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“A tu per tu con il socio ASSIF” 

Dietro ad ogni socio ASSIF, c’è un fundraiser con tante storie da raccontare. Stavolta la storia è lunga, molto bella e a raccontarcela è Susanna Stefanoni, fundraiser, consulente e delegata ASSIF per i gruppi regionali, esperta di dono, di comunità e di tanto altro che scopriremo in questa intervista.

1. La professione di fundraiser, una scelta o un caso?

Decisamente una scelta, forse per un caso fortunato…Ho sempre pensato che siamo al mondo per cambiare, a volte anche radicalmente, seguendo quello che la vita ci porta incontro. Per me trovare e intraprendere questa professione ha significato “chiudere un cerchio”: mi ha permesso di coniugare la vita lavorativa con le scelte personali e di dare un nuovo significato al mio agire.

2. Quali sono secondo te le skills più richieste nella professione di fundraiser?

Innumerevoli, ma credo poco efficaci se non sono governate dal vecchio e sano Buon Senso, grande assente di quest’epoca bizzarra.

3. Quando sei entrato in contatto con Assif per la prima volta e cosa vuol dire per te far parte dell'Associazione Italiana Fundraiser?

Nel 2010, e ho pensato che un fundraiser non può che farne parte.

4. Che consigli daresti ad un giovane che vorrebbe intraprendere la carriera del fundraising?

Cerca bene, a fondo, quale è adesso (perché può cambiare col tempo) la tua mission personale e trova il modo di metterti al suo servizio.

5. Dove porteresti a cena un major donor?

Dipende da quello che piace a lui, io di solito non ceno!

6. A causa dell'emergenza Coronavirus, abbiamo affrontato nuove sfide e grandi cambiamenti dal punto di vista professionale. Quali difficoltà hai riscontrato lavorando con le organizzazione del non profit e come hai affrontato questo periodo?

Bisogna imparare a stare con quel che c’è, quando c’è; d’altronde l’impermanenza è una delle poche certezze della vita…Il faro rimane comunque sempre quello: a fronte di tutto ciò che imprevedibilmente accade, che cosa contribuisce a perseguire la mission? E cercare di sceglierlo

7. Dì una cosa nel dialetto della tua regione a tutti i fundraiser?

“Cinq ghei püsee, ma ross”. Cinque centesimi in più, ma rosso (cioè, meglio investire qualcosa in più, ma cercare la qualità)

susanna stefanoni1 2 

 

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“A tu per tu con il socio ASSIF” 

Dietro ad ogni socio ASSIF, c’è un fundraiser con tante storie da raccontare e questa è certamente un'intervista speciale perché Simona Biancu, fundraiser, consulente e vicepresidente ASSIF con delega all'Europa e Internazionalizzazione è considerata una delle maggiori esperte di fundraising e filantropia nel nostro settore. E non solo in Italia!

1. La professione di fundraiser, una scelta o un caso?

Un caso, e poi una scelta. Sono approdata a questa professione arrivando da una esperienza di 7 anni in Università, prima come Responsabile delle Risorse Umane e poi occupandomi di sviluppo delle relazioni corporate, in particolare con riferimento a raccolta fondi per borse di studio e placement per gli studenti. In quel momento ho scoperto che quello che facevo si chiamava fundraising. Successivamente mi sono occupata anche dell’Associazione ex allievi dell’Ateneo per il quale lavoravo e, nel frattempo, ho frequentato il Master in fundraising a Forlì. Dopo qualche anno, in cui avevo portato avanti in parallelo anche qualche piccola consulenza e formazione, ho deciso di fondare la mia società, ENGAGEDin, e di fare la consulente e formatrice a tempo pieno.

Un caso, dunque, che però è arrivato al momento giusto, nel modo giusto, con le persone giuste … sarà che la regola del “giusto x 6” di Hank Rosso vale per la vita in generale e non solo come tecnica professionale? Ho una grande passione per quello che faccio; anche nelle giornate più complicate non ho mai pensato, neppure per un secondo, di cambiare professione. C’è un filo rosso che lega il mio modo di pensare, vivere, approcciare il mondo e il lavoro che ho scelto di fare, e l’armonia tra i due aspetti è un tratto fondamentale della mia vita

2. Quali sono secondo te le skills più richieste nella professione di fundraiser?

Oltre a quelle tecniche, su cui non mi soffermo perché sono la base di partenza, a mio parere occorre tirare fuori la personalità. Interpretare, cioè, le strategie, le campagne, le azioni a partire anche da una propria visione personale che tenga insieme gli obiettivi dell’organizzazione e il proprio modo di “leggerli”. La dedizione, sicuramente, e la passione. Anche la capacità di restare focalizzati sulla mission, trovando il modo più adatto per raccontarla e coinvolgere e così ispirare i donatori a sostenerla, è una capacità che trovo fondamentale per un fundraiser. E, ultima ma non ultima, la capacità di leggere i contesti, di unire i puntini: questo è un punto che ripeto spesso e che trovo cruciale; senza questa capacità di “stare nel mondo” vedo molto difficile vivere appieno una professione di questo tipo.

3. Quando sei entrato in contatto con Assif per la prima volta e cosa vuol dire per te far parte dell'Associazione Italiana Fundraiser?

Sono una socia ASSIF da molti anni, sin dal 2012. Farne parte per me vuol dire avere un luogo di connessione con chi, quotidianamente, vive lo stesso tipo di contesto professionale, ciascuno a partire da esperienze e realtà differenti. E’ un’organizzazione in cui credo molto e in cui mi impegno, tutti i giorni. Occuparsi di fundraising è spesso molto sfidante, mette di fronte a dubbi (per fortuna!) e necessità di ripensare partendo da punti di vista diversi, a volte isola. Il confronto è importante, permette di apprendere e stabilire relazioni che diventano una rete fondamentale.

