quando sei entrato in contatto con Assif per la prima volta e cosa vuol dire per te far parte dell'Associazione Italiana Fundraiser?

Per i fundraiser è fondamentale il confronto e la condivisione di buone pratiche. Assif per me è sinonimo di famiglia, quella famiglia fatta di tanti professionisti con la passione per il proprio lavoro e la voglia di condividere e sperimentare. Sono socia Assif da circa 3 anni, per me è un punto di riferimento costante, grazie ad Assif continuo ad aggiornarmi, confrontarmi con i colleghi e crescere professionalmente in questo lavoro.

4. Che consigli daresti ad un giovane che vorrebbe intraprendere la carriera del fundraising?

Non lasciarti intimorire da chi dice che questo è un lavoro faticoso e in parte anche difficile, perché il lavoro del fundraiser è il lavoro più bello del mondo. Sì, bisogna studiare tanto, aggiornarsi continuamente, affrontare sfide che mai avresti pensato di affrontare, ma il bello di essere un fundraiser è proprio questo, scoprire ogni giorno una qualità diversa del tuo carattere, scoprire di essere più forte e di non aver paura. Ecco, non aver paura di sperimentare, di chiedere, di provare a fare, il fundraising è un continuo test. Il mio consiglio più grande è quello di non aver paura di sbagliare, tutti sbagliamo qualcosa nella vita, ma lo sbaglio più grande è quello di non provare a fare qualcosa che si vorrebbe fare.

5. Dove porteresti a cena un major donor?

Lo porterei a cena con i beneficiari dell'organizzazione, non esiste cosa più bella che far sentire il donatore in famiglia.

6. Dì una cosa nel dialetto della tua regione a tutti i fundraiser?

Il sangue che scorre nelle vene è salentino, quindi “Cu tuttu lu core”, cioè “ con tutto il cuore”, che è il modo in cui svolgo il mio lavoro ogni giorno.

7. A causa dell'emergenza corona virus, stiamo vivendo un momento di grande cambiamento e ri-progettazione del nostro lavoro di fundraiser. Tu come la stai vivendo, cosa è cambiato e cosa consiglieresti di fare ad un giovane collega che magari non ha mai affrontato "il piano B"?

Come dicevo prima, l'indole del fundraiser deve anche essere quella di saper pianificare le sue strategie tenendo conto di tutti i possibili intoppi, certo, una pandemia nessuno l'aveva preventivata. Importante è non fermarsi, rimodulare le attività e continuare a chiedere, a comunicare come ci si è dovuti re-inventare e come questa emergenza ha cambiato tutte le strategie di raccolta fondi. Questo è ciò che ho dovuto fare con la cooperativa sociale per cui lavoro, non ci siamo fermati, adesso stiamo ripartendo con nuovi progetti, adeguandoli al periodo storico che stiamo vivendo.

Valentina De Luca Marche

A cura di Eleonora Mancinotti, socia ASSIF

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“A tu per tu con il socio ASSIF” 

 Dietro ad ogni socio ASSIF, c’è un fundraiser con tante storie da raccontare.

Oggi vi presentiamo Fabio Pasiani, referente di ASSIF Lombardia che da oltre dieci anni si occupa di fundraising, questo “mix straordinario di ragione e sentimento”, e che sta vivendo questa emergenza proprio nella regione più colpita dal COVID-19.

1. La professione di fundraiser, una scelta o un caso?

Ho cominciato a capire che il fundraising poteva essere la mia strada quando per produrre gli spettacoli della compagnia che avevo fondato a Venezia ho trovato risorse da bandi e da un crowdfunding ante litteram. E’ da lì che ho cominciato a studiare, a maturare le esperienze e le scelte che mi hanno portato oggi a dare il mio contributo in Fondazione Renato Piatti (che si occupa di persone con disabilità e autismo a Varese e Milano) come responsabile individui e a vivere questa sfida pazzesca della raccolta fondi durante il lockdown.

2. Quali sono secondo te le skills più richieste nella professione di fundraiser?

La capacità di pianificare e programmare le attività di raccolta fondi ancorandosi ai numeri e alla realtà della propria ONP, intravedere linee di sviluppo concrete, tenere una salda connessione con la prima linea dei servizi, lì dove il dono ha un impatto trasformativo sul mondo. Perché è questo quello per cui lavoriamo: un mondo migliore di questo.

3. Quando sei entrato in contatto con Assif per la prima volta e cosa vuol dire per te far parte dell'Associazione Italiana Fundraiser?

Circa dieci anni fa ho cominciato a frequentare gli eventi e da subito ho trovato grande valore aggiunto nella rete di relazioni che ho potuto creare. Negli anni è stato un punto di riferimento per aggiornarmi e per confrontarmi con i colleghi sui dubbi e le criticità che ho affrontato come fundraiser. Oggi per me essere socio Assif vuol dire contribuire a far crescere l’associazione che in Italia rappresenta la nostra professione per far sì che possa contare sempre di più in un momento in cui il Paese e il mondo stanno attraversando una prova drammatica e quindi il ruolo del fundraiser è sempre più cruciale.

