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Dopo averlo atteso per diversi mesi, a fine novembre finalmente anche io ho partecipato al mio primo Residenziale ASSIF!

Il Residenziale è l’incontro di tutti i referenti regionali ASSIF con l’obiettivo di vedersi innanzitutto e conoscersi meglio e poi condividere strategie e best practice, scambiare idee, tips&tricks, programmare le attività.

Ho iniziato a coordinare il gruppo Piemonte a fine 2020, poco prima della seconda ondata Covid-19. Non era esattamente il periodo ideale! Diventava infatti difficile incontrarsi, per organizzare momenti di condivisione, scambio e network che da sempre caratterizzano i gruppi territoriali.
Nonostante tutto però, questa situazione ci ha permesso di lavorare insieme agli altri gruppi regionali come mai era stato fatto prima. Ho così conosciuto a distanza i miei colleghi fundraiser della Campania, della Lombardia, Sicilia, Lazio ecc. e mi sono fatto un'idea di quali siano effettivamente le sfumature e le declinazioni del fundraising in tutta Italia.

 Aver trascorso due giorni con i miei colleghi è stata l’occasione per assorbire la loro esperienza, le loro idee e la loro energia.

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Cos’abbiamo fatto?

Tra cose in particolare:

• abbiamo condiviso le nostre idee riguardo il coinvolgimento dei soci sul territorio: abbiamo provato a tenere il più possibile i piedi a terra, parlando di ciò che rischia di rallentare il lavoro dei gruppi regionali e arrivando a soluzioni pratiche per aspetti che interessano il lavoro quotidiano dei fundraiser, a partire dalle opportunità professionali.

Ci siamo confrontati con il Consiglio Direttivo di ASSIF per capire come portare sul territorio gli splendidi lavori che si stanno svolgendo a livello nazionale e internazionale (dalla ricerca, ai servizi, alla formazione, alla comunicazione). Ma poi soprattutto abbiamo parlato dei grandi eventi che caratterizzeranno il 2022: da ASSIF Day 2022, evento istituzionale annuale dell’associazione, a Fundraising to Say, un evento a cui stanno lavorando oltre 50 soci.

• Abbiamo poi ragionato, tramite attività pratiche e simulazioni (condotti dalla nostra super coordinatrice Susanna Stefanoni) sul perché un fundraiser dovrebbe farsi coinvolgere in ASSIF, come possiamo raccontare in maniera più efficace che cosa facciamo e quali sono le passioni che ci guidano.

Residenziale 3 Ciò che mi piace condividere con tutti è che, in questi due giorni, sono riuscito veramente a toccare con mano le ragioni che ci spingono a donare volontariamente del tempo all’associazione: abbiamo passione, abbiamo voglia di scambio e di conoscere tutte le belle persone che compongono l'associazione e sono certo che riusciremo ad esprimere presto tutto questo!

  Se c’è qualcosa che ho capito tuttavia è che si vince solo se vinciamo tutti!

  Matteo Fabbrini, referente ASSIF Piemonte

 PS – Ancora due note finali che infilo in un unico post-scriptum (poi smetto giuro):

  1. Soci ASSIF non prendete troppi impegni per il 2022. L’agenda di eventi programmati dal nazionale e dai vari regionali è davvero di alta qualità. Per ora l’unica data da segnare è il 2 gennaio: andate su www.assif.it , rinnovate la tessera e sentitevi degli splendidi fundraiser.
  2. Grazie di cuore a Fabio Pasiani, referente ASSIF Lombardia per aver organizzato un momento di danze folk: il forte imbarazzo generato è stato uno dei più forti collanti tra i referenti regionali XD

 

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“A tu per tu con il socio ASSIF” 

Dietro ad ogni socio ASSIF, c’è un fundraiser con tante storie da raccontare e questa è la testimonianza di Alfredo Bruno, direttore d'orchestra e fundraiser, alla ricerca di un modo per far convivere l'alto valore dei contenuti con nuove modalità di racconto, di relazione col pubblico, di divulgazione… di raccolta fondi!

"Gustav Mahler diceva che una sinfonia è come il mondo: deve contenere di tutto; per questo sono alla ricerca di ogni esperienza possa essere stimolante per la mia vita dentro e fuori la musica."