4. Che consigli daresti ad un giovane che vorrebbe intraprendere la carriera del fundraising?

Coltivare la curiosità in maniera autentica, a partire dai propri interessi e passioni, e nutrirla con lo studio e l’approfondimento. Non fermarsi alla superficie delle cose è il modo migliore, a mio parere, per migliorarsi costantemente e cogliere le opportunità.

5. Dove porteresti a cena un major donor?

Se scegliessi io penserei ad un posto in collina – nel Monferrato, dove vivo, ci sono dei luoghi magnifici – tranquillo, senza troppe gente intorno, per un aperitivo…perché l’ora del tramonto è quella che, in assoluto, mi è più congeniale e mi piacciono molto le serate che iniziano prima di cena e vanno avanti a lungo, rilassate. Ma mi adatto e, senza alcun problema, lascerei scegliere a lui o lei. Tra i posti meno comuni in cui ho incontrato dei major donors c’è stato un castello – in realtà era il castello di proprietà di queste persone. E’ stata un’esperienza diversa dal solito, in una cornice…originale!

6. A causa dell'emergenza Coronavirus, abbiamo affrontato nuove sfide e grandi cambiamenti dal punto di vista professionale. Quali difficoltà hai riscontrato lavorando con le organizzazione del non profit e come hai affrontato questo periodo?

Passare da una vita costantemente in viaggio ad una totale stanzialità avrebbe potuto essere un cambiamento difficile da gestire. E invece, perlomeno nel mio caso, tutto è avvenuto in modo piuttosto naturale e veloce. Non ho mai smesso di lavorare, a parte i primi 2 o 3 giorni del lockdown, perché le organizzazioni con cui collaboravo e ho collaborato durante tutto questo periodo sono cambiate anche loro, repentinamente come ho fatto io, traslando online quello che fino a pochi giorni prima facevamo in presenza. Non ho avuto particolari difficoltà e, ad essere sincera, ho la sensazione che in molto fossimo pronti per un cambiamento del genere, per quanto nessuno si aspettasse una causa così…incredibile (nel senso che, a pensarci razionalmente, trovo che sia ancora difficile da realizzare tutto quello che è accaduto).

Certo, questo ha richiesto una disponibilità di tutti al cambiamento, e non è statop sempre facile. Ricordo quando abbiamo dovuto riprogettare la struttura di tutta la formazione per renderla un’esperienza fruibile in maniera efficace e piacevole anche attraverso le piattaforme: dopo un primo momento di “non ce la faremo mai a rivedere tutto” ci siamo messi al lavoro e abbiamo guardato al tema da un punto di vista diverso. E non è stato affatto male, ogni tanto bisognerebbe farlo a prescindere. Ho affrontato il periodo della pandemia cercando di essere prudente e rispettosa di tutte le regole (ma è una cosa che faccio sempre!), con calma e praticando l’ascolto attivo non solo degli altri ma anche di me stessa. E continuando a coltivare quello che mi piace fare, seppure da dietro uno schermo.

7. Dì una cosa nel dialetto della tua regione a tutti i fundraiser?

Questa domanda è difficilissima! La mia famiglia è originaria di luoghi diversi del nostro Paese, non abbiamo mai parlato dialetto e non sono sicura di conoscerne sufficientemente bene nessuno. Però, dai, ci provo e dico una cosa in dialetto barese, che è la mia terra di origine: Bèlle bbèlle! (significa non avere fretta, che poi è un atteggiamento che cerco di avere nelle relazioni professionali e personali)

Simona B2 

 

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“A tu per tu con il socio ASSIF” 

Dietro ad ogni socio ASSIF, c’è un fundraiser con tante storie da raccontare. Abbiamo pensato che, dopo un anno dall'elezione del nuovo Consiglio Direttivo, fosse importante conoscere più da vicino le consigliere e i consiglieri votati dalle socie e dai soci ASSIF: iniziamo quindi con Elena Quagliardi, eletta nel 2017 già nel precedente mandato, in ASSIF ricopre da allora il ruolo di vicepresidente e consigliera con delega alla Comunicazione.  

1. La professione di fundraiser, una scelta o un caso?

All’inizio un po’ un caso e un… “io intanto mando il CV e vediamo che succede” ma poi è stato amore!

2. Quali sono secondo te le skills più richieste nella professione di fundraiser?

Tantissime ma qui vorrei solo ricordarne due: organizzazione e rispetto. L’organizzazione è importantissima per fare un lavoro come il nostro in cui tutto deve incastrarsi alla perfezione e in tempi (e budget) ben precisi; il rispetto credo sia il punto di partenza fondamentale sia nei confronti dei donatori sia nei confronti dei beneficiari di cui molto spesso raccontiamo le storie.

3. Quando sei entrato in contatto con Assif per la prima volta e cosa vuol dire per te far parte dell'Associazione Italiana Fundraiser?

Nella mia organizzazione ne avevo già sentito parlare e c’erano già alcuni soci ma il mio primo contatto diretto e personale con dei rappresentati dell’Associazione è stato con Livia Accorroni e Luciano Zanin (all’epoca rispettivamente referente del gruppo Assif Marche e Presidente). Oggi essere parte di Assif vuol dire fare rete, conoscere tante belle persone e anche un grande impegno per far crescere sempre di più i fundraiser e il fundraising.

4. Che consigli daresti ad un giovane che vorrebbe intraprendere la carriera del fundraising?

Studia e formati ma allo stesso tempo fai tanta pratica, “sporcati le mani”, guarda con attenzione tutto quello che succede intorno a te e non aver paura di chiedere a chi ha qualche anno (e capello bianco) in più… uno dei nostri punti di forza è proprio la condivisione. E soprattutto: mettici passione!

