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“A tu per tu con il socio ASSIF” 

Dietro ad ogni socio ASSIF, c’è un fundraiser con tante storie da raccontare e Gastone Marchesireferente di ASSIF Emilia Romagna, le sa raccontare talmente bene che leggere la sua intervista vi porterà decisamente in un altro mondo!

1. La professione di fundraiser, una scelta o un caso?

E se dicessi entrambe? Posso? Sono due parole connesse. Dico che Scelta e Caso si sono incontrati per caso, ma hanno scelto poi di danzare insieme. Imbattermi nell’annuncio del Master in Fundraising una mattina di maggio del 2015 potrebbe essere visto come un caso, ma poi quella di iscrivermi alle selezioni e quindi al Master fu una scelta. Questo solo per fare due esempi. In realtà non credo molto al caso… mio punto di vista. Il caso è un differente nome del destino, qualcosa che capita, ma per usare un riferimento decisamente colto, penso a un dialogo tra Phoenix e Andromeda ne I Cavalieri dello Zodiaco, in cui il primo disse al fratello che sebbene alcune cose sembrino prestabilite, gli esseri umani hanno la forza e la possibilità di ribellarsi al fato e cambiare il proprio destino. E qui entra in gioco la scelta. Alla fine preferisco vederla come pezzi di un puzzle che nel tempo si incastrano insieme, componendo un disegno di cui inizialmente non vedi l’intreccio, i colori, la fantasia. Magari i pezzi di questo puzzle si può pensare che te li porti il caso, ma è grazie alle tue scelte che si assemblano; o magari sono strade che si incrociano, un’altra visione che mi piace. Quanto bello sarà quel puzzle poi penso avrà molto a che fare col cuore che ci metti. Quanto curi la tua pianta, il tuo giardino? Dovessi dare un nome ad alcuni pezzi del mio puzzle questi sarebbero la ricerca di una professione in cui mi sentissi realizzato e in cui mi ci ritrovassi; un dramma e poi un lutto importanti vissuti molto da vicino, che a mio modo ho cercato di affrontare al meglio; la volontà di poter contribuire a migliorare la vita di persone che si trovavano, trovano e troveranno ad affrontare un dramma simile; le prime attività nel non profit da volontario e poi consigliere di associazione; la scoperta del Master in Fundraising che fu un po’ come trovarsi dinnanzi al ponte levatoio di un castello, sconosciuto fino a quel momento, come se si ergesse tra la nebbia, per poi entrarvici e scoprire un mondo nuovo. Dal Master quindi le prime esperienze lavorative come fundraiser. Quel castello e quel mondo li sto vivendo da alcuni anni, scoprendoli sempre un pochettino di più e imparando, tanto (non si smette mai di farlo). Quindi “caso” e “scelta” sono arrivati come conseguenze di alcune tappe della mia vita, di strade che si sono incrociate, e la volontà di trovare se stessi.

2. Quali sono secondo te le skills più richieste nella professione di fundraiser?

Una delle bellezze di questa professione penso sia nell’ampia varietà di capacità che un fundraiser deve portare con sé, e sviluppare col tempo. Assolutamente non in ordine di importanza vi metto la capacità di ascoltare, la curiosità per scoprire e formarsi, l’empatia, l’abilità nello scrivere e nel parlare, la precisione e profondità di analisi. Poi vi sono chiaramente competenze specifiche su specifici strumenti di fundraising, ma molte cose si possono apprendere come conseguenza, nel tempo, formandosi. E poi deve avere visione: quel grande saggio che era Vujadin Boskov diceva che “grande giocatore è quello che vede autostrade dove altri solo sentieri”. Vedere cose che altri non vedono, crederci, e avere visione a medio-lungo termine. In ultima battuta, ma ancora non per importanza, la volontà di lasciare il mondo meglio di come l’abbiamo trovato. Forse questa in fondo è quella più importante.

3. Quando sei entrato in contatto con Assif per la prima volta e cosa vuol dire per te far parte dell'Associazione Italiana Fundraiser?

La prima volta che sentii parlare di Assif ricordo che ero in ufficio al Master in Fundraising a Forlì, dove oltre a essere studente ero tutor d’aula. In ufficio quella mattina venne Luciano Zanin, che allora, nel 2016, era Presidente di Assif e che avrei poi avuto come docente alcune settimane a venire. Poi pochi mesi dopo, durante il mio primo Festival del Fundraising vidi lo stand di Assif, mi fermai a chiacchierare e chiedere informazioni, ma non mi iscrissi subito. Sapevo sarebbe stata questione di tempo, ma per scaramanzia volevo prima finire il Master e iniziare almeno la prima esperienza lavorativa da fundraiser. Potrà sembrare stupido, ma pur sapendo di voler fare questo lavoro e di voler far parte di Assif, preferivo solo aspettare un poco. Per l’appunto, dodici mesi dopo, sempre al Festival, mi iscrissi. Sono socio dal 2017 quindi, e trovo sia bellissimo e importante avere un’associazione che riunisce chi è fundraiser, per confrontarsi, crescere come fundraiser sì, ma anche contribuire, ogni socio, a far crescere la professione -e il settore- come visibilità e riconoscimento in modo che siano sempre di meno le occasioni in cui quando rispondi alla domanda «Che lavoro fai?», al tuo interlocutore non compaia il vuoto in volto sentendo «Faccio il fundraiser», ma magari questo gli si illumini perché sa e capisce che il fundraiser è una figata di lavoro. Sono socio Assif in primis perché credo in questo lavoro e voglio portare il mio mattoncino, o granellino di sabbia come dicono in Spagna, affinché la casa dei fundraiser sia sempre più bella. O perché no, se non la casa, il castello di cui sopra.

4. Che consigli daresti ad un giovane che vorrebbe intraprendere la carriera del fundraising?

Se lei/lui, giovane, ha già deciso che vuole intraprendere questa carriera, i primi consigli che darei sarebbero di avere sempre un alto livello di entusiasmo e curiosità, aspetti di un’importanza vitale e propedeutici al secondo consiglio, cioè formarsi e sviluppare conoscenze e competenze, senza improvvisarsi in un lavoro per il quale, come in tante altre professioni, la preparazione è importante, e lo è tanto. Non saprai tutto, ma se hai entusiasmo e curiosità altre cose le impari strada facendo. Arriveranno di conseguenza. E poi come ulteriore conseguenza arriveranno i risultati. La professione di fundraiser racchiude in sé diverse specialità a seconda di cosa un fundraiser faccia nello specifico, ma questo è un aspetto che viene in seguito. Lavorare per una causa in cui si crede può essere un consiglio scontato, ma porta un valore aggiunto fortissimo. Però tenere aperta la mente anche ad altre esperienze può essere determinante. Infine, avere pazienza, il lavoro di semina può essere lungo, e ascoltare e ascoltarci: abbiamo a che fare con le persone in primo luogo. Prendendo spunto dal maestro Ezio Bosso, “un grande musicista non è chi suona più forte, ma chi ascolta di più l’altro e da lì i problemi divengono opportunità”: ecco, abbiamo l’opportunità di essere musicisti facendo diventare queste opportunità soluzioni ai problemi.