1. La professione di fundraiser, una scelta o un caso?

Il caso e la necessità! Una necessità perché sono un musicista col sogno di realizzare un’orchestra giovanile nella mia regione, l’Abruzzo. Così, fin dal primo giorno in cui ho cominciato ad abbozzare il progetto, è stato chiaro che non sarebbe bastata solo la forza della musica: ci volevano strategie, strumenti, principalmente una visione. A mancarmi era proprio questa visione, così ho cercato di accumulare esperienze lavorative a Bologna, dove seguivo il settore corporate. Questi rapporti hanno acceso la mia creatività come musicista: come raccontare il valore del mio lavoro a un interlocutore che della classica aveva solo una vaga considerazione? Una sfida quotidiana, emozionante.
Poi ho cambiato e qui è dove interviene il caso: durante il lockdown, con i teatri chiusi, mi chiamò una persona (e una fundraiser) eccezionale, Suor Maria. Con lei avevo viaggiato 3 volte in Africa, ci conoscevamo bene e così mi offrì di entrare nel team di Mercy in Action, lavorando insieme a lei e Martina Venzo, una collega esperta e di grande capacità organizzativa. Obiettivo: lanciare l’organizzazione sul digital. Avevo carta bianca, troppo bello per non accettare.

2. Quali sono secondo te le skills più richieste nella professione di fundraiser?

Una sola: ascoltare il silenzio. È una disposizione che mi suggerisce la pratica musicale, dove impari presto che il silenzio aiuta a dar valore al suono, che ogni silenzio ha un significato particolare. Al di là della zen vibe, ascoltare il silenzio si applica a ciò che i donatori non dicono (ma probabilmente si aspettano), a ciò che l’organizzazione ancora non fa (e forse potrebbe cominciare), a quello che la comunità su cui insistiamo non chiede (eppure desidera). È un modo per capire meglio il mondo che ci circonda, tanto i colleghi quanto i donatori, per affinare la capacità creativa ed empatica. Quando si riesce a mettere in pratica tutto questo, si può raggiungere una incredibile capacità generativa, in grado di rispondere a bisogni e desideri concreti, sul fronte interno ed esterno. Almeno… funziona così quando si suona musica da camera!

3. Quando sei entrato in contatto con Assif per la prima volta e cosa vuol dire per te far parte dell'Associazione Italiana Fundraiser?

Giugno 2020. Suor Maria mi parlava dei suoi amici conosciuti al Master Religious Fundraising, grandi professionisti, umani e disponibili a seguirci anche dopo il suo percorso nel Master, con un occhio di riguardo anche per il lavoro che stavamo mettendo in pratica. Comun denominatore? Tutti soci ASSIF.
Così, spinto da lei, per il bene di Mercy in Action, ho pensato di entrare in rete: nessun gruppo territoriale in Abruzzo all’epoca. Ma non ci sono stati problemi, ho potuto conoscere e frequentare il gruppo delle Marche e poi – dopo quasi un anno – è arrivata Elena Di Stefano che ci ha proposto di creare una nostra realtà territoriale. Finora ho trovato enorme professionalità e tanta energia in ASSIF, che aiutano molto a tenere vivo il senso di comunità attorno al proprio lavoro.

4. Che consigli daresti ad un giovane che vorrebbe intraprendere la carriera del fundraising?

Beh, a 27 anni non mi sento di dare consigli. Posso condividere la mia esperienza: cercare un equilibrio – e mantenerlo il più a lungo possibile – fra formazione e sperimentazione sul campo. Credo che sia il modo più stimolante per approcciare questa professione, l’unico che permette una continua validazione e sistematizzazione di ciò che studiamo e ci accade sul lavoro. In questo senso, trovare una piccola organizzazione da affiancare, disposta a lasciare spazio e fiducia, è la più grande fortuna.

5. Dove porteresti a cena un major donor?

Sicuramente su un trabocco, le palafitte sul mare tipiche della zona fra San Vito e Vasto. Qui si mangia circondati dal mare, che può suggerire tante metafore persuasive. Unico difetto? Di solito servono 3 o 4 settimane di anticipo per prenotare. Ecco, se trovassi il tutto esaurito, lo porterei a provare la cucina di Suor Maria a Palermo.