5. Dove porteresti a cena un major donor?

Dove vuole lei o lui… così si sente a proprio agio (e mettiamo in pratica il famoso donatore al centro! :-).

6. A causa dell'emergenza Coronavirus, abbiamo affrontato nuove sfide e grandi cambiamenti dal punto di vista professionale. Quali difficoltà hai riscontrato lavorando con le organizzazione del non profit e come hai affrontato questo periodo?

È stata una grande sfida ma credo ne stiamo uscendo a testa alta… secondo me, soprattutto nella prima fase che io ho soprannominato di “always working” e non smartworking perché costantemente connessi tra video call, telefonate, email, WA, ecc. abbiamo lavorato tutti molto di più per riorganizzare le attività e non far mancare il sostegno alle nostre cause. Come tutte le crisi ha accelerato dei cambiamenti che altrimenti avrebbero richiesto molto più tempo e ha evidenziato con forza quanto sia importante differenziare, fare squadra ed essere pronti a reagire.

7. Dì una cosa nel dialetto della tua regione a tutti i fundraiser?

Non so se sia proprio delle Marche o se sia abbastanza trasversale in tutta Italia, comunque uno dei mei detti preferiti espresso usando il mio dialetto è sicuramente “a discore n’è fadiga!” . .. serve la traduzione?

Elena Quagliardi 

 

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“A tu per tu con il socio ASSIF” 

Dietro ad ogni socio ASSIF, c’è un fundraiser con tante storie da raccontare. L’intervista che vi proponiamo oggi è quella di Elena Di Stefano, nuova referente di ASSIF Abruzzo, un nuovo gruppo territoriale da lei fortemente voluto ed esperta di progettazione.

1. La professione di fundraiser, una scelta o un caso?

Destino! Gli enti del terzo settore rivestono un ruolo fondamentale nel tessuto sociale, supportano spesso le categorie più deboli e ahimè spesso sostituiscono lo Stato nell’erogazione dei servizi. In questo contesto il fundraising riveste un ruolo fondamentale perché senza fondi quel supporto concreto e così importante nella società non diverrebbe possibile. Dodici anni fa questa considerazione mi ha portato a scegliere il lavoro che ancora oggi per me è il più bello del mondo!

2. Quali sono secondo te le skills più richieste nella professione di fundraiser?

Sono diverse: problem solving, capacità di negoziazione, lateral thinking, intelligenza emotiva, pensiero critico e proattività, solo per citarne alcune. La professione di fundraising ti dà la possibilità di sviluppare, enfatizzare nella pratica queste competenze ogni giorno.

3. Quando sei entrato in contatto con Assif per la prima volta e cosa vuol dire per te far parte dell'Associazione Italiana Fundraiser?

Quando ho scoperto ASSIF mi sono sentita finalmente a casa! Un luogo in cui vi è la possibilità di essere stimolati continuamente, in cui le parole confronto e sostegno sono all’ordine del giorno; soprattutto un luogo in cui vi sono persone che amano quello che fanno.

4. Che consigli daresti ad un giovane che vorrebbe intraprendere la carriera del fundraising?

Iniziare, senza aver paura di sbagliare o di non essere all’altezza, studiare tanto e favorire in ogni occasione il confronto chiedendo a chi ha più esperienza. Poi, ovvio, consiglio di iscriversi ad ASSIF!

5. Dove porteresti a cena un major donor?

Su uno dei bellissimi Trabocchi presenti sul litorale Abruzzese.

6. A causa dell'emergenza Coronavirus, abbiamo affrontato nuove sfide e grandi cambiamenti dal punto di vista professionale. Quali difficoltà hai riscontrato lavorando con le organizzazione del non profit e come hai affrontato questo periodo?

Dietro ogni difficoltà nasce un’opportunità. È il momento con coraggio di reinventarsi con creatività e spesso il piano B è proprio sotto i nostri occhi. Il consiglio è di osservare bene e non aver paura del cambiamento.

7. Dì una cosa nel dialetto della tua regione a tutti i fundraiser?

Mbare l’arte e mittl da parte”; impara un mestiere, acquisisci una competenza in più e mettila da parte potrà sempre tornare utile!

Elena Di Stefano Abruzzo 

 

Assif Giulierini DEF

OpenMANN, ExtraMANN, MANN For Kids, Father and Son, Festival MANN, ArcheocineMANN, Cultura MANNara. Queste sono alcune delle strade che hanno contribuito alla strategia di audience development (on line ed off line) del più importante museo archeologico del mondo: il MANN, Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Artefice di questo grande cambiamento è Paolo Giulierini, direttore del museo, dal 2015, che sarà nostro graditissimo ospite, sulla pagina fb di ASSIF, il 20 maggio alle 18:00.

Per i napoletani, nonostante la presenza di numerosi altri musei e luoghi d’arte di grande pregio, il MANN era semplicemente “il Museo”, un contenitore di cose antiche, fasti polverosi (e anche noiosi) di un passato lontano, sepolto ancora in parte sotto cenere lavica.

Quando il 1 ottobre del 2015, Paolo Giulierini viene nominato direttore del Museo Archeologico Nazionale di Napoli (inserito nell’elenco dei musei autonomi, a seguito della riforma Franceschini nel dicembre 2014) “il Museo” inizia una nuova vita.