5. Dove porteresti a cena un major donor?

Sceglierei un posto accogliente, con un’atmosfera famigliare, informale ma non troppo, curato e -cosa più importante- in cui si mangi molto bene, con grande gentilezza e preparazione delle persone che vi lavorano, e capacità di mettere a proprio agio. Persone che magari già conosco e di cui mi fido, e un posto in cui sentirsi a casa, e si possa chiacchierare bene. Sarebbe un posto in cui ho già mangiato, ma cercherei di capire anche i gusti e le preferenze della persona in questione. Due posti che corrispondono alla descrizione li ho bene in mente e vi sono affezionato, anche se uno, purtroppo, ha chiuso da alcuni anni. Quasi certamente sarebbe un posto o a Bologna o in Romagna, le zone che conosco di più.

6. A causa dell'emergenza Coronavirus, abbiamo affrontato nuove sfide e grandi cambiamenti dal punto di vista professionale. Quali difficoltà hai riscontrato lavorando con le organizzazione del non profit e come hai affrontato questo periodo?

Pensando agli ultimi dodici mesi nell’organizzazione in cui lavoro, le difficoltà maggiori riscontrate le lego alla digital transformation e alla grande e prolungata incertezza per via delle difficoltà economiche che questa pandemia ha portato e sta portando con sé. Il budget è stato rivisto e tante attività modificate. Però le crisi vanno superate e se questo accade non si supera soltanto la crisi ma anche se stessi, come diceva Einstein. Le crisi possono portare progressi se affrontate in un certo modo, con proattività e creatività. Una parola in slang bolognese che mi piace è “sbuzzo”, che sta appunto per creatività e inventiva. In Agevolando abbiamo dedicato maggior tempo di prima per esempio al donor care, con telefonate il cui scopo era principalmente far sentire l’associazione vicina alle persone che chiamavamo. Prima ancora che donatori, ci sono persone. Abbiamo cercato di dare maggior spazio ai contenuti (di vario tipo) su sito e canali social e variare le comunicazioni online con i donatori e in generale chi ci segue e sostiene. L’altra difficoltà, persistente tuttora, è il cambio di relazione con persone e spazi per via dell’emergenza sanitaria. Questo a livello emotivo e psicologico diventa snervante nel lungo periodo. Ma adattarsi ed essere resilienti può portare un grande valore. Non può piovere per sempre.

7. Dì una cosa nel dialetto della tua regione a tutti i fundraiser?

Quasst qué l’è un lavurîr ch’um pièṡ dimóndi!

A voi la traduzione!

Gastone Marchesi 

 

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“A tu per tu con il socio ASSIF” 

Dietro ad ogni socio ASSIF, c’è un fundraiser con tante storie da raccontare. Matteo Fabbrini è il nuovo referente di ASSIF Piemonte e chi lo conosce rimane solitamente colpito per l'entusiasmo, la passione e il sorriso che mette in ogni cosa che fa.  

1. La professione di fundraiser, una scelta o un caso?

Una scelta, ma derivata da un errore! Abitavo all’estero da qualche anno, dove lavoravo in azienda, ma da tempo seguivo per passione alcune organizzazioni italiane – soprattutto in ambito culturale. Un giorno, durante un volo verso Vienna, ho letto su Internazionale la proposta del Master in Fundraising di Forlì e mi son detto: “questa è la mia occasione”. L’idea era quella di formarmi sulle fonti di finanziamento per gli enti culturali, in particolare tramite bandi ed europrogettazione.Ho scoperto che il fundraising era molto di più: più umano, più divertente, più creativo. Molto più “me”!

2. Quali sono secondo te le skills più richieste nella professione di fundraiser?

Per me il buon fundraiser deve usare tutto il sale che ha in zucca. È un lavoro che ha bisogno di tutta la nostra intelligenza e il nostro buon senso. Ci sono molte tecniche che ti aiutano ed è importante formarsi, ma è un lavoro in cui devi “piacere al donatore”. È fondamentale per fargli capire quanto è importante il lavoro dell’organizzazione.Devi imparare a stare “sulle corde” del donatore. Dunque potrei dire che servono:
- una passione per quello che fa l’ente e la capacità di raccontarlo bene, arrivando al punto nei tempi giusti.
- la capacità di raggruppare il più possibile donatori per interessi e per caratteristiche comuni, organizzarle bene in un database e capire quale comunicazione inviare a chi.
- ma soprattutto buonsenso ed innata empatia. Per tutto ciò non ci sono grandi tecniche, ma è qualcosa che si può esercitare!

3. Quando sei entrato in contatto con Assif per la prima volta e cosa vuol dire per te far parte dell'Associazione Italiana Fundraiser?

Ho conosciuto ASSIF al Master in Fundraising e li ho incontrati durante il Festival del Fundraising. Credo che il Terzo Settore stia sfruttando poco il proprio potenziale e quindi sia quasi un obbligo morale farlo crescere. L’unico modo per far crescere un intero settore è quello di lavorare insieme, scambiarsi le migliori pratiche e dare grande supporto a chi decide di dedicare una bella parte del proprio tempo libero ad aiutare colleghi conosciuti e sconosciuti (per essere chiari, parlo soprattutto del Direttivo Nazionale di ASSIF). Per questo ho scelto di dare una mano al gruppo piemontese: voglio evitare di vedere in giro fundraiser che si sentano soli :)

4. Che consigli daresti ad un giovane che vorrebbe intraprendere la carriera del fundraising?

Scrivi ad ASSIF! Ci sono centinaia di fundraiser che hanno deciso di fare rete ed aiutarsi a vicenda. La cosa migliore da fare, se vuoi provare a costruirti una carriera nel fundraising, è capirci qualcosa parlando con chi ha già esperienza.
Ognuno ha una sua storia e i suoi obiettivi, quindi non so se posso dare suggerimenti generici, ma sicuro se qualcuno mi contattasse sarei pronto – come sicuramente gli altri referenti regionali – a “guidarlo” in questo percorso.

5. Dove porteresti a cena un major donor?

In un luogo che abbia un senso! È fondamentale sempre dare una storia, un significato, a quello che proponiamo ai nostri donatori. Ad esempio un locale nel quale avevamo fatto un bell’evento di raccolta fondi, o un ristorante che ha sostenuto la nostra causa. O ancora un luogo legato alla relazione che ha il donatore all’organizzazione. Qualcosa che mi permetta di far capire che sei attento e che non lasci nulla al caso.

6. A causa dell'emergenza Coronavirus, abbiamo affrontato nuove sfide e grandi cambiamenti dal punto di vista professionale. Quali difficoltà hai riscontrato lavorando con le organizzazione del non profit e come hai affrontato questo periodo?