6. A causa dell'emergenza Coronavirus, abbiamo affrontato nuove sfide e grandi cambiamenti dal punto di vista professionale. Quali difficoltà hai riscontrato lavorando con le organizzazione del non profit e come hai affrontato questo periodo?

Sono arrivato in Mercy in Action proprio a marzo 2020. La nostra sfida è stata quella di creare un asset digital che quasi non esisteva (o comunque nulla di sistematico). Si andava dalla privacy policy al database, passando per newsletter e sito internet: avevamo un po’ di tutto, ma nulla che fosse tanto sviluppato da essere pronto all’uso.
Così ci siamo lanciati, ci abbiamo creduto tantissimo, abbiamo inventato una nuova campagna di donazione (Un sacco di misericordia), abbiamo mandato la prima newsletter a 50 contatti, il sito si è pian piano aggiornato. Fortunatamente il risultato c’è stato, insperato, molto superiore alle nostre aspettative. In questo senso, il digital ci ha avvicinato a una migliore comprensione delle nostre capacità e a sottovalutarci un po’ meno.
Ora penso che la vera grande sfida sia portare il dialogo che abbiamo cominciato online in una dimensione molto più concreta, ma sempre smart. Diciamo onlife!

7. Dì una cosa nel dialetto della tua regione a tutti i fundraiser?

C’è un modo dire abruzzese che ogni tanto mi viene in mente facendo questo lavoro… Sparagn e cumbarisc, che significa: “risparmia e fai bella figura”. Qualche volta è la richiesta dell’organizzazione, qualche volta è la necessità del caso, spesso fa storcere il naso e vorremmo tutti farne a meno. In attesa di tempi migliori, suggerisco la filosofia abruzzese, che dalle nostre parti funziona con soddisfazione generale.

 Bruno Alfredo

 

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“A tu per tu con il socio ASSIF” 

Dietro ad ogni socio ASSIF, c’è un fundraiser con tante storie da raccontare e questa è la testimonianza di Paola Farris, fundraiser, consulente, grant writer.

1. La professione di fundraiser, una scelta o un caso?

Abbastanza una scelta. Nell’ultimo anno del Liceo, dopo aver trascorso il quarto anno all’estero, decisi che la mia strada doveva essere orientata all’estero e che volevo essere quella persona che scrive quei progetti di sviluppo che tante volte avevo visti pubblicizzati in TV e raccontati sui giornali. Dalla professione ho poi costruito, a ritroso, la formazione accademica che avrei dovuto percorrere.

2. Quali sono secondo te le skills più richieste nella professione di fundraiser?

Nello specifico del grant-fundraiser, quale sono, ci vorrebbe un bel mix di cuore & rigore: da un lato, infatti, il grant-fundraising richiede metodo, costanza, spiccate capacità di scrittura e di diplomazia per avere a che fare con i partner e con i donors. D’altro lato, però, sono necessarie tante altre qualità umane come l’empatia, il saper emozionare e aiutare il lettore a cogliere la vera essenza del progetto che promuoviamo, il saper leggere i desiderata dei donor anche quando non ci vengono esplicitati.

3. Quando sei entrato in contatto con Assif per la prima volta e cosa vuol dire per te far parte dell'Associazione Italiana Fundraiser?

Ho deciso di iscrivermi ad ASSIF nel 2016: ero appena diventata mamma e avevo ripreso a lavorare dopo la maternità, continuando a essere una libera professionista. Fin da subito ASSIF è stata per me un’occasione per fare rete, per confrontarmi e, non da ultimo, per capire con più forza il valore della mia professione.

4. Che consigli daresti ad un giovane che vorrebbe intraprendere la carriera del fundraising?

Avere spirito d’iniziativa, formarsi costantemente, chiedere consiglio e aiuto ai senior fundraiser, entrare in sintonia prima di tutto umana e poi professionale con le cause che si promuovono, mettersi costantemente in gioco e in discussione. Essere curiosi per le novità, non smettere mai di imparare.

5. Dove porteresti a cena un major donor?

In una attività di imprenditoria sociale, per fargli (ulteriormente) comprendere le potenzialità di sviluppo di una giusta causa sociale.