La strategia adottata da Paolo Giulierini, prima ancora che essere di valorizzazione del museo, è una strategia di valorizzazione dei pubblici, che mira a costruire un museo friendly per persone di età e provenienza culturale diversa: vengono riaperti il giardino delle camelie ed il giardino delle fontane che diventano spazi di riposo e quiete, viene riaperta la Sezione Egizia, vengono scoperti dalla moquette i pavimenti di mosaico provenienti dalle lussuose ville pompeiane e si instaurano collaborazioni con i grandi musei all’estero (quella con l’Hermitage culmina in una mostra su Canova)

Contemporaneamente si allestiscono mostre che hanno l’obiettivo di avvicinare pubblici molto diversi. Così accanto all’Ercole farnese e agli eroi dell’antichità troviamo Batman e Joker e, negli anni seguenti, i personaggi di Star Wars con una narrazione sempre attenta a fondere la storia dell’arte antica, l’archeologia classica e la modernità.

Il MANN è divenuto in questi anni il salotto della città, un salotto dove tutti si sentono a proprio agio, perché sentono di essere accolti. Paolo Giulierini è lì ad accogliere tutte e tutti, ad ascoltare i cittadini, le persone, le parti sociali, le associazioni della città a cui mette a disposizione il museo e i grandi artisti che arricchiscono gli eventi.

La fiducia tra la cittadinanza ed il museo si suggella con la pubblicazione del piano strategico triennale, seguito da report annuali pubblici e pubblicati per aggiornare sui traguardi raggiunti anche attraverso i social network e i diversi canali di comunicazione (profili istituzionali e personali, sia del direttore che di molti dipendenti del MANN, costantemente coinvolti nella mission museale.

Anche durante la pandemia che ha colpito l’Italia e il mondo, il MANN è riuscito a raccontarsi e ha aperto le porte ai backstage: i laboratori di restauro, il restauro del mosaico di Alessandro raccontato “tessera per tessera”, l’allestimento di mostre, ecc.

Alla luce di questi cambiamenti e del grande lavoro svolto in questi anni, ci siamo domandati: come si traduce questo coinvolgimento in termini di fundraising? Quali potrebbero essere le linee strategiche per promuovere dono e fundraising anche all’interno del mondo culturale? Quali le leve per coinvolgere e trasformare i “fruitori di cultura” in donatori?

Vi aspettiamo quindi giovedì 20 maggio alle 18:00 in diretta fb, per ascoltare la testimonianza di Paolo Giulierini, insieme ad ASSIF Campania e ai membri del Tavolo del fundraising per la cultura che, con il presidente Nicola Bedogni, dialogheranno poi con lui.

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“A tu per tu con il socio ASSIF” 

Dietro ad ogni socio ASSIF, c’è un fundraiser con tante storie da raccontare. L’intervista che vi proponiamo oggi è quella di Rosa Porro, referente del neo-nato ASSIF Puglia ed esperta di crowdfunding.

1. La professione di fundraiser, una scelta o un caso?

Fin da piccola i miei genitori mi hanno resa partecipe delle loro attività di volontariato e sono cresciuta quindi con l’idea che fare volontariato fosse un gesto naturale. Ho partecipato a tante manifestazioni, progetti e crescendo mi rendevo conto che anche il mondo non profit non poteva fare a meno di progettualità, di organizzarsi e pianificare. Un mio caro amico mi introdusse nel magico mondo del fundraising e da quel giorno iniziai a documentarmi, cercare corsi per poter acquisire le competenze necessarie a intraprendere questa professione.

2. Quali sono secondo te le skills più richieste nella professione di fundraiser?

Un fundraiser deve avere un cocktail di competenze per poter gestire le diverse situazioni che possono crearsi all’interno di un’associazione. Per menzionarne una direi che l’ascolto è peculiare per poter creare sintonia tra associazione e donatori.

3. Quando sei entrato in contatto con Assif per la prima volta e cosa vuol dire per te far parte dell'Associazione Italiana Fundraiser?

Sono entrata in contatto con ASSIF molti anni fa, ho cercato a lungo di creare un humus fertile nella mia terra, la Puglia, dove effettivamente c'è bisogno di fundraiser professionisti e dove l'associazionismo è forte. Mancano tuttavia occasioni di incontro e scambio e ASSIF, oltre ad essere lAssociazione dei fundraiser, è anche un luogo di incontro e condivisione secondo me quindi far parte di questa associazione per me vuol dire essere riconosciuta come professionista, avendo la la possibilità di confrontarmi e crescere con colleghi che amano questo lavoro.

4. Che consigli daresti ad un giovane che vorrebbe intraprendere la carriera del fundraising?

Il mio consiglio può essere uno soltanto, cioè di studiare perché è questo che a mio avviso fa la differenza tra chi si improvvisa fundraiser e chi lo è veramente sperimentandolo sul campo, anche attraverso errori, che sicuramente aiutano a crescere e a formarsi. 

5. Dove porteresti a cena un major donor?

Io sono una sognatrice per cui lo/la porterei in montagna, a cena sotto le stelle.

6. A causa dell'emergenza Coronavirus, abbiamo affrontato nuove sfide e grandi cambiamenti dal punto di vista professionale. Quali difficoltà hai riscontrato lavorando con le organizzazione del non profit e come hai affrontato questo periodo?

Ho immediatamente cercato di strutturare un piano di comunicazione che prevedesse l’utilizzo degli strumenti offerti da web. Fortunatamente ho constato una reazione positiva da parte di donatori e aziende e questo significa che quando si mettono in campo gli strumenti giusti, al momento giusto, ogni sfida può essere affrontata nel migliore dei modi. 

7. Dì una cosa nel dialetto della tua regione a tutti i fundraiser?

Un sincero "Bonavenuta".

Rosa Porro Puglia 

 

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“A tu per tu con il socio ASSIF” 

Dietro ad ogni socio ASSIF, c’è un fundraiser con tante storie da raccontare e Gastone Marchesireferente di ASSIF Emilia Romagna, le sa raccontare talmente bene che leggere la sua intervista vi porterà decisamente in un altro mondo!