Seguo molte organizzazioni culturali, fortissime nella nostra regione, che sono tutt’oggi in ginocchio. Reinventarsi è possibile, ma fino ad un certo punto. È sicuramente doloroso e speriamo che la grande voglia di socialità e di cultura da parte delle persone possa permettere a queste organizzazioni di risollevarsi in fretta non appena sarà possibile.
Quello invece che vedo di positivo è che – in generale – tutti hanno dovuto rivedere i propri processi organizzativi e la propria dotazione tecnologica. Per il Terzo Settore questo è stato uno step che era necessario da anni e che non sembrava qualcosa che si sarebbe realizzato a breve. Quindi mi aspetto che, una volta rientrati alla normalità, le organizzazioni saranno più efficienti. A gran beneficio dei nostri beneficiari. Anche per ASSIF stessa è stata una grande opportunità per includere tutti i soci a livello regionale e nazionale, per aumentare rapidamente lo scambio e il confronto e per offrire nuovi strumenti ai tesserati.

7. Dì una cosa nel dialetto della tua regione a tutti i fundraiser?

Da vero Piemontese DOC sono nato a Torino da madre Veneta e padre Calabrese. Sono il classico figlio dell’indotto FIAT :P
Dunque col piemontese non vado fortissimo…
Ma ci sono un paio di espressioni che mi piacciono molto:

- “Esageroma nen!” ovvero “non esageriamo”. Spesso vedo nelle organizzazioni nonprofit tanta energia, ma manca poi il personale e l’organizzazione per sfruttare davvero il potenziale delle idee. Io sono della scuola: poco, ma ben fatto;
- ma soprattutto… “Fate Furb.” ovvero “Fatti furbo”. Nel fundraising lo intendo come “usa il buon senso”: non ci sono incredibili formule scientifiche da conoscere per far funzionare il fundraising. Spesso di vuole solo umanità e (ripeto) sale in zucca per far crescere la tua raccolta fondi ;)

Matteo Fabbrini 

 

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“A tu per tu con il socio ASSIF” 

Dietro ad ogni socio ASSIF, c’è un fundraiser con tante storie da raccontare. L’intervista che vi proponiamo oggi è quella di Marta Farrugia, referente ASSIF Liguria e fundraiser “a sua insaputa”!

1. La professione di fundraiser, una scelta o un caso?

La mia storia di fundraiser nasce senza ombra di dubbio “a mia insaputa”. Mi sono tuffata in questo mare per rispondere all’urgenza della mia organizzazione, quella nella quale sono cresciuta come volontaria, servizio civile, e poi membro del direttivo. Non mi vergogno a dire che durante i primi mesi di lavoro, quando qualcuno mi diceva “ah, quindi ti occupi di fundraising”, nella mia testa nasceva il punto interrogativo “fund… che?”. Ho risposto ad una chiamata, ma oggi posso dire senz’altro che questa è la mia strada, il vestito cucito su misura per me.

2. Quali sono secondo te le skills più richieste nella professione di fundraiser?

Multitasking è la mia parola d’ordine, ma certamente sono condizionata dalla realtà nella quale ho cominciato il mio percorso: dovevo passare dagli eventi, ai grandi donatori, dal direct mailing, al corporate senza nemmeno ripassare dal “Via”. Crescendo, ho cominciato anche ad apprezzare il concetto di elasticità: devo accettare che non tutto può essere perfetto come vorrei, che il mio lavoro si deve modellare attorno alla realtà nella quale sto operando, che è fatta di tante anime diverse e differenti visioni.

3. Quando sei entrato in contatto con Assif per la prima volta e cosa vuol dire per te far parte dell'Associazione Italiana Fundraiser?

Lavoravo da sei mesi e, dopo un periodo di attività volta a recuperare fondi “maledetti e subito” per scongiurare la chiusura della struttura, nel direttivo è nata l’esigenza di affinare le tecniche di fundraising e ampliare gli strumenti a nostra disposizione: una nostra volontaria aveva partecipato ad un corso di formazione Assif aperto a tutti e così mi ha segnalato l’associazione. Il direttivo non ci ha pensato due volte e ha finanziato la mia tessera: un bellissimo inizio!

4. Che consigli daresti ad un giovane che vorrebbe intraprendere la carriera del fundraising?

Partirei dalla passione nei confronti della causa: se quella c’è, allora il secondo passo è la formazione e l’apertura nei confronti dei colleghi. La bellezza della nostra community è proprio la disponibilità a condividere il sapere e le conoscenze, così come a risolvere un problema di un collega, anche se magari lavora nell’organizzazione “competitor”.

5. Dove porteresti a cena un major donor?

Non ho dubbi: lo porterei a pranzo dai bambini del nido che sosteniamo. Basta guardarli per capire quanto l’organizzazione, attraverso i fondi raccolti, influisce concretamente nelle loro vite e segna un punto di svolta per il loro futuro. Paradossalmente, io potrei non esserci … ma non mi toglierei mai la soddisfazione di osservare la meraviglia nello sguardo del donatore!

6. A causa dell'emergenza Coronavirus, abbiamo affrontato nuove sfide e grandi cambiamenti dal punto di vista professionale. Quali difficoltà hai riscontrato lavorando con le organizzazione del non profit e come hai affrontato questo periodo?

Da un lato, mi sono dovuta “scontrare” con la difficoltà che ha una delle organizzazioni che seguo nel chiedere. Ha prevalso il pudore nei confronti della situazione drammatica che stava vivendo il Paese in primavera, rispetto alla loro esigenza economica. Dall’altro, ho vissuto un momento molto intenso di formazione “ossessivo-compulsiva” dalla quale ho tratto moltissimi insegnamenti. Ho scelto di guardare il lato positivo di questa evidente tragedia sociale: è l’unica via per uscirne migliorati.

7. Dì una cosa nel dialetto della tua regione a tutti i fundraiser?

E sul finale “scopro le carte”: io sono figlia di siculi immigrati… perciò: “Ognunu campa cu l’arti so”. A voi la traduzione!

Marta Farrugia 

 

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“A tu per tu con il socio ASSIF” 

Dietro ad ogni socio ASSIF, c’è un fundraiser con tante storie da raccontare e oggi tocca alla stupenda Nadia La Torre, la nuova referente di ASSIF Sicilia. Come la sua terra è solare, sempre sorridente e molto operativa. Fundraiser siciliani state attenti!

1. La professione di fundraiser, una scelta o un caso?

Una scelta avvenuta quasi per caso. Un giorno parlavo della mia vita lavorativa con l’amica Letizia Bucalo e le dicevo che avevo bisogno di cambiare aria, non avevo voglia di lavorare nelle industrie farmaceutiche e nelle farmacie come avevo fatto fino a quel momento. Lei mi disse ma tu sai che nel tempo libero hai fatto la fundraiser? La fun…che? E da lì tutto ebbe inizio.

2. Quali sono secondo te le skills più richieste nella professione di fundraiser?

Sicuramente è molto importante avere abilità informatiche ed essere un gran comunicatore ma nel mio caso le skills senza cui non avrei avuto dove andare sono state: capacità di costruire  relazioni e competenze organizzative.