4. Che consigli daresti ad un giovane che vorrebbe intraprendere la carriera del fundraising?

Studia, guarda come funzionano le campagne della tua ONP preferita, fai volontariato, quando sarà possibile partecipa alle campagne di piazza di qualche ONP del tuo territorio: il fundraiser è un mix straordinario di ragione e sentimento.

5. Dove porteresti a cena un major donor?

Lo porterei ad una cena con le famiglie degli ospiti di un centro di Fondazione Piatti, quando le famiglie e le persone con disabilità condividono con gli operatori una serata come una grande famiglia. Perché anche lui o lei possano sentirsi parte di quella famiglia.

6. Dì una cosa nel dialetto della tua regione a tutti i fundraiser?

Vivo in Lombardia quindi direi “Milan col coeur in man” che vuol dire “Milano con il cuore in mano” per ricordarci che è al cuore delle persone, alla loro umanità, al loro sistema di valori che dobbiamo connetterci prima di chiedere una donazione.

7. A causa dell'emergenza corona virus, stiamo vivendo un momento di grande cambiamento e ri-progettazione del nostro lavoro di fundraiser. Tu come la stai vivendo, cosa è cambiato e cosa consiglieresti di fare ad un giovane collega che magari non ha mai affrontato "il piano B"?

Io stesso non avevo un piano B a fine febbraio. Come tutti oggi lavoro da casa, sento i miei colleghi in videocall, faccio molte più telefonate di prima. In Fondazione Piatti abbiamo servizi residenziali per persone con disabilità quindi abbiamo dovuto mettere a regime in tempo zero protocolli di sicurezza sanitaria con acquisto massivo dei Dispositivi di Protezione Individuali che tutti abbiamo imparato a conoscere: mascherine, tute, guanti, termometri, occhiali protettivi. Ovviamente sono spese che non erano previste a bilancio.Quindi ho messo su una campagna di crowdfunding sul sito di Fondazione Piatti e ho orientato lì tutto quello che ho potuto: ho inserito un appello speciale nella lettera che ormai era già pronta, ho mandato SMS e preparato una mini campagna di email marketing

Io e i miei colleghi abbiamo intensificato il donor care inteso come ringraziamento del sostegno e aggiunto una domanda d’oro: “Come stai?” Stiamo tutti vivendo un momento unico, viviamolo insieme ai nostri donatori, gli farà piacere che ci ricordiamo di loro, che ci interessiamo a come stanno, che gli facciamo sapere come vanno le attività che hanno sostenuto e se qualcosa è cambiato per noi. Molti hanno deciso di sostenerci ancora. I grandi donatori stanno facendo la differenza in termini di raccolto assoluto ma sono davvero tanti i donatori che si sono riattivati dopo anni di dormienza. Quindi i consigli sono: mantenere un contatto diretto con la direzione per sapere cosa cambia in tempo reale, razionalizzare gli investimenti ma non fermarsi aspettando che la buriana sia passata, perché non passerà velocemente, mettere in piedi una campagna digital per piccola che sia, tenere la relazione con i donatori più stretti, chiamarli, scrivergli mail personali, aggiornarli su quello che sta succedendo nella vostra ONP. 

Per adesso stiamo a casa e speriamo di poter presto tornare a vederci di persona.

Fabio Pasiani

A cura di Eleonora Mancinotti, socia ASSIF

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“A tu per tu con il socio ASSIF” 

Dietro ad ogni socio ASSIF, c’è un fundraiser con tante storie da raccontare.

Stavolta vogliamo presentarvi Jara Vernarecci, consigliera Assif delegata alla membership. In questa intervista, oltre a svelare piccoli segreti che riguardano la professione di fundraiser, ci parlerà anche di questa emergenza e di come sta affrontando il suo lavoro insieme alla sua organizzazione.

1. La professione di fundraiser, una scelta o un caso?

Una scelta casuale all’inizio, diventata ben presto una scelta consapevole. La prima volta che ho sentito parlare di raccolta fondi è stato nel 2007. Fresca di laurea e dopo alcune esperienze all’estero, mi affacciavo al mondo del lavoro alla ricerca del “vero lavoro”. È stato in quel preciso momento che sul mio cammino incontrai un’organizzazione non profit che mi propose di curare i rapporti con le aziende del territorio, di fare insomma corporate fundraising. Nell’incertezza di come svolgere al meglio il compito affidatomi, ho iniziato con l’impeto delle prime volte, la curiosità, la voglia di capire e scoprire quanto più possibile questa professione per me tutta nuova. Ho iniziato da lì e quello, come dico spesso, è stato il punto di non ritorno. Il mondo che stavo sperimentando mi piaceva molto, mi intrigava e le sue trame mi hanno totalmente catturata.