1. La professione di fundraiser, una scelta o un caso?

E se dicessi entrambe? Posso? Sono due parole connesse. Dico che Scelta e Caso si sono incontrati per caso, ma hanno scelto poi di danzare insieme. Imbattermi nell’annuncio del Master in Fundraising una mattina di maggio del 2015 potrebbe essere visto come un caso, ma poi quella di iscrivermi alle selezioni e quindi al Master fu una scelta. Questo solo per fare due esempi. In realtà non credo molto al caso… mio punto di vista. Il caso è un differente nome del destino, qualcosa che capita, ma per usare un riferimento decisamente colto, penso a un dialogo tra Phoenix e Andromeda ne I Cavalieri dello Zodiaco, in cui il primo disse al fratello che sebbene alcune cose sembrino prestabilite, gli esseri umani hanno la forza e la possibilità di ribellarsi al fato e cambiare il proprio destino. E qui entra in gioco la scelta. Alla fine preferisco vederla come pezzi di un puzzle che nel tempo si incastrano insieme, componendo un disegno di cui inizialmente non vedi l’intreccio, i colori, la fantasia. Magari i pezzi di questo puzzle si può pensare che te li porti il caso, ma è grazie alle tue scelte che si assemblano; o magari sono strade che si incrociano, un’altra visione che mi piace. Quanto bello sarà quel puzzle poi penso avrà molto a che fare col cuore che ci metti. Quanto curi la tua pianta, il tuo giardino? Dovessi dare un nome ad alcuni pezzi del mio puzzle questi sarebbero la ricerca di una professione in cui mi sentissi realizzato e in cui mi ci ritrovassi; un dramma e poi un lutto importanti vissuti molto da vicino, che a mio modo ho cercato di affrontare al meglio; la volontà di poter contribuire a migliorare la vita di persone che si trovavano, trovano e troveranno ad affrontare un dramma simile; le prime attività nel non profit da volontario e poi consigliere di associazione; la scoperta del Master in Fundraising che fu un po’ come trovarsi dinnanzi al ponte levatoio di un castello, sconosciuto fino a quel momento, come se si ergesse tra la nebbia, per poi entrarvici e scoprire un mondo nuovo. Dal Master quindi le prime esperienze lavorative come fundraiser. Quel castello e quel mondo li sto vivendo da alcuni anni, scoprendoli sempre un pochettino di più e imparando, tanto (non si smette mai di farlo). Quindi “caso” e “scelta” sono arrivati come conseguenze di alcune tappe della mia vita, di strade che si sono incrociate, e la volontà di trovare se stessi.

2. Quali sono secondo te le skills più richieste nella professione di fundraiser?

Una delle bellezze di questa professione penso sia nell’ampia varietà di capacità che un fundraiser deve portare con sé, e sviluppare col tempo. Assolutamente non in ordine di importanza vi metto la capacità di ascoltare, la curiosità per scoprire e formarsi, l’empatia, l’abilità nello scrivere e nel parlare, la precisione e profondità di analisi. Poi vi sono chiaramente competenze specifiche su specifici strumenti di fundraising, ma molte cose si possono apprendere come conseguenza, nel tempo, formandosi. E poi deve avere visione: quel grande saggio che era Vujadin Boskov diceva che “grande giocatore è quello che vede autostrade dove altri solo sentieri”. Vedere cose che altri non vedono, crederci, e avere visione a medio-lungo termine. In ultima battuta, ma ancora non per importanza, la volontà di lasciare il mondo meglio di come l’abbiamo trovato. Forse questa in fondo è quella più importante.

3. Quando sei entrato in contatto con Assif per la prima volta e cosa vuol dire per te far parte dell'Associazione Italiana Fundraiser?

La prima volta che sentii parlare di Assif ricordo che ero in ufficio al Master in Fundraising a Forlì, dove oltre a essere studente ero tutor d’aula. In ufficio quella mattina venne Luciano Zanin, che allora, nel 2016, era Presidente di Assif e che avrei poi avuto come docente alcune settimane a venire. Poi pochi mesi dopo, durante il mio primo Festival del Fundraising vidi lo stand di Assif, mi fermai a chiacchierare e chiedere informazioni, ma non mi iscrissi subito. Sapevo sarebbe stata questione di tempo, ma per scaramanzia volevo prima finire il Master e iniziare almeno la prima esperienza lavorativa da fundraiser. Potrà sembrare stupido, ma pur sapendo di voler fare questo lavoro e di voler far parte di Assif, preferivo solo aspettare un poco. Per l’appunto, dodici mesi dopo, sempre al Festival, mi iscrissi. Sono socio dal 2017 quindi, e trovo sia bellissimo e importante avere un’associazione che riunisce chi è fundraiser, per confrontarsi, crescere come fundraiser sì, ma anche contribuire, ogni socio, a far crescere la professione -e il settore- come visibilità e riconoscimento in modo che siano sempre di meno le occasioni in cui quando rispondi alla domanda «Che lavoro fai?», al tuo interlocutore non compaia il vuoto in volto sentendo «Faccio il fundraiser», ma magari questo gli si illumini perché sa e capisce che il fundraiser è una figata di lavoro. Sono socio Assif in primis perché credo in questo lavoro e voglio portare il mio mattoncino, o granellino di sabbia come dicono in Spagna, affinché la casa dei fundraiser sia sempre più bella. O perché no, se non la casa, il castello di cui sopra.