3. Quando sei entrato in contatto con Assif per la prima volta e cosa vuol dire per te far parte dell'Associazione Italiana Fundraiser?

Faccio parte di ASSIF dal 2017. Far parte di quest’associazione per chi svolge questa professione è fondamentale. Qui c’è la possibilità di confrontarsi con tanti colleghi, di migliorarsi sempre di più e soprattutto si trova tantissima forza nei momenti in cui magari le tue raccolte fondi non vanno proprio come vorresti.

4. Che consigli daresti ad un giovane che vorrebbe intraprendere la carriera del fundraising?

Tantissima pratica sicuramente, se si ha la fortuna come l’ho avuta al fianco di un fundraiser esperto, ma anche tanto studio. Grazie ad ASSIF si possono frequentare dei corsi validissimi e ampliare le proprie conoscenze sempre di più.

5. Dove porteresti a cena un major donor?

Sicuramente in uno dei tanti ristoranti sul mare che ci sono a Palermo, davanti a dell’ottimo cibo ed un panorama mozzafiato sono sicura che riuscirei ad ottenere ancora  di più per l’associazione che tanto ci sta a cuore.

6. A causa dell'emergenza Coronavirus, abbiamo affrontato nuove sfide e grandi cambiamenti dal punto di vista professionale. Quali difficoltà hai riscontrato lavorando con le organizzazione del non profit e come hai affrontato questo periodo?

Io sono una consulente e spesso le organizzazioni che seguo mi hanno chiesto di organizzare degli eventi per raccogliere fondi. Ovviamente tutti gli eventi sono stati annullati. Riconvertire le raccolte fondi che solitamente facevano con gli eventi in altro non è stato semplicissimo soprattutto quando devi parlare ad un direttivo che non è proprio di larghe vedute.

7. Dì una cosa nel dialetto della tua regione a tutti i fundraiser?

Dissi lu surci a la nuci: dammi tempu chi ti perciu.

Disse il topo alla noce: dammi tempo che ti buco!  Come un topo che per bucare una noce ha bisogno di tempo, nella vita spesso bisogna aver pazienza e non arrendersi mai, anche nelle situazioni più difficili, fino a quando non viene raggiunto l'obiettivo prefissato.

Nadia La Torre 

 

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“A tu per tu con il socio ASSIF” 

Dietro ad ogni socio ASSIF, c’è un fundraiser con tante storie da raccontare e, anche stavolta, le storie raddoppiano.

Ecco Claudia Tringali e Nicol Gastaldello, le nuove referenti di ASSIF Triveneto che credono molto nell'empatia! Siamo molto felici di presentarvele.

1. La professione di fundraiser, una scelta o un caso?

Claudia: Un mix in verità. In una delle mie prime esperienze ero a Nairobi e lavoravo ad un progetto per il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione di una slum, con delle ricadute tangibili e importanti ma vacillava dal punto di vista economico. Insomma, ottime idee, ma niente fondi quindi ho iniziato ad esplorare il mondo del fundraising e ho scoperto che mi piaceva molto più della progettazione e della scrittura dei bandi, ma mentre iniziavo a fare fundraising, non sapevo nemmeno che il mio lavoro avesse un nome preciso!

Nicol: Inizia per caso e diventa una scelta. Ho sentito la prima volta parlare di fundraising nel 2015. Rientravo dal mio anno di servizio civile internazionale nel nordest del Brasile e mentre facevo chiarezza sulle le mie intenzioni (ripartire o non ripartire?) e ho deciso di saperne di più sulle attività di raccolta fondi che mi ero trovata più o meno coscientemente a svolgere nei mesi precedenti. Tutto è stato molto lineare e facile. Sono rientrata un mercoledì sera e il lunedì della settimana successiva a Padova iniziavo il corso intensivo di “Comunicazione e fundraising per il non profit”. Fatalità. Dopo il corso il primo stage come fundraiser. Inevitabile. Da quel momento la professione della fundraiser è diventata una scelta.

2. Quali sono secondo te le skills più richieste nella professione di fundraiser?

Claudia: L’empatia e la positività, è importante riuscire a sintonizzarsi sul canale giusto per gestire bene una relazione e trovare l’elemento positivo anche davanti ad un problema, insomma vedere opportunità e non difficoltà.

Nicol: A mio parere è importate coltivare l’empatia, avere chiaro il proprio ruolo e le proprie mansioni, saper coinvolgere e delegare.

3. Quando sei entrato in contatto con Assif per la prima volta e cosa vuol dire per te far parte dell'Associazione Italiana Fundraiser?

Claudia: Mi sono interfacciata con ASSIF nel 2016, se non ricordo male, grazie ad un’amica che me ne ha parlato, perché sentivo il bisogno di confrontarmi con altri professionisti e trovare uno spazio di crescita professionale.

Nicol: La mia prima volta con Assif è stato un evento in-formativo sul crowdfunding ad Abano Terme. Era nel 2016. Ho trovato l’evento molto ben organizzato, con relatrici schiette e preparate. La cosa nuova, a pochi mesi dall’avvio del mio percorso di fundraiser, era confrontarmi con persone esperte, colleghi, altre persone che consapevolmente e in maniera strutturata di occupavano di fundraising.  E poi c’è stato il pranzo. Il mio momento “a tu per tu” con il fundraiser in cui mi sono lanciata con domande, dubbi, confronti sulla professione del fundraiser.ed Assif (le vittime in quell’occasione sono state Lisa Vacca e Marianna Martinoni). Assif per me in questo momento vuol dire proprio questo, confronto, schiettezza, identità.

4. Che consigli daresti ad un giovane che vorrebbe intraprendere la carriera del fundraising?

Claudia: Consiglierei di avere sempre una visione aperta sulle cose e di fare un’esperienza nel mondo profit, soprattutto per imparare a gestire relazioni e processi complessi, ma anche per imparare qualche tecnica di marketing e customer care, da rimodulare poi nel mondo non profit

Nicol: A quest* giovane direi di curare la propria formazione e la pratica sul campo. Se ancora non ha le idee chiare, gli/le direi di sperimentare il più possibile, con varie organizzazioni (per dimensione e causa) e di darsi obiettivi e tempi. Ovviamente suggerirei di iscriversi ad Assif, per tutti i motivi di cui sopra :-)

5. Dove porteresti a cena un major donor?

Claudia: Domanda complessa. Dipende da chi è il major donor. Ad esempio, se fosse astemio, opterei per un caffè in mattinata 😉 Battute a parte, è importante fargli conoscere da vicino la causa che sta sostenendo e soprattutto i risultati ottenuti grazie a lui, quindi lo porterei in sede o in una situazione che lo metta il più vicino possibile ai beneficiari.

Nicol: Ci ho pensato e ripensato, ma non mi viene in mente niente di appropriato, sarà perchè al momento non ho un major donor da portare a cena? Facciamo che ve lo farò sapere appena avrò l’occasione di portarne uno. Intanto vi posso dire con chi l* porterei. Se possibile, cercherei di coinvolgere le persone che vivono il cambiamento generato dalla sua donazione.