2. Quali sono secondo te le skills più richieste nella professione di fundraiser?

La professione di fundraiser richiede un mix di diverse skills da possedere. Non solo. Come il barman sceglie e miscela sapientemente gli ingredienti migliori per elaborare il cocktail perfetto che soddisfa la sua esigente clientela, così il fundraiser deve saper individuare e dosare le skills di volta in volta necessarie per realizzare la sua buona causa. In base al tipo di fundraiser che si è (consulente o interno) al tipo di ente con cui si lavora (grande, media, piccola o piccolissima organizzazione) e al ruolo che si ricopre (fundraiser tuttofare o tecnico/specializzato) ci sono certamente delle skills particolari che non possono mancare. Credo però che alcune abilità siano generali e trasversali a ogni fundraiser che si chiami tale. Per citarne solo alcune, il problem solving per ovviare i piccoli, grandi problemi che possono accadere (e accadono) nella nostra programmazione, nelle nostre campagne o nei nostri eventi. Avere la prontezza di trovare la soluzione migliore o mettere in campo un piano B fa la differenza. Oggi più che mai ci rendiamo conto di questo. Altra skill è la capacità di comunicazione: bisogna saper dialogare con tutti gli attori coinvolti nelle nostre attività a tutti i livelli. Dobbiamo saper parlare con il board, con i volontari e con i donors, di tutti i tipi. C’è poco da fare, il nostro lavoro deve arrivare e arriva solo se lo sappiamo comunicare. E poi citerei una terza skill, la capacità di mediazione, valida in particolar modo per il fundraiser tuttofare - ma non solo - che deve saper conciliare tutte le istanze, dalle pretese del presidente alle richieste del volontario passando per i bisogni del donatori. Devo continuare? Curiosità, determinazione, capacità di analisi e di sintesi.

3. Quando sei entrato in contatto con Assif per la prima volta e cosa vuol dire per te far parte dell'Associazione Italiana Fundraiser?

Sono entrata in contatto con ASSIF grazie a una collega che per prima me ne parlò. Credo fosse il 2010. Stavano nascendo i gruppi territoriali e colsi subito l’opportunità di associarmi per frequentarli e rimanere così aggiornata sui temi della raccolta fondi, confrontandomi con fundraiser che vivevano nella mia stessa regione e con cui potevo parlare quindi lo stesso linguaggio. Ancora oggi far parte di ASSIF è per me un modo di sentirmi parte di un gruppo, per continuare a formarmi e confrontarmi con tanti colleghi, molti dei quali diventati ormai amici. Rimango e mi impegno attivamente in ASSIF perché lo sento un dovere nei confronti di una professione che nel nostro Paese ancora non è conosciuta come dovrebbe essere. Credo che le cose non cadano dall’alto per così dire, ma siano anche determinate dalle nostre azioni e dai nostri sforzi.

4. Che consigli daresti ad un giovane che vorrebbe intraprendere la carriera del fundraiser?

Intanto di ritenersi fortunato, perché fa una professione meravigliosa. E che per quanto bella e gratificante, non è scevra da difficoltà e problemi da risolvere. Di prepararsi quindi ad affrontare tante gioie quanti dolori. Di essere sempre curioso e continuare a formarsi sempre, rimanere aggiornato, confrontarsi con altri professionisti. Insomma, di non considerarsi mai arrivato. È anche questo che ci mantiene sempre giovani.

5. Dove porteresti a cena un major donor?

Lo inviterei in un luogo dove possa sperimentare e conoscere al meglio la realtà che rappresento e le persone che la compongono. Il “dove” è importante, ma non così tanto come scegliere la giusta compagnia. In uno degli ultimi pranzi fatti, il mio major donor ha scelto il suo locale preferito, dove si sentiva a casa. Io ho portato un volontario e un membro del board per condire con il giusto sentimento il progetto. Per completare il tutto un buon vino non può mancare.

6. Dì una cosa nel dialetto della tua regione a tutti i fundraiser?

“Chi magna da solo se strozza” detto di chi non è solito dividere con gli altri ciò che ha, lo vedo nella duplice valenza. Un monito a essere comunità. Un invito a chi possiede (know how, tempo, beni e denari) a dare il proprio contributo alla comunità che sente propria per farla crescere. Un appello a tutti i colleghi fundraiser a condividere i propri saperi e mestieri.

 Un'ultima domanda legata al periodo che stiamo affrontando. A causa dell'emergenza corona virus, stiamo vivendo un momento di grande cambiamento e ri-progettazione del nostro lavoro di fundraiser. Tu come la stai vivendo, cosa è cambiato e cosa consiglieresti di fare ad un giovane collega che magari non ha mai affrontato "il piano B"?

Stiamo vivendo un periodo straordinario e credo che nessuno di noi fosse preparato per affrontare un’emergenza così grande. Ma tutto ciò che ci capita è da cogliere come una sfida, un'occasione per ripensarsi, riprogrammando anche le attività lavorative su cui si era concentrati. Questo momento di crisi è capitato tra l'altro in uno dei momenti dell'anno di maggior intensità in termini di raccolta fondi; la Campagna di Pasqua per molti di noi rappresenta addirittura il culmine della raccolta fondi. Per Fondazione ANT, la realtà in cui lavoro, si concretizza in particolare in una estesa e capillare manifestazione di piazza che, per chiare ragioni, quest'anno è completamente saltata. Affrontato il primo momento di destabilizzazione e, diciamolo, di panico, è subentrato l'atteggiamento propositivo in cui, non volendo e non potendo abbandonare la campagna, si è iniziato a pensare a come poterla realizzare comunque. Tutto quanto era fatto in presenza di un elaborato sistema di organizzazione e logistica che ha lasciato il posto a una campagna online incentrata principalmente sull'attività istituzionale, che nel nostro caso, è continuata e anzi si è intensificata. Si sono messi in campo strumenti prima poco praticati, abbiamo fatto - finalmente - parlare i nostri medici e infermieri, mentre i nostri volontari, sempre attivi e disponibili, anziché presenziare ai banchetti, si sono messi ancora più in gioco coinvolgendo ognuno le proprie cerchie di contatti. Ovviamente non sappiamo ancora come andrà a finire, ma sicuramente abbiamo scoperto un modo nuovo per essere presenti nel territorio, anche se non fisicamente. Il mio consiglio, sempre, è aprire la mente e provare ad esplorare il potenziale che ogni realtà ha e che molto spesso non viene sfruttato al massimo.