4. Che consigli daresti ad un giovane che vorrebbe intraprendere la carriera del fundraising?

Se lei/lui, giovane, ha già deciso che vuole intraprendere questa carriera, i primi consigli che darei sarebbero di avere sempre un alto livello di entusiasmo e curiosità, aspetti di un’importanza vitale e propedeutici al secondo consiglio, cioè formarsi e sviluppare conoscenze e competenze, senza improvvisarsi in un lavoro per il quale, come in tante altre professioni, la preparazione è importante, e lo è tanto. Non saprai tutto, ma se hai entusiasmo e curiosità altre cose le impari strada facendo. Arriveranno di conseguenza. E poi come ulteriore conseguenza arriveranno i risultati. La professione di fundraiser racchiude in sé diverse specialità a seconda di cosa un fundraiser faccia nello specifico, ma questo è un aspetto che viene in seguito. Lavorare per una causa in cui si crede può essere un consiglio scontato, ma porta un valore aggiunto fortissimo. Però tenere aperta la mente anche ad altre esperienze può essere determinante. Infine, avere pazienza, il lavoro di semina può essere lungo, e ascoltare e ascoltarci: abbiamo a che fare con le persone in primo luogo. Prendendo spunto dal maestro Ezio Bosso, “un grande musicista non è chi suona più forte, ma chi ascolta di più l’altro e da lì i problemi divengono opportunità”: ecco, abbiamo l’opportunità di essere musicisti facendo diventare queste opportunità soluzioni ai problemi.

5. Dove porteresti a cena un major donor?

Sceglierei un posto accogliente, con un’atmosfera famigliare, informale ma non troppo, curato e -cosa più importante- in cui si mangi molto bene, con grande gentilezza e preparazione delle persone che vi lavorano, e capacità di mettere a proprio agio. Persone che magari già conosco e di cui mi fido, e un posto in cui sentirsi a casa, e si possa chiacchierare bene. Sarebbe un posto in cui ho già mangiato, ma cercherei di capire anche i gusti e le preferenze della persona in questione. Due posti che corrispondono alla descrizione li ho bene in mente e vi sono affezionato, anche se uno, purtroppo, ha chiuso da alcuni anni. Quasi certamente sarebbe un posto o a Bologna o in Romagna, le zone che conosco di più.

6. A causa dell'emergenza Coronavirus, abbiamo affrontato nuove sfide e grandi cambiamenti dal punto di vista professionale. Quali difficoltà hai riscontrato lavorando con le organizzazione del non profit e come hai affrontato questo periodo?

Pensando agli ultimi dodici mesi nell’organizzazione in cui lavoro, le difficoltà maggiori riscontrate le lego alla digital transformation e alla grande e prolungata incertezza per via delle difficoltà economiche che questa pandemia ha portato e sta portando con sé. Il budget è stato rivisto e tante attività modificate. Però le crisi vanno superate e se questo accade non si supera soltanto la crisi ma anche se stessi, come diceva Einstein. Le crisi possono portare progressi se affrontate in un certo modo, con proattività e creatività. Una parola in slang bolognese che mi piace è “sbuzzo”, che sta appunto per creatività e inventiva. In Agevolando abbiamo dedicato maggior tempo di prima per esempio al donor care, con telefonate il cui scopo era principalmente far sentire l’associazione vicina alle persone che chiamavamo. Prima ancora che donatori, ci sono persone. Abbiamo cercato di dare maggior spazio ai contenuti (di vario tipo) su sito e canali social e variare le comunicazioni online con i donatori e in generale chi ci segue e sostiene. L’altra difficoltà, persistente tuttora, è il cambio di relazione con persone e spazi per via dell’emergenza sanitaria. Questo a livello emotivo e psicologico diventa snervante nel lungo periodo. Ma adattarsi ed essere resilienti può portare un grande valore. Non può piovere per sempre.

7. Dì una cosa nel dialetto della tua regione a tutti i fundraiser?

Quasst qué l’è un lavurîr ch’um pièṡ dimóndi!

A voi la traduzione!

Gastone Marchesi 

 

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“A tu per tu con il socio ASSIF” 

Dietro ad ogni socio ASSIF, c’è un fundraiser con tante storie da raccontare. Matteo Fabbrini è il nuovo referente di ASSIF Piemonte e chi lo conosce rimane solitamente colpito per l'entusiasmo, la passione e il sorriso che mette in ogni cosa che fa.  

1. La professione di fundraiser, una scelta o un caso?

Una scelta, ma derivata da un errore! Abitavo all’estero da qualche anno, dove lavoravo in azienda, ma da tempo seguivo per passione alcune organizzazioni italiane – soprattutto in ambito culturale. Un giorno, durante un volo verso Vienna, ho letto su Internazionale la proposta del Master in Fundraising di Forlì e mi son detto: “questa è la mia occasione”. L’idea era quella di formarmi sulle fonti di finanziamento per gli enti culturali, in particolare tramite bandi ed europrogettazione.Ho scoperto che il fundraising era molto di più: più umano, più divertente, più creativo. Molto più “me”!

2. Quali sono secondo te le skills più richieste nella professione di fundraiser?

Per me il buon fundraiser deve usare tutto il sale che ha in zucca. È un lavoro che ha bisogno di tutta la nostra intelligenza e il nostro buon senso. Ci sono molte tecniche che ti aiutano ed è importante formarsi, ma è un lavoro in cui devi “piacere al donatore”. È fondamentale per fargli capire quanto è importante il lavoro dell’organizzazione.Devi imparare a stare “sulle corde” del donatore. Dunque potrei dire che servono:
- una passione per quello che fa l’ente e la capacità di raccontarlo bene, arrivando al punto nei tempi giusti.
- la capacità di raggruppare il più possibile donatori per interessi e per caratteristiche comuni, organizzarle bene in un database e capire quale comunicazione inviare a chi.
- ma soprattutto buonsenso ed innata empatia. Per tutto ciò non ci sono grandi tecniche, ma è qualcosa che si può esercitare!

3. Quando sei entrato in contatto con Assif per la prima volta e cosa vuol dire per te far parte dell'Associazione Italiana Fundraiser?