6. A causa dell'emergenza Corona virus, abbiamo affrontato nuove sfide e grandi cambiamenti dal punto di vista professionale. Quali difficoltà hai riscontrato lavorando con le organizzazione del non profit e come hai affrontato questo periodo?

Claudia: Io in quel periodo ero in un periodo di passaggio tra un’associazione e l’altra, due mondi completamente differenti e devo dire che un rallentamento dei ritmi mi è stato utile per mettere a fuoco le necessità e partire in una nuova realtà carica di energia. Inoltre mi ha dato l’opportunità di approfondire le mie conoscenze del mondo digital e di conseguenza di potenziare i canali digitali dell’associazione, che altrimenti avremmo trascurato. Poi durante il lockdown ho partecipato alla task force di fundraiser che hanno supportato le raccolte fondi per l’emergenza sanitaria, un’esperienza eccezionale dal punto di vista umano e professionale.

Nicol: Le difficoltà sono state diverse, dal riprogrammare le attività in tempi brevi, al trovarsi a rincorrere i cambiamenti, ma anche, più banalmente, nella gestione delle relazioni a distanza, senza potersi incontrare (e magari darsi una pacca sulla spalla), gestire, per uno staff molto piccolo e in fase di rodaggio, la mole di lavoro generata da una campagna emergenza. Essendo ancora viva l’incertezza resta un po’ di timidezza nell’affidarsi alla programmazione, anche prevedendo possibili alternative. Anche in questo periodo è stato importante il confronto e la condivisione con i colleghi.

7. Dì una cosa nel dialetto della tua regione a tutti i fundraiser?

Claudia: "Descanta bauchi, sveia macachi", che sta un po’ per “sbagliando si impara”, ma che mi fa sempre molto ridere!

Nicol: "Xe mejo un “to” che zento “te darò” (non l'ha tradotto, indovinate!).

 CTNicol Gastaldello

 

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“A tu per tu con il socio ASSIF” 

 Dietro ad ogni socio ASSIF, c’è un fundraiser con tante storie da raccontare. Pensate quando i fundraiser sono due!

Francesca Tartarini e Stefano Cignitti sono stati eletti recentemente referenti di ASSIF Lazio, uno dei gruppi regionali più grandi per numero di soci ASSIF - Associazione Italiana Fundraiser e per la presenza di Onp sul territorio. La sfida è grande ma loro sono molto preparati! 

1. La professione di fundraiser, una scelta o un caso?

Francesca: Sicuramente una scelta. Ho lavorato in pubblicità per diversi anni ed ho scoperto il mondo del fundraising quando ho avuto l’opportunità di collaborare con l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù allo sviluppo di alcune campagne di raccolta fondi. Da lì, ho visto la possibilità di realizzare il mio sogno di impegnarmi per il sociale senza perdere tutti gli aspetti positivi legati al mio lavoro e ho deciso di fare del fundraising la mia professione. Venendo dal profit, è stato naturale iniziare con il corporate fundraising, per poi specializzarmi nei lasciti testamentari e nei major donors.

Stefano: Un po’ un caso, un po’ una scelta. Ho una carissima amica che prima si occupava di fundraising per una cooperativa sociale e quando mi parlava del lavoro che faceva, delle attività che organizzava, ne rimanevo affascinato ed alla fine, mi sono accorto mi piaceva. Ho deciso quindi di saperne un po’ di più ed ho cominciato a cercare corsi di formazione…..e il primo approccio con il fundraising è stato un workshop sul database!

2. Quali sono secondo te le skills più richieste nella professione di fundraiser?

Francesca: Il fundraiser è una figura professionale interessante che deve unire competenze di marketing e comunicazione a una serie di qualità imprescindibili, come la passione per la causa, il senso di appartenenza all’organizzazione, l’empatia, l’onestà, l’eticità, unite a delle ottime capacità comunicative e all’attitudine a lavorare per obiettivi. Quello che si richiede è competenza e proattività, desiderio di imparare e consapevolezza della rilevanza che può avere il fundraiser nel rappresentare e dare voce all'associazione.

Stefano: Diverse sono le abilità richieste ad un fundraiser, secondo me quelle più richieste potrebbero essere:

    • Passione, che serve per svolgere questa professione affascinante, ed allo stesso tempo complicata;
    • Caparbietà, quella giusta ostinazione per non farsi scoraggiare dopo qualche battuta di arresto;
    • Creatività, innovare e rinnovarsi in un mondo in continua evoluzione;
    • Intelligenza emotiva, per comprendere i sentimenti e le emozioni degli altri, in questo caso sia dei donatori, sia dei beneficiari delle nostre attività;
    • Proattività, prendere qualche iniziativa in più rispetto a quanto richiesto;
    • Capacità di pianificare e programmare.

3. Quando sei entrato in contatto con Assif per la prima volta e cosa vuol dire per te far parte dell'Associazione Italiana Fundraiser?

Francesca: Sono entrata in Assif circa dieci anni fa, praticamente all’inizio del mio percorso come fundraiser. Negli ultimi tempi, ho assistito a una grande crescita dell’associazione, di pari passo con quella della nostra professione, e io stessa ho deciso di partecipare in maniera più attiva. Assif ha il gran pregio di offrire una visuale molto ampia del mondo non profit, perché riunisce le diverse professionalità all'interno del fundraising e tante realtà, dalle ONG internazionali alle piccole associazioni. E' una rete indispensabile dove poter trovare opportunità di confronto e anche relazioni personali molto belle con chi condivide la tua scelta di vita. 

Stefano: Ho cominciato a sentir parlare di Assif quando ho cominciato a frequentare i diversi corsi di formazione, quando ho cominciato a seguire le diverse pagine e gruppi di fundraiser. E nel 2017, grazie alla nostra Rosalba Pastena, mi sono iscritto. Per me, far parte di Assif è molto importante. Lavorando in un’organizzazione di medie dimensioni, ma piccola rispetto al fundraising, ho trovato la “mia casa”, un luogo dove trovare amici e professionisti con cui confrontarmi, da cui imparare sempre e crescere professionalmente. E grazie ad Assif ho conosciuto anche il fantastico gruppo del Wineraising!

4. Che consigli daresti ad un giovane che vorrebbe intraprendere la carriera del fundraising?

Francesca: Il mio consiglio è di capire quali sono le nuove tendenze della raccolta fondi e di indirizzarsi verso quelle realtà, non necessariamente di grandi dimensioni, che offrono le maggiori possibilità di crescita in tal senso, meglio ancora se internazionali. Assolutamente consiglio di entrare in Assif, per entrare in contatto con altri fundraiser e sfruttare tutti i vantaggi del network.

Stefano: Prima di tutto di iscriversi ad Assif! Poi di studiare, formarsi, aggiornarsi sempre e confrontarsi continuamente con gli altri professionisti.