Jara Vernarecci Referente Territoriale ANT Marche 

A cura di Eleonora Mancinotti, socia ASSIF

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“A tu per tu con il socio ASSIF” 

Dietro ad ogni socio ASSIF, c’è un fundraiser con tante storie da raccontare.

Lisa Vacca, referente del Gruppo Territoriale Veneto, appartiene a tre diverse regioni (Sardegna, Emilia e Veneto) e ha acquisito la saggezza dei luoghi in cui è stata. La sua laurea in psicologia ha fatto il resto. 

1. La professione di fundraiser, una scelta o un caso?

È stato il punto di arrivo (e ripartenza) del percorso che ho scelto di fare nel mondo del Terzo Settore dopo la laurea in psicologia. Non avevo idea di dove mi avrebbe portato e all’inizio non avrei mai pensato di fare la fundraiser, eppure eccomi qui!

2. Quali sono secondo te le skills più richieste nella professione di fundraiser?

È essenziale capire cosa vuole il direttivo di una organizzazione non profit! Che tu sia consulente o dipendente il primo ostacolo è capire cosa vogliono i vertici e condividere con loro il percorso che ci si propone di fare in modo che lo comprendano e lo sposino (con entusiasmo possibilmente). Tutti hanno bisogno di fondi, ma non tutti sanno cosa significhi fare veramente fundraising e la rivoluzione che porta dentro una onp. Se sei l’unico fundraiser in una situazione di “non consapevolezza” del fundraising nell’onp bisogna avere delle grandi capacità comunicative, essere molto assertivi ed entrare nel contempo in sintonia con chi decide. Se questo non succede, si rischia di essere isolati o allontanati. Come sappiamo, comunque, non tutte le onp sono pronte per fare fundraising e anche i fallimenti aiutano a crescere se ne comprendi le cause.

3. Quando sei entrato in contatto con Assif per la prima volta e cosa vuol dire per te far parte dell'Associazione Italiana Fundraiser?

Ho conosciuto ASSIF ad uno dei primi Festival del Fundraising e mi sono subito associata perché mi faceva sentire parte di un gruppo e questo mi aiutava nel mio lavoro solitario all’interno di una onp. Far parte di ASSIF ora significa dare un contributo concreto alla crescita della professione e avere l’occasione di incontrare tanti colleghi con cui scambiare esperienze che aiutano quotidianamente nel lavoro!

4. Che consigli daresti ad un giovane che vorrebbe intraprendere la carriera del fundraiser?

Tieniti aggiornato, non solo sul fundraising, ma anche su quello che succede intorno a te e all’organizzazione che segui. Cerca di lavorare al fianco di un senior fundraiser e “ruba con gli occhi”. Iscriviti ad ASSIF e partecipa ai gruppi territoriali: io ho trovato il mio primo vero lavoro come fundraiser così. Non sempre gli annunci di lavoro vengono pubblicati sui canali tradizionali; spesso, soprattutto in provincia, si usa il passaparola quindi più persone ti conoscono meglio è.

5. Dove porteresti a cena un major donor?

Dipende sempre dal major donor: se possibile a cena con i beneficiari, altrimenti in un ristorante sardo dopo una visita alla sede dell’onp o a un luogo dove opera.

6. Dì una cosa nel dialetto della tua regione a tutti i fundraiser?

Sono metà sarda, metà emiliana e metà veneta ;) quindi propongo tre diversi “detti”:

  • La gosa dunadda è sempri ben azzittadda: i regali sono sempre benaccetti;
  • Prema te', po' I too, po' chj'eter s'et po'o: prima tu, poi i tuoi, poi gli altri se puoi;
  • Saltare i fossi par longo (o par eòngo): saltare i fossi per la lunghezza(Fare cose impossibili! n.d.r.).

 Lisa per sito 2

 

A cura di Eleonora Mancinotti, socia ASSIF

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“A tu per tu con il socio ASSIF” 

Dietro ad ogni socio ASSIF, c’è un fundraiser con tante storie da raccontare.

Letizia Bucalo, referente del Gruppo Terrritoriale Sicilia, ne ha veramente molte che vale la pena ascoltare. Come la terra dalla quale proviene sono storie ricche di passione, generosità ed entusiasmo, storie da cui sapere trarre ispirazione e consigli da tenere nel cassetto del “buon fundraiser”.