6. A causa dell'emergenza Coronavirus, abbiamo affrontato nuove sfide e grandi cambiamenti dal punto di vista professionale. Quali difficoltà hai riscontrato lavorando con le organizzazione del non profit e come hai affrontato questo periodo?

Da un punto di vista prettamente logistico, per me non è cambiato nulla perché, come libera professionista, lavoravo già prima della pandemia prevalentemente in smartworking. I focus della raccolta fondi sono però cambiati, per questo il consiglio (e quello che ho cercato anche io di fare) è di essere mentalmente elastici, rimettersi in discussione per acquisire nuove competenze tematiche e tecniche, e riuscire, nel grant-making, a leggere i nuovi trend anche prima del tempo.

7. Dì una cosa nel dialetto della tua regione a tutti i fundraiser?

"Cando si tenet su bentu est prezisu bentulare",  letteralmente: “Quando si leva il vento, bisogna trebbiare”.Ovvero: “Quando il momento è propizio, bisogna separare i semi dalla pula”. Detto altrimenti: “Al momento giusto, teniamoci le cose che valgono e liberiamoci del resto”.

 Paola Farris

 

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“A tu per tu con il socio ASSIF” 

Dietro ad ogni socio ASSIF, c’è un fundraiser con tante storie da raccontare e questa è la testimonianza di Marco Principia, fundraiser, specialista digitale, quasi papà e grande tifoso della Roma!

1. La professione di fundraiser, una scelta o un caso?

È stata più un caso. Dopo anni passati nella formazione prima e nel coordinamento di servizi di mediazione interculturale poi, il CIES ha (finalmente!) deciso di “aprirsi” al mondo della raccolta fondi e strutturare dunque un piccolo settore raccolta fondi. Il consiglio direttivo ha visto in me delle qualità in tal senso, mi è stato proposto e ho subito accettato con entusiasmo. Dopodiché è iniziata la mia formazione, perché come sappiamo bene l’entusiasmo non basta, e quindi…eccomi qui!

2. Quali sono secondo te le skills più richieste nella professione di fundraiser?

Motivazioni e flessibilità. Pensandoci di getto mi vengono queste due, ma chiaramente ce ne sono tantissime altre. Motivazioni perché secondo me un fundraiser non può non essere motivato, e tanto, in quello che fa ogni giorno; altrimenti i risultati stentano ad arrivare. Flessibilità perché non si deve aver paura di mettersi in gioco anche al di fuori della propria comfort zone, di imparare, di studiare, di smentirsi e anche di “sporcarsi le mani” se necessario, nel senso di stare “sul campo” e non solo in ufficio. Forse queste mie considerazioni sono anche dettate e influenzate dalla mia personale esperienza…ma la vedo così.

3. Quando sei entrato in contatto con Assif per la prima volta e cosa vuol dire per te far parte dell'Associazione Italiana Fundraiser?

La prima volta che sentii parlare di ASSIF fu durante uno dei primi corsi di formazione a cui partecipai, organizzato dalla Scuola di Roma di Fundraising. All’inizio ci ho messo un po’ a convincermi, nonostante Alessandra Furnari (che saluto con affetto!) mi spingesse molto ad associarmi. Mi sentivo ancora un po’ “inadeguato”, mettiamola così, come se non fossi ancora pronto per confrontarmi con altri colleghi e altre colleghe. Quando finalmente mi decisi, scoprii che sbagliavo di grosso: in ASSIF c’è di tutto, dai più inesperti ai decani, e si fa anche tanta formazione! Quindi se tornassi indietro mi assocerei prima.

Per me entrare in ASSIF ha significato in prima battuta uscire dal mio guscio ed iniziare a confrontarmi con tantissimi/e colleghi/e, imparare da loro, lasciarmi ispirare da loro e, perché no, anche divertirmi con loro. Poi in ASSIF mi sono davvero iniziato a sentire a casa: è, senza paura di smentite, l’unica associazione veramente democratica che tutela la nostra professione e i nostri interessi in ogni sede. L’associazione dei fundraiser e per i fundraiser. In un’associazione così…io mi sento a casa.