5. Dove porteresti a cena un major donor?

Francesca: In genere non do mi per scontato un invito a pranzo o a cena e lascio la scelta al major donor. Può succedere che debba essere io a proporre un invito in particolari occasioni, come quello di un viaggio in un'altra città o l'incontro con una persona chiave dell’associazione. In quel caso, mi preoccupo di trovare una soluzione con cui penso che quel donatore possa trovarsi a suo agio, piacevole ma non eccessiva.

Stefano: Sicuramente lo porterei in un’enoteca. Lo guiderei attraverso la degustazione di diversi vini, dai grandi bianchi ai rossi importanti. Raccontando il lavoro, la cura ,la passione che c’è dietro ogni bottiglia di vino, gli racconterei quanto lavoro, passione e cura c’è nelle attività per i beneficiari dei nostri servizi e quanto sia importante e fondamentale il suo contributo per rendere perfetto l’abbinamento donazione-impatto sui beneficiari.

6. A causa dell'emergenza Corona virus, abbiamo affrontato nuove sfide e grandi cambiamenti dal punto di vista professionale. Quali difficoltà hai riscontrato lavorando con le organizzazione del non profit e come hai affrontato questo periodo?

Francesca: mi occupo di malattie rare e, come per tutti, la sfida più grande per la mia associazione è stata quella di convertirsi rapidamente al digitale, pur non essendo strutturata. Paradossalmente, la straordinarietà di questa situazione ci ha spinto ad acquisire velocemente delle competenze su cui non avremmo investito altrimenti così tanto tempo e risorse. Questo cambio di rotta sta dando dei risultati positivi in termini di visibilità e di coinvolgimento dei donatori. 

Stefano: Il periodo di lockdown è stato molto complicato per noi, rispetto al fundraising. La parte più consistente dei nostri donatori sono abituati ad attività “in presenza”, serate a teatro, partecipazione ad eventi ed altre attività che comunque prevedono un contatto diretto con noi. Siamo stati colti impreparati per passare ad attività digitali e online. Migliorare su questo fronte è la sfida che mi aspetta in questi mesi.

7. Dì una cosa nel dialetto della tua regione a tutti i fundraiser?

La risposta è simile: Daje e daje pure li piccioni se fanno quaie.

Prova e riprova anche i piccioni possono diventare quaglie. In poche parole, il messaggio è di non arrendersi mai…e si torna alla caparbietà di cui sopra.

Francesca Tartarini

 

Stefano Cignitti

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“A tu per tu con il socio ASSIF” 

 Dietro ad ogni socio ASSIF, c’è un fundraiser con tante storie da raccontare.

Antonio Del Prete è il referente di ASSIF Campania e qui ci svela le coincidenze, le amicizie, gli aneddoti dal passato e i benefici di far parte di ASSIF - Associazione Italiana Fundraiser.

1. La professione di fundraiser, una scelta o un caso?

Me la sono andato a cercare a dire il vero... Facevo parte di due organizzazioni che  avevano sempre esigenze/problematiche economiche per svolgere le proprie attività rivolte ai bambini e ragazzi della provincia povera di Caserta. Decisi che dovevo trovare una soluzione a questo problema, e in quel momento, tra il 1999 ed il 2000, che ho iniziato a girare per l’Italia laddove potevo imparare per poi portare gli insegnamenti al sud, la mia terra, dove vivo e lavoro.

2. Quali sono secondo te le skills più richieste nella professione di fundraiser?

Ad un fundraiser si chiede spesso e soprattutto di avere tante competenze tra cui quelle propriamente tecniche, organizzative, di marketing e di relazioni. Tutte devono essere aggiornate con una formazione costante e di livello. Tra queste, nel mio caso di fundraiser che lavora al sud, credo abbiamo molto valore anche le seguenti competenze:  

  • capacità di trasferire alle organizzazioni ed alle persone le tue competenze e conoscenze in materia, proponendoti come fattore di crescita e di sviluppo della stessa organizzazione;
  • umiltà di metterti in gioco sempre, anche se hai tanti anni di esperienza alle spalle nel settore;
  • ascoltare, tanto e bene, quali sono le reali esigenze di coloro che chiedono il tuo aiuto professionale.

3. Quando sei entrato in contatto con Assif per la prima volta e cosa vuol dire per te far parte dell'Associazione Italiana Fundraiser?

A dir la verità era da un po’ di anni che sentivo parlare di ASSIF ai tantissimi corsi di formazione a cui partecipavo, ma solo nel 2015, grazie ad un amica e collega fundraiser, ho deciso di conoscere meglio l'associazione. Così ho iniziato a partecipare alle attività del gruppo regionale Campania e poi alle attività del nazionale.

Far parte di ASSIF, oggi, vuol dire far parte di una grande famiglia che insieme a te condivide il tuo lavoro e tanti dei tuoi problemi e successi. ASSIF è diventata per me inoltre, un’occasione di forte crescita professionale, umana e di coesione in un territorio dove il fundraising stenta a decollare come in altre parti del paese.

4. Che consigli daresti ad un giovane che vorrebbe intraprendere la carriera del fundraising?

Di avere prima di tutto una forte passione per quello che facciamo e per chi lo facciamo ed un forte rispetto per il settore. Bisogna studiare, formarsi, aggiornarsi e cercarsi opportunità concrete e vere a carattere esperienziale, laddove esistono. Certo, qui al sud è un pò più difficile, come detto, incentivare la professione del fundraiser , ma bellissime realtà ci sono e vanno cercate. Poi si sceglie.

5. Dove porteresti a cena un major donor?

Beh senza alcun dubbio al centro storico di Napoli. Credo sia il più ricco d’Europa sia in termini artistico- culturali ma anche a livello di iniziative ed attività solidali per persone in difficoltà, nate dalla volontà di tantissimi donatori che hanno reso possibile progetti in contesti degradati e difficili che oggi si sono trasformati in luoghi di alto livello. Un giro, quindi, al centro storico per ammirare come arte e cultura assieme possano essere il collante per la rinascita di arti, mestieri e professioni locali. Una bella cena con piatti tipici locali per completare la serata.

6. A causa dell'emergenza Corona virus, abbiamo affrontato nuove sfide e grandi cambiamenti dal punto di vista professionale. Quali difficoltà hai riscontrato lavorando con le organizzazione del non profit e come hai affrontato questo periodo?

L’emergenza sanitaria determinata dal Covid-19 ha messo in ginocchio tante realtà del terzo settore al sud. Non eravamo pronti e di conseguenza abbiamo dovuto subito reagire creando e cercando nuove soluzioni. Per questo abbiamo iniziato a lavorare di più e meglio con strumenti online e digitali, ad utilizzare piattaforme specifiche e software utili a compensare un ridotto lavoro frontale, a lavorare anche noi da remoto.
Questo ha però aggiunto valore e competenze alla professione, ed ha trovato riscontro in tutto quello che i fundraisier, durante l’emergenza sanitaria, hanno fatto per i più deboli del nostro paese.