1. La professione di fundraiser, una scelta o un caso?

Direi che è stata una scelta aiutata dal caso. Ed il “caso” è essere nata da due culture diverse, quella sicula è quella francese. Queste culture, seppure differenti, hanno fatto di integrazione culturale, dono, ospitalità, parte integrante dell’educazione che ho ricevuto. Sono cresciuta in Sicilia, una terra che in quanto a generosità ed enfasi di emozioni non è seconda a nessuno. Il fundraising ha sempre fatto parte della mia vita. Perché è stata la mia famiglia a farmi comprendere che donare, donarsi e dedicarsi ad una causa hanno un valore inestimabile.
Sono e resto una fundraiser “atipica”. Il mio è un fundraising legato a doppio filo alle attività di comunicazione sociale. Ed è un fundraising che opera in un territorio - quello del Sud Italia - in cui gran parte di ciò che ho appreso ed ascoltato negli anni (anche dai più autorevoli colleghi del nord) non sempre è stato “attuabile”. Direi quasi mai. Quindi, le parole d’ordine di chi opera nel nostro settore qui a Sud restano creatività e resilienza!

2. Quali sono secondo te le skills più richieste nella professione di fundraiser?

Non so se siano le più richieste, ma dovrebbero. Credo che per poter ottenere risultati, raggiungere traguardi ambiziosi, sia necessario avere più competenze ed attitudini (e sia chiaro che, nonostante sappia individuarle, ciò non significa che riconosca di possederle tutte!): creatività, pazienza, visione strategica, buona ars oratoria, capacità relazionale. E ancora deve sapere di comunicazione. Tutta la comunicazione (ufficio stampa, rassegna, social media, copy, video, grafica e tanto altro).

3. Quando sei entrato in contatto con Assif per la prima volta e cosa vuol dire per te far parte dell'Associazione Italiana Fundraiser?

Ho avuto due “primi contatti”. Quando decisi di richiedere l’iscrizione - in modo un po’ superficiale e senza starci troppo a pensare su - almeno un decennio fa. E poi c’è stata la mia “seconda” prima volta. Quando ho conosciuto alcuni soci ASSIF. Quando ho conosciuto Giulia Barbieri, Davide Moro e poi Julia Hoffmann, Ermanno Martignetti, Fabio Salvatore. Quando ho conosciuto le tantissime persone che hanno saputo regalarmi esperienze, hanno voluto raccontarsi, condividere con me l’amicizia (quella sincera) e il loro vissuto professionale.
Sono tanti gli amici a cui mi sento legata! È stata quella la mia prima volta: tutte le volte che ho compreso quanto il confronto tra noi fosse il dono più bello che potessi ricevere da questa associazione.

4. Che consigli daresti ad un giovane che vorrebbe intraprendere la carriera del fundraiser?

Di non dimenticare mai che un fundraiser deve saper comunicare. Che deve imparare ad incassare ogni colpo. Che dovrà avere il coraggio di essere se stesso, sempre. Perché sarà la passione per ciò che fa a renderlo speciale. Se poi terrà sempre a mente che tutto ciò che fa non è per sé ma per sostenere una causa, allora troverà anche l’ultima cosa che non dovrà mancargli mai: il coraggio di parlare, di fare, di tacere, di riposare, di sorridere, di stringere la mano, di abbracciare, di allontanare, di ringraziare, di ricevere e di donare a sua volta.

5. Dove porteresti a cena un major donor?

In Sicilia? Ovunque! E, perché no? Anche a casa mia! 

6. Dì una cosa nel dialetto della tua regione a tutti i fundraiser?

“Caliti juncu chi passa la china”, che significa “chinati giunco finché passa la piena”.
Il giunco è una pianta molto flessibile. È la metafora di chi con saggezza comprende che alle volte anche le esperienze peggiori, quelle più tristi, quelle che ci fanno più rabbia, quelle che ci portano allo sfinimento e sembrano spegnere l’entusiasmo, andrebbero semplicemente accettate piuttosto che contrastate. Con la resilienza tipica di chi riesce ad essere flessibile (come il giunco) trovando il modo di far scorrere lontano rabbia e dispiacere, per il tempo necessario. Poiché, il più delle volte, opporre resistenza può significare spezzarsi davanti alla forza devastante di una piena.
Un fundraiser, secondo me, deve saper essere sia giunco che piena.

 Letizia Bucalo

 

A cura di Eleonora Mancinotti, socia ASSIF

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“A tu per tu con il socio ASSIF” 

Dietro ad ogni socio ASSIF, c’è un fundraiser con tante storie da raccontare. Questa volta però i fundraiser sono due: Andrea Varotti, referente territoriale del GT Emilia Romagna, e la sua vice Mara Albieri, che dice di aver risposto per dare un supporto e un sostegno ad Andrea!

Ecco le loro interviste a confronto.

1. La professione di fundraiser, una scelta o un caso?

Andrea: Assolutamente un caso… e sono passati 7 anni.