Ho conosciuto ASSIF al Master in Fundraising e li ho incontrati durante il Festival del Fundraising. Credo che il Terzo Settore stia sfruttando poco il proprio potenziale e quindi sia quasi un obbligo morale farlo crescere. L’unico modo per far crescere un intero settore è quello di lavorare insieme, scambiarsi le migliori pratiche e dare grande supporto a chi decide di dedicare una bella parte del proprio tempo libero ad aiutare colleghi conosciuti e sconosciuti (per essere chiari, parlo soprattutto del Direttivo Nazionale di ASSIF). Per questo ho scelto di dare una mano al gruppo piemontese: voglio evitare di vedere in giro fundraiser che si sentano soli :)

4. Che consigli daresti ad un giovane che vorrebbe intraprendere la carriera del fundraising?

Scrivi ad ASSIF! Ci sono centinaia di fundraiser che hanno deciso di fare rete ed aiutarsi a vicenda. La cosa migliore da fare, se vuoi provare a costruirti una carriera nel fundraising, è capirci qualcosa parlando con chi ha già esperienza.
Ognuno ha una sua storia e i suoi obiettivi, quindi non so se posso dare suggerimenti generici, ma sicuro se qualcuno mi contattasse sarei pronto – come sicuramente gli altri referenti regionali – a “guidarlo” in questo percorso.

5. Dove porteresti a cena un major donor?

In un luogo che abbia un senso! È fondamentale sempre dare una storia, un significato, a quello che proponiamo ai nostri donatori. Ad esempio un locale nel quale avevamo fatto un bell’evento di raccolta fondi, o un ristorante che ha sostenuto la nostra causa. O ancora un luogo legato alla relazione che ha il donatore all’organizzazione. Qualcosa che mi permetta di far capire che sei attento e che non lasci nulla al caso.

6. A causa dell'emergenza Coronavirus, abbiamo affrontato nuove sfide e grandi cambiamenti dal punto di vista professionale. Quali difficoltà hai riscontrato lavorando con le organizzazione del non profit e come hai affrontato questo periodo?

Seguo molte organizzazioni culturali, fortissime nella nostra regione, che sono tutt’oggi in ginocchio. Reinventarsi è possibile, ma fino ad un certo punto. È sicuramente doloroso e speriamo che la grande voglia di socialità e di cultura da parte delle persone possa permettere a queste organizzazioni di risollevarsi in fretta non appena sarà possibile.
Quello invece che vedo di positivo è che – in generale – tutti hanno dovuto rivedere i propri processi organizzativi e la propria dotazione tecnologica. Per il Terzo Settore questo è stato uno step che era necessario da anni e che non sembrava qualcosa che si sarebbe realizzato a breve. Quindi mi aspetto che, una volta rientrati alla normalità, le organizzazioni saranno più efficienti. A gran beneficio dei nostri beneficiari. Anche per ASSIF stessa è stata una grande opportunità per includere tutti i soci a livello regionale e nazionale, per aumentare rapidamente lo scambio e il confronto e per offrire nuovi strumenti ai tesserati.

7. Dì una cosa nel dialetto della tua regione a tutti i fundraiser?

Da vero Piemontese DOC sono nato a Torino da madre Veneta e padre Calabrese. Sono il classico figlio dell’indotto FIAT :P
Dunque col piemontese non vado fortissimo…
Ma ci sono un paio di espressioni che mi piacciono molto:

- “Esageroma nen!” ovvero “non esageriamo”. Spesso vedo nelle organizzazioni nonprofit tanta energia, ma manca poi il personale e l’organizzazione per sfruttare davvero il potenziale delle idee. Io sono della scuola: poco, ma ben fatto;
- ma soprattutto… “Fate Furb.” ovvero “Fatti furbo”. Nel fundraising lo intendo come “usa il buon senso”: non ci sono incredibili formule scientifiche da conoscere per far funzionare il fundraising. Spesso di vuole solo umanità e (ripeto) sale in zucca per far crescere la tua raccolta fondi ;)

Matteo Fabbrini 

 

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“A tu per tu con il socio ASSIF” 

Dietro ad ogni socio ASSIF, c’è un fundraiser con tante storie da raccontare. L’intervista che vi proponiamo oggi è quella di Marta Farrugia, referente ASSIF Liguria e fundraiser “a sua insaputa”!

1. La professione di fundraiser, una scelta o un caso?

La mia storia di fundraiser nasce senza ombra di dubbio “a mia insaputa”. Mi sono tuffata in questo mare per rispondere all’urgenza della mia organizzazione, quella nella quale sono cresciuta come volontaria, servizio civile, e poi membro del direttivo. Non mi vergogno a dire che durante i primi mesi di lavoro, quando qualcuno mi diceva “ah, quindi ti occupi di fundraising”, nella mia testa nasceva il punto interrogativo “fund… che?”. Ho risposto ad una chiamata, ma oggi posso dire senz’altro che questa è la mia strada, il vestito cucito su misura per me.

2. Quali sono secondo te le skills più richieste nella professione di fundraiser?

Multitasking è la mia parola d’ordine, ma certamente sono condizionata dalla realtà nella quale ho cominciato il mio percorso: dovevo passare dagli eventi, ai grandi donatori, dal direct mailing, al corporate senza nemmeno ripassare dal “Via”. Crescendo, ho cominciato anche ad apprezzare il concetto di elasticità: devo accettare che non tutto può essere perfetto come vorrei, che il mio lavoro si deve modellare attorno alla realtà nella quale sto operando, che è fatta di tante anime diverse e differenti visioni.

3. Quando sei entrato in contatto con Assif per la prima volta e cosa vuol dire per te far parte dell'Associazione Italiana Fundraiser?