7. Dì una cosa nel dialetto della tua regione a tutti i fundraiser?

"Dicette o pappice vicino a’ noce, ramm’ o tiemp’ ca te spertose" Disse il verme alla noce: dammi tempo che ti perforo. È un modo per dire che con tempo e costanza si raggiungono anche risultati che sembrano impossibili o molto difficili. Allo stesso modo il verme impiega tempo a rompere il guscio della noce, ma poi ne gusta il frutto.

 Antonio Del Prete, referente Campania

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“A tu per tu con il socio ASSIF” 

 Dietro ad ogni socio ASSIF, c’è un fundraiser con tante storie da raccontare.

Mariapiera Forgione è una socia di ASSIF Toscana e da tanti anni supporta il team di Comunicazione dell'associazione, mettendo al servizio di ASSIF le proprie competenze di grafica e creatività.

1. La professione di fundraiser, una scelta o un caso?

All’inizio sicuramente un caso! Appena laureata ho cominciato a lavorare in un’associazione di Siena occupandomi di comunicazione (il mio primo amore). In quell’ambiente, molto poco strutturato, abbiamo dato avvio ad alcune attività di ricerca fondi per rendere sostenibili progetti sociali e culturali. Dalla ricerca di sponsor, alle attività di autofinanziamento o alla partecipazione ai bandi, mi è venuta la voglia di saperne di più sul mondo del fundraising e ho cominciato a formarmi partecipando a diversi corsi in cui ho avuto la fortuna di conoscere persone che fanno ancora oggi parte del mio network professionale. Oggi lavoro con le organizzazioni come consulente sia in ambito comunicazione che fundraising (che spesso vanno a braccetto).

2. Quali sono secondo te le skills più richieste nella professione di fundraiser?

Una bella dose di tenacia e di amore per il proprio lavoro! Ma credo che una delle competenze più importanti sia la capacità di vedere oltre il problema e pensare in modo divergente per trovare le soluzioni più adatte al contesto e poi… una predisposizione a entrare in relazione con gli altri.

3. Quando sei entrato in contatto con Assif per la prima volta e cosa vuol dire per te far parte dell'Associazione Italiana Fundraiser?

Ho conosciuto Assif attraverso colleghi che già erano iscritti. L’idea di far parte di un gruppo mi è sembrata subito importantissima, soprattutto se si lavora da soli. Assif offre una continua possibilità di confrontarsi e di affrontare insieme le sfide che continuamente presenta questo lavoro.

4. Che consigli daresti ad un giovane che vorrebbe intraprendere la carriera del fundraising?

Innanzitutto di iniziare studiare e formarsi (non si finisce mai di imparare), ma anche di entrare subito in contatto con il mondo del Terzo Settore per capirne le enormi potenzialità, ma anche le criticità intrinseche. Seguire i gruppi facebook, i portali dedicati e, in questo periodo, le dirette e i webinar con i fundraiser. E poi, iscriversi ad Assif e partecipare alle attività dei gruppi territoriali, confrontarsi con chi già fa questo lavoro e non aver paura di chiedere un consiglio a chi ha più esperienza.

5. Dove porteresti a cena un major donor?

Sicuramente negli spazi dell’organizzazione insieme ai beneficiari: a qualsiasi livello penso sia importante condividere con i donatori uno spazio, un’atmosfera, una sensazione. Ad esempio, la cena con gli artisti e il pubblico dopo lo spettacolo sono l’occasione migliore per far sentire il donatore parte dell’organizzazione.

6. Dì una cosa nel dialetto della tua regione a tutti i fundraiser?

Vivo da tanto tempo in Toscana, ma sono Campana e, quando si parla di dialetto, torno subito alle mie origini: Dicette ’o pappecio vicino ’a noce: damme ’o tiempo ca te spertoso. Con pazienza e tenacia si può raggiungere qualsiasi scopo.

 Mariapiera

A cura di Eleonora Mancinotti, socia ASSIF

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“A tu per tu con il socio ASSIF” 

 Dietro ad ogni socio ASSIF, c’è un fundraiser con tante storie da raccontare.

Oggi vi presentiamo Valentina De Luca, referente di ASSIF Marche che da volontaria di una Onp si è appassionata al fundraising tanto da trasformarlo nella sua profesisone.

1. La professione di fundraiser, una scelta o un caso?

Per caso mi sono appassionata al lavoro del fundraiser quando ho iniziato a svolge attività di volontariato, durante l'ultimo anno di università, in una non profit a Perugia. Mai avrei pensato che nella mia vita sarei riuscita a tirare fuori quella determinazioneintraprendenza che sentivo di avere dentro di me. Ero una semplice volontaria, impegnata nella raccolta fondi attraverso la pratica del face to face. Per me era un mondo nuovo, ma che mi entusiasmava e incuriosiva tanto. Una delle parole ricorrenti nelle mie giornate di volontariato era “GRAZIE”, dai volontari, persone che condividevano con me del tempo per aiutare i beneficiari dell'organizzazione, dalle persone che nè usufruivano del servizio, e poi, il “grazie” detto dai donatori; quelle persone straordinarie che non smettevano di ringraziarmi perché ero il ponte tra loro e i beneficiari. È iniziata così la mia storia d'amore per il fundraising

2. Quali sono secondo te le skills più richieste nella professione di fundraiser?

L'indole di un fundraiser deve essere la determinazione, deve avere la capacità di programmare e pianificare le attività di raccolta fondi nella propria organizzazione, tenendo conto di tutte le problematiche che si possono incontrare. Il lavoro di un fundraiser è faticoso come scalare una montagna, ma quando si arriva in cima ti godi il panorama e non si pensa più a tutta la fatica fatta per arrivarci.

3. Quando sei entrato in contatto con Assif per la prima volta e cosa vuol dire per te far parte dell'Associazione Italiana Fundraiser?

Per i fundraiser è fondamentale il confronto e la condivisione di buone pratiche. Assif per me è sinonimo di famiglia, quella famiglia fatta di tanti professionisti con la passione per il proprio lavoro e la voglia di condividere e sperimentare. Sono socia Assif da circa 3 anni, per me è un punto di riferimento costante, grazie ad Assif continuo ad aggiornarmi, confrontarmi con i colleghi e crescere professionalmente in questo lavoro.

4. Che consigli daresti ad un giovane che vorrebbe intraprendere la carriera del fundraising?

Non lasciarti intimorire da chi dice che questo è un lavoro faticoso e in parte anche difficile, perché il lavoro del fundraiser è il lavoro più bello del mondo. Sì, bisogna studiare tanto, aggiornarsi continuamente, affrontare sfide che mai avresti pensato di affrontare, ma il bello di essere un fundraiser è proprio questo, scoprire ogni giorno una qualità diversa del tuo carattere, scoprire di essere più forte e di non aver paura. Ecco, non aver paura di sperimentare, di chiedere, di provare a fare, il fundraising è un continuo test. Il mio consiglio più grande è quello di non aver paura di sbagliare, tutti sbagliamo qualcosa nella vita, ma lo sbaglio più grande è quello di non provare a fare qualcosa che si vorrebbe fare.