Mara: Assolutamente una scelta tanto voluta,

2. Quali sono secondo te le skills più richieste nella professione di fundraiser?

Andrea: Visione e lungimiranza, basi tecniche specifiche, passione ed entusiasmo, una buona dose di “faccia tosta”.

Mara: Problem Solving, creatività, negoziazione, lateral thinking, capacità decisionale, team management, intelligenza emotiva, pensiero critico, gestione dello stress, proattività ma soprattutto passione, amore, determinazione e fantasia.

3. Quando sei entrato in contatto con Assif per la prima volta e cosa vuol dire per te far parte dell'Associazione Italiana Fundraiser?

Andrea: Come dicevo prima sono entrato in questo mondo per caso. Va da se che ho cercato sin da subito di condividere e cercare di capire questo “mondo” a me sconosciuto. Io che non conoscevo questa professione ho trovato in Assif “spalle” pronte alle quali mi sono potuto appoggiare ed è stato un fondamentale punto di partenza per costruire la mia di professionalità.

Mara: Appena uscita dal master e senza Assif farei solo il 50% del mio lavoro, l’altro 50 l’ho imparato nell’associazione.

4. Che consigli daresti ad un giovane che vorrebbe intraprendere la carriera del fundraising?

Andrea: Formarsi, formarsi e formarsi! E poi sperimentare, non aver paura; è una professione particolare che cambia molto in base all’ente dove si viene inseriti. Nelle piccole organizzazioni il giovane fundraiser deve essere pronto a “sporcarsi le mani”.

Mara: Iscriviti ad ASSIF, fai un master o corsi di formazione e buttati a fare esperienza, sii sempre curioso.

5. Dove porteresti a cena un major donor?

Andrea: In un locale tipico della zona dove mi trovo, dando valore alla sostanza e non alla forma per trasmettergli i valori che contraddistinguono l’ente.

Mara: A una cena di beneficenza.

6. Dì una cosa nel dialetto della tua regione a tutti i fundraisers?

Andrea: “Brisa fer dal cinema, fev di fat non dal pugnatt!”

Mara: “Par ciapè di baioc te da pedalè no aspitè”

A voi la traduzione. Ne usciranno delle belle!

MaraAndrea

 

A cura di Eleonora Mancinotti, socia Assif

 

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“A tu per tu con il socio ASSIF” 

Dietro ad ogni socio ASSIF, c’è un fundraiser con tante storie da raccontare. Le interviste che proporremo vi sveleranno qualcosa di più sui nostri soci e sul mondo ASSIF. Coincidenze, amicizie, simpatici aneddoti dal passato e i benefici di far parte dell’ASSIF, l’Associazione Italiana Fundraiser: questo e molto altro nella nuova rubrica “A tu per tu con il socio Assif”.

Siamo alla terza intervista della nostra nuova rubrica ed è la volta di Federica Maltese, referente territoriale del GT Piemonte, che sottolinea l’importanza delle competenze trasversali e quanto ASSIF sia per lei vera e propria linfa vitale!

1. La professione di fundraiser, una scelta o un caso?

Assolutamente un caso, almeno per me! Stavo per finire il dottorato, con la prospettiva di restare in Francia. Ho partecipato ad un bando sull’innovazione che aveva come premio la possibilità di seguire un corso universitario. Era il 2014, scelsi il Master in Fundraising perché volevo rendere sostenibile la piccola associazione di cui ero presidente. Il premio l’ho vinto, il Master l’ho frequentato e da lì in poi…beh, mi hanno fregata!

2. Quali sono secondo te le skills più richieste nella professione di fundraiser?

Domanda impegnativa. A leggere le candidature c’è praticamente di tutto. Nella vita reale mi sono accorta che saper gestire una campagna di advertising, usare i social, conoscere WordPress, avere minime competenze di copy e di grafica, ecc.. viene dato per scontato, ma non dovrebbe esserlo visto che sono, appunto, competenze trasversali! Tuttavia, in fondo, anche se non è mai scritto nelle job description credo davvero che la skill più richiesta (in modo inconscio) sia la sottile arte della diplomazia, da esercitare ogni giorno e in ogni contesto. Quando entri in una ONP, soprattutto le piccole o le medie associazioni, è una qualità fondamentale, perché non puoi mai imporre il tuo punto di vista, anche se hai ragione. È sempre una mediazione continua, sempre.

3. Quando sei entrato in contatto con Assif per la prima volta e cosa vuol dire per te far parte dell'Associazione Italiana Fundraiser?

Ho “scoperto” Assif appena uscita dal Master in Fundraising, perché cercavo dei colleghi senior con cui confrontarmi. Ero alle prime armi, tanta teoria e poca pratica, la voglia di conoscere colleghi più esperti era altissima. Il desiderio di confronto e, a volte, anche di sfogo, rimane per me una componente importante. So che dentro Assif trovo colleghi con cui condividere valori professionali, difficoltà e contesti lavorativi simili. Questo per me che patisco molto la solitudine lavorativa è davvero linfa vitale.