Lavoravo da sei mesi e, dopo un periodo di attività volta a recuperare fondi “maledetti e subito” per scongiurare la chiusura della struttura, nel direttivo è nata l’esigenza di affinare le tecniche di fundraising e ampliare gli strumenti a nostra disposizione: una nostra volontaria aveva partecipato ad un corso di formazione Assif aperto a tutti e così mi ha segnalato l’associazione. Il direttivo non ci ha pensato due volte e ha finanziato la mia tessera: un bellissimo inizio!

4. Che consigli daresti ad un giovane che vorrebbe intraprendere la carriera del fundraising?

Partirei dalla passione nei confronti della causa: se quella c’è, allora il secondo passo è la formazione e l’apertura nei confronti dei colleghi. La bellezza della nostra community è proprio la disponibilità a condividere il sapere e le conoscenze, così come a risolvere un problema di un collega, anche se magari lavora nell’organizzazione “competitor”.

5. Dove porteresti a cena un major donor?

Non ho dubbi: lo porterei a pranzo dai bambini del nido che sosteniamo. Basta guardarli per capire quanto l’organizzazione, attraverso i fondi raccolti, influisce concretamente nelle loro vite e segna un punto di svolta per il loro futuro. Paradossalmente, io potrei non esserci … ma non mi toglierei mai la soddisfazione di osservare la meraviglia nello sguardo del donatore!

6. A causa dell'emergenza Coronavirus, abbiamo affrontato nuove sfide e grandi cambiamenti dal punto di vista professionale. Quali difficoltà hai riscontrato lavorando con le organizzazione del non profit e come hai affrontato questo periodo?

Da un lato, mi sono dovuta “scontrare” con la difficoltà che ha una delle organizzazioni che seguo nel chiedere. Ha prevalso il pudore nei confronti della situazione drammatica che stava vivendo il Paese in primavera, rispetto alla loro esigenza economica. Dall’altro, ho vissuto un momento molto intenso di formazione “ossessivo-compulsiva” dalla quale ho tratto moltissimi insegnamenti. Ho scelto di guardare il lato positivo di questa evidente tragedia sociale: è l’unica via per uscirne migliorati.

7. Dì una cosa nel dialetto della tua regione a tutti i fundraiser?

E sul finale “scopro le carte”: io sono figlia di siculi immigrati… perciò: “Ognunu campa cu l’arti so”. A voi la traduzione!

Marta Farrugia 

 

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“A tu per tu con il socio ASSIF” 

Dietro ad ogni socio ASSIF, c’è un fundraiser con tante storie da raccontare e oggi tocca alla stupenda Nadia La Torre, la nuova referente di ASSIF Sicilia. Come la sua terra è solare, sempre sorridente e molto operativa. Fundraiser siciliani state attenti!

1. La professione di fundraiser, una scelta o un caso?

Una scelta avvenuta quasi per caso. Un giorno parlavo della mia vita lavorativa con l’amica Letizia Bucalo e le dicevo che avevo bisogno di cambiare aria, non avevo voglia di lavorare nelle industrie farmaceutiche e nelle farmacie come avevo fatto fino a quel momento. Lei mi disse ma tu sai che nel tempo libero hai fatto la fundraiser? La fun…che? E da lì tutto ebbe inizio.

2. Quali sono secondo te le skills più richieste nella professione di fundraiser?

Sicuramente è molto importante avere abilità informatiche ed essere un gran comunicatore ma nel mio caso le skills senza cui non avrei avuto dove andare sono state: capacità di costruire  relazioni e competenze organizzative.

3. Quando sei entrato in contatto con Assif per la prima volta e cosa vuol dire per te far parte dell'Associazione Italiana Fundraiser?

Faccio parte di ASSIF dal 2017. Far parte di quest’associazione per chi svolge questa professione è fondamentale. Qui c’è la possibilità di confrontarsi con tanti colleghi, di migliorarsi sempre di più e soprattutto si trova tantissima forza nei momenti in cui magari le tue raccolte fondi non vanno proprio come vorresti.

4. Che consigli daresti ad un giovane che vorrebbe intraprendere la carriera del fundraising?

Tantissima pratica sicuramente, se si ha la fortuna come l’ho avuta al fianco di un fundraiser esperto, ma anche tanto studio. Grazie ad ASSIF si possono frequentare dei corsi validissimi e ampliare le proprie conoscenze sempre di più.

5. Dove porteresti a cena un major donor?

Sicuramente in uno dei tanti ristoranti sul mare che ci sono a Palermo, davanti a dell’ottimo cibo ed un panorama mozzafiato sono sicura che riuscirei ad ottenere ancora  di più per l’associazione che tanto ci sta a cuore.

6. A causa dell'emergenza Coronavirus, abbiamo affrontato nuove sfide e grandi cambiamenti dal punto di vista professionale. Quali difficoltà hai riscontrato lavorando con le organizzazione del non profit e come hai affrontato questo periodo?

Io sono una consulente e spesso le organizzazioni che seguo mi hanno chiesto di organizzare degli eventi per raccogliere fondi. Ovviamente tutti gli eventi sono stati annullati. Riconvertire le raccolte fondi che solitamente facevano con gli eventi in altro non è stato semplicissimo soprattutto quando devi parlare ad un direttivo che non è proprio di larghe vedute.

7. Dì una cosa nel dialetto della tua regione a tutti i fundraiser?

Dissi lu surci a la nuci: dammi tempu chi ti perciu.

Disse il topo alla noce: dammi tempo che ti buco!  Come un topo che per bucare una noce ha bisogno di tempo, nella vita spesso bisogna aver pazienza e non arrendersi mai, anche nelle situazioni più difficili, fino a quando non viene raggiunto l'obiettivo prefissato.

Nadia La Torre 

 

 

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