5. Dove porteresti a cena un major donor?

Lo porterei a cena con i beneficiari dell'organizzazione, non esiste cosa più bella che far sentire il donatore in famiglia.

6. Dì una cosa nel dialetto della tua regione a tutti i fundraiser?

Il sangue che scorre nelle vene è salentino, quindi “Cu tuttu lu core”, cioè “ con tutto il cuore”, che è il modo in cui svolgo il mio lavoro ogni giorno.

7. A causa dell'emergenza corona virus, stiamo vivendo un momento di grande cambiamento e ri-progettazione del nostro lavoro di fundraiser. Tu come la stai vivendo, cosa è cambiato e cosa consiglieresti di fare ad un giovane collega che magari non ha mai affrontato "il piano B"?

Come dicevo prima, l'indole del fundraiser deve anche essere quella di saper pianificare le sue strategie tenendo conto di tutti i possibili intoppi, certo, una pandemia nessuno l'aveva preventivata. Importante è non fermarsi, rimodulare le attività e continuare a chiedere, a comunicare come ci si è dovuti re-inventare e come questa emergenza ha cambiato tutte le strategie di raccolta fondi. Questo è ciò che ho dovuto fare con la cooperativa sociale per cui lavoro, non ci siamo fermati, adesso stiamo ripartendo con nuovi progetti, adeguandoli al periodo storico che stiamo vivendo.

Valentina De Luca Marche

A cura di Eleonora Mancinotti, socia ASSIF

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“A tu per tu con il socio ASSIF” 

 Dietro ad ogni socio ASSIF, c’è un fundraiser con tante storie da raccontare.

Oggi vi presentiamo Fabio Pasiani, referente di ASSIF Lombardia che da oltre dieci anni si occupa di fundraising, questo “mix straordinario di ragione e sentimento”, e che sta vivendo questa emergenza proprio nella regione più colpita dal COVID-19.

1. La professione di fundraiser, una scelta o un caso?

Ho cominciato a capire che il fundraising poteva essere la mia strada quando per produrre gli spettacoli della compagnia che avevo fondato a Venezia ho trovato risorse da bandi e da un crowdfunding ante litteram. E’ da lì che ho cominciato a studiare, a maturare le esperienze e le scelte che mi hanno portato oggi a dare il mio contributo in Fondazione Renato Piatti (che si occupa di persone con disabilità e autismo a Varese e Milano) come responsabile individui e a vivere questa sfida pazzesca della raccolta fondi durante il lockdown.

2. Quali sono secondo te le skills più richieste nella professione di fundraiser?

La capacità di pianificare e programmare le attività di raccolta fondi ancorandosi ai numeri e alla realtà della propria ONP, intravedere linee di sviluppo concrete, tenere una salda connessione con la prima linea dei servizi, lì dove il dono ha un impatto trasformativo sul mondo. Perché è questo quello per cui lavoriamo: un mondo migliore di questo.

3. Quando sei entrato in contatto con Assif per la prima volta e cosa vuol dire per te far parte dell'Associazione Italiana Fundraiser?

Circa dieci anni fa ho cominciato a frequentare gli eventi e da subito ho trovato grande valore aggiunto nella rete di relazioni che ho potuto creare. Negli anni è stato un punto di riferimento per aggiornarmi e per confrontarmi con i colleghi sui dubbi e le criticità che ho affrontato come fundraiser. Oggi per me essere socio Assif vuol dire contribuire a far crescere l’associazione che in Italia rappresenta la nostra professione per far sì che possa contare sempre di più in un momento in cui il Paese e il mondo stanno attraversando una prova drammatica e quindi il ruolo del fundraiser è sempre più cruciale.

4. Che consigli daresti ad un giovane che vorrebbe intraprendere la carriera del fundraising?

Studia, guarda come funzionano le campagne della tua ONP preferita, fai volontariato, quando sarà possibile partecipa alle campagne di piazza di qualche ONP del tuo territorio: il fundraiser è un mix straordinario di ragione e sentimento.

5. Dove porteresti a cena un major donor?

Lo porterei ad una cena con le famiglie degli ospiti di un centro di Fondazione Piatti, quando le famiglie e le persone con disabilità condividono con gli operatori una serata come una grande famiglia. Perché anche lui o lei possano sentirsi parte di quella famiglia.

6. Dì una cosa nel dialetto della tua regione a tutti i fundraiser?

Vivo in Lombardia quindi direi “Milan col coeur in man” che vuol dire “Milano con il cuore in mano” per ricordarci che è al cuore delle persone, alla loro umanità, al loro sistema di valori che dobbiamo connetterci prima di chiedere una donazione.

7. A causa dell'emergenza corona virus, stiamo vivendo un momento di grande cambiamento e ri-progettazione del nostro lavoro di fundraiser. Tu come la stai vivendo, cosa è cambiato e cosa consiglieresti di fare ad un giovane collega che magari non ha mai affrontato "il piano B"?

Io stesso non avevo un piano B a fine febbraio. Come tutti oggi lavoro da casa, sento i miei colleghi in videocall, faccio molte più telefonate di prima. In Fondazione Piatti abbiamo servizi residenziali per persone con disabilità quindi abbiamo dovuto mettere a regime in tempo zero protocolli di sicurezza sanitaria con acquisto massivo dei Dispositivi di Protezione Individuali che tutti abbiamo imparato a conoscere: mascherine, tute, guanti, termometri, occhiali protettivi. Ovviamente sono spese che non erano previste a bilancio.Quindi ho messo su una campagna di crowdfunding sul sito di Fondazione Piatti e ho orientato lì tutto quello che ho potuto: ho inserito un appello speciale nella lettera che ormai era già pronta, ho mandato SMS e preparato una mini campagna di email marketing

Io e i miei colleghi abbiamo intensificato il donor care inteso come ringraziamento del sostegno e aggiunto una domanda d’oro: “Come stai?” Stiamo tutti vivendo un momento unico, viviamolo insieme ai nostri donatori, gli farà piacere che ci ricordiamo di loro, che ci interessiamo a come stanno, che gli facciamo sapere come vanno le attività che hanno sostenuto e se qualcosa è cambiato per noi. Molti hanno deciso di sostenerci ancora. I grandi donatori stanno facendo la differenza in termini di raccolto assoluto ma sono davvero tanti i donatori che si sono riattivati dopo anni di dormienza. Quindi i consigli sono: mantenere un contatto diretto con la direzione per sapere cosa cambia in tempo reale, razionalizzare gli investimenti ma non fermarsi aspettando che la buriana sia passata, perché non passerà velocemente, mettere in piedi una campagna digital per piccola che sia, tenere la relazione con i donatori più stretti, chiamarli, scrivergli mail personali, aggiornarli su quello che sta succedendo nella vostra ONP. 

Per adesso stiamo a casa e speriamo di poter presto tornare a vederci di persona.

Fabio Pasiani

A cura di Eleonora Mancinotti, socia ASSIF

 

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