4. Che consigli daresti ad un giovane che vorrebbe intraprendere la carriera del fundraising?

Volontariato. Tanto. In oratorio, con gli scout, in un canile, all’estero, non importa. Fare volontariato aiuta a capire da dentro i meccanismi che muovono le piccole organizzazioni (e le grandi). A vederne il bene e il male, le debolezze e i punti di forza. Fare volontariato ti mette a contatto con i problemi e con le soluzioni, e ti dà il polso della marea umana che muove il mondo del terzo settore.

5. Dove porteresti a cena un major donor?

Dipende dalla ONP per cui sto lavorando. Tre anni fa sono stata volontaria in un campo profughi, a Katsikas, in Grecia. Se avessi avuto un major donor tra le mani lo avrei portato lì, tra le tende umide, il fango, la muffa, i bagni condivisi, l’estrema povertà e il senso di attesa straniante. Perché solo così, da dentro, puoi capire l’importanza del tuo aiuto.

6. Dì una cosa nel dialetto della tua regione a tutti i fundraisers?

Il torinese è meraviglioso, ma io sono mezza siciliana e mezza friulana, quindi non sono proprio la persona giusta. Però vi lascio con una domanda: chi di voi sa cos’è un cicles?

Foto Federica

 A cura di Eleonora Mancinotti, socia ASSIF

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“A tu per tu con il socio ASSIF” 

Dietro ad ogni socio ASSIF, c’è un fundraiser con tante storie da raccontare. Le interviste che proporremo vi sveleranno qualcosa di più sui nostri soci e sul mondo ASSIF. Coincidenze, amicizie, simpatici aneddoti dal passato e i benefici di far parte dell’ASSIF, l’Associazione Italiana Fundraiser: questo e molto altro nella nuova rubrica “A tu per tu con il socio Assif”.


Stavolta è il turno di Michela Gaffo, referente del Gruppo Territoriale Liguria che dai suoi 17 anni di esperienza definisce i fundraisers “elementi chiave nella crescita del Terzo Settore italiano” e consiglia…occhio al multitasking!


1. La professione di fundraiser, una scelta o un caso?

Mi sono avvicinata a questa professione per caso: l'agenzia pubblicitaria in cui lavoravo a inizio carriera aveva come cliente una grande ONP, per la quale gestiva una capital campaign piuttosto importante. Da lì il colpo di fulmine, e la decisione di studiare ed approfondire, le tecniche di raccolta fondi e in generale il mondo del non profit. Diciassette anni fa ho iniziato a lavorare come fundraiser, e non ho più smesso!

2. Quali sono secondo te le skills più richieste nella professione di fundraiser?

Si tratta di una professione molto complessa, che non ha una naturale corrispondenza nel mondo profit. Riunisce in sé competenze molto variegate: tecniche, relazionali, organizzative e molto altro. Se dovessi fare una “top 3” delle skills fondamentali per un fundraiser nel 2019 direi: capacità di analisi dello scenario economico (interno ed esterno) e di proiezione; organizzazione (perché senza queste anche la miglior strategia di raccolta fondi resta sulla carta); competenze tecniche di marketing. Senza dimenticare le soft skills: empatia, flessibilità, curiosità.

3. Quando sei entrato in contatto con Assif per la prima volta e cosa vuol dire per te far parte dell'Associazione Italiana Fundraiser?

Conosco Assif da diversi anni, ma sono diventata socia nel 2015: ho avuto bisogno di un po’ di tempo per capire che il mio non era solo un lavoro “impiegatizio” (ho lavorato per molti anni all'interno di una grande organizzazione), ma una vera e propria professione. Come tale, ho capito che un'organizzazione come Assif è fondamentale per farla crescere e fornirle nuova linfa e autorevolezza nei confronti dell'opinione pubblica, delle istituzioni, delle stesse organizzazioni non profit. Networking, formazione, confronto e lobbying sono gli strumenti giusti per far emergere il ruolo dei fundraisers in quanto professionisti solidi, competenti e di fatto degli elementi chiave nella crescita del Terzo Settore italiano.

4. Che consigli daresti ad un giovane che vorrebbe intraprendere la carriera del fundraising?

Studiare, tanto, di più. Fare esperienze quanto prima possibile, in ruoli diversi, in organizzazioni diverse. Continuare a studiare. Confrontarsi costantemente con i colleghi e trarre il meglio da settori diversi del non profit. Ampliare gli orizzonti, essere curiosi e umili. C'è sempre qualcuno da cui si può imparare qualcosa, sia che si faccia questo mestiere da 3 mesi o da 30 anni.

5. Dove porteresti a cena un major donor?

Lo porterei in un luogo in cui possa trovare la bellezza che riempie il mondo: una vigna al tramonto, un museo in cui è esposto un pezzo unico, un ristorante che nasce e cresce in una periferia degradata. Cosa meglio di questo per renderlo consapevole e felice del contributo che può offrire?

6. Dì una cosa nel dialetto della tua regione a tutti i fundraisers?

Per noi che siamo i campioni del multitasking, un invito a focalizzarci per rendere al meglio: sciûsciâ e sciorbî no se pêu!

Lascio a voi la traduzione.