4. Che consigli daresti ad un giovane che vorrebbe intraprendere la carriera del fundraising?

Sicuramente studiare, anche prima di quando non abbia iniziato io per i motivi raccontati in apertura. Di non chiudersi troppo e solo sulle tecniche, ma di uscire anche dall’ufficio e di “sporcarsi le mani”. Infine…di iscriversi ad ASSIF il prima possibile: vi aiuterà tantissimo a crescere.

5. Dove porteresti a cena un major donor?

Questa è una domanda tosta. Me la potrei cavare con un pavido “dipende!”. Diciamo però che vivendo a Roma, essendo amante della mia città e della nostra tradizione culinaria, sceglierei una bellissima (e ancora non turistica) osteria a Trastevere. Una scelta che potrebbe aggiungere un tocco amichevole e informale alla conversazione…

Ma davvero…dipende da chi ho davanti. La conoscenza del donatore è fondamentale per una scelta di questo tipo.

6. A causa dell'emergenza Coronavirus, abbiamo affrontato nuove sfide e grandi cambiamenti dal punto di vista professionale. Quali difficoltà hai riscontrato lavorando con le organizzazione del non profit e come hai affrontato questo periodo?

Non la sto vivendo benissimo. Essendo l’unico fundraiser a tempo pieno nella mia organizzazione sto un po’ “soffrendo di solitudine”, mentre in un momento come questo avere più menti e più cervelli dedicati mi avrebbe (e ci avrebbe) fatto molto comodo. Ma non molliamo assolutamente! Come dicevo: la flessibilità e le motivazioni devono far parte del nostro DNA lavorativo. Dunque al giovane collega, ammesso che io sia in grado di dargli consigli, direi di aggrapparsi a queste due qualità e di non dimenticare mai che il fine ultimo del nostro lavoro è portare un cambiamento positivo nella società: dunque quale che sia la mission dell’organizzazione è per questo che lavoriamo e che lavoriamo tanto. Se ci fermiamo noi fundraiser…questo cambiamento diventa molto ma molto più difficile vederlo realizzato.

7. Dì una cosa nel dialetto della tua regione a tutti i fundraiser?

Più che della mia regione, della mia città. E prendo in prestito le parole di una delle tante bellissime, pungenti, ironiche e in alcuni casi dissacranti poesie di Trilussa, intitolata “Avarizzia”:

Ho conosciuto un vecchio
avaro, ma avaro: avaro a un punto tale
che guarda li quatrini ne lo specchio
pe' vede raddoppiato er capitale.

Allora dice: quelli li do via
perché ce faccio la beneficenza;
ma questi me li tengo pe' prudenza...
E li ripone ne la scrivania.

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“A tu per tu con il socio ASSIF” 

Dietro ad ogni socio ASSIF, c’è un fundraiser con tante storie da raccontare. Stavolta la storia è lunga, molto bella e a raccontarcela è Susanna Stefanoni, fundraiser, consulente e delegata ASSIF per i gruppi regionali, esperta di dono, di comunità e di tanto altro che scopriremo in questa intervista.

1. La professione di fundraiser, una scelta o un caso?

Decisamente una scelta, forse per un caso fortunato…Ho sempre pensato che siamo al mondo per cambiare, a volte anche radicalmente, seguendo quello che la vita ci porta incontro. Per me trovare e intraprendere questa professione ha significato “chiudere un cerchio”: mi ha permesso di coniugare la vita lavorativa con le scelte personali e di dare un nuovo significato al mio agire.

2. Quali sono secondo te le skills più richieste nella professione di fundraiser?

Innumerevoli, ma credo poco efficaci se non sono governate dal vecchio e sano Buon Senso, grande assente di quest’epoca bizzarra.

3. Quando sei entrato in contatto con Assif per la prima volta e cosa vuol dire per te far parte dell'Associazione Italiana Fundraiser?

Nel 2010, e ho pensato che un fundraiser non può che farne parte.

4. Che consigli daresti ad un giovane che vorrebbe intraprendere la carriera del fundraising?

Cerca bene, a fondo, quale è adesso (perché può cambiare col tempo) la tua mission personale e trova il modo di metterti al suo servizio.

5. Dove porteresti a cena un major donor?

Dipende da quello che piace a lui, io di solito non ceno!

6. A causa dell'emergenza Coronavirus, abbiamo affrontato nuove sfide e grandi cambiamenti