MG fotoseria

 A cura di Eleonora Mancinotti, socia ASSIF

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Dietro ogni socio ASSIF, c’è un fundraiser con tante storie da raccontare. Ecco perché abbiamo pensato ad una nuova rubrica in cui junior e senior fundraiser ci sveleranno i loro segreti: cosa li ha spinti a scegliere di lavorare come fundraiser, le aspettative, perché hanno deciso di diventare soci ASSIF e anche qualche segreto della loro professione.

Iniziamo con Veronica Manna, referente del Gruppo Territoriale Umbria che, nel suo percorso di vita, ha trovato l’“amore a prima vista”: la raccolta fondi!

1. La professione di fundraiser, una scelta o un caso?

Una scelta fatta per caso? Forse così si può definire. Avevo 33 anni, lavoravo in una società di consulenza aziendale in un gruppo bancario umbro da circa otto anni ed ero in piena crisi professionale e personale. Non riuscivo più a trovare un senso a tutto l’impegno e anche la fatica che mettevo nel mio lavoro quotidiano. “Ma davvero è tutto qui?” mi dicevo la sera quando rientravo a casa. “E se oggi non avessi fatto nulla di tutto ciò che mi sono impegnata a fare, sarebbe cambiato qualcosa di importante per qualcuno?” La risposta purtroppo era sempre no! E così, mentre ero in questo stato d’animo, la società per cui lavoravo prese una commessa da un noto Teatro del Nord Italia… per servizi di fundraising! Non lo avevo mai sentito nominare e fu amore a prima vista!! Finalmente potevo impiegare le conoscenze e le esperienze maturate fino ad allora in marketing, comunicazione, p.r., consulenza, digital, per qualcosa che per me aveva un senso reale. Finalmente potevo rendermi utile a qualcuno, fare qualcosa di importante, che facesse la differenza. Di lì ad un anno, dopo un licenziamento in tronco da un contratto a tempo indeterminato e un master in fundraising, varcavo la soglia di Medici Senza Frontiere Italia, fu un vero sogno da cui mi devo ancora svegliare.

2. Quali sono secondo te le skills più richieste nella professione di fundraiser?

Creatività, curiosità, costanza, attitudine allo studio e alla formazione continua, flessibilità, apertura verso gli altri, predisposizione alla comunicazione, passione per il proprio lavoro.

3. Quando sei entrato in contatto con Assif per la prima volta e cosa vuol dire per te far parte dell'Associazione Italiana Fundraiser?

Era il 2012 e mi ero appena ristabilita nella mia regione nativa, l’Umbria. Dopo una esperienza quinquennale in grandi ONG internazionali a Roma, un lungo viaggio in Messico e la nascita di mio figlio Edoardo, avevo deciso di tornare a casa. Sembrava e, probabilmente, è stata la scelta perfetta: ero nel cuore verde d’Italia, dove la qualità della vita è davvero molto alta, vicino alla mia famiglia e in una città che amo, la mia Spoleto. Non avevo però considerato un piccolo particolare: qui il fundraising era ancora “questo sconosciuto”!! Sentendo il peso di tale isolamento professionale, cominciai a guardarmi intorno per capire che fine avessero fatto i fundraiser della mia regione. Così mi imbattei nel Gruppo Territoriale Umbria di ASSIF. Fu così che ho conosciuto Giulia, allora referente del gruppo. Fu un altro amore a prima vista! Di lì ad un anno abbiamo fondato insieme Non Profit Factory, per aiutare e supportare le piccole e medie organizzazioni territoriali ad affrontare le sfide del fundraising e della comunicazione sociale. Per me oggi ASSIF è tutto: network professionale, fonte di aggiornamento e ispirazione, confronto, possibilità di uscire fuori dai limiti della mia regione, ma anche amicizia, belle persone e condivisione di una visione del mondo.

4. Che consigli daresti ad un giovane che vorrebbe intraprendere la carriera del fundraising?

Avere grinta e determinazione, studiare moltissimo e poi mettersi alla prova con uno stage o un tirocinio in una grande ONG: per me ha funzionato! Nelle ONG si fa fundraising da sempre, ci sono team internazionali di colleghi da cui si può imparare tantissimo, metodologie rodate e molta meritocrazia. Posso fare pubblicità positiva? Save the Children in questo senso per me è stata una vera e propria palestra. Un ambiente ideale per sperimentarsi e crescere, anche se poi si fanno scelte diverse, come è successo a me.

5. Dove porteresti a cena un major donor?

Così su due piedi non saprei, mi verrebbe da dire dipende dal major donor e dall’organizzazione per cui lavoro e dal suo “stile”. Ad ogni modo, preferisco sempre le situazioni informali, sono quelle che più ci permettono di conoscere il nostro interlocutore e in cui si può entrare in contatto empatico con lui. L’empatia è fondamentale: al di là dei ruoli professionali, siamo persone che intrattengono dialoghi con altre persone!

6. Dì una cosa nel dialetto della tua regione a tutti i fundraiser?

Ne ho addirittura due, una per i fundraiser: “Anghe la prèscia vòle lu tembu sua” e una per i wineriser: “L'urdimu guccittu è quillu che fa male”.
Per le traduzioni ci vediamo al prossimo incontro del GtUmbria!

A cura di Eleonora Mancinotti, socia ASSIF

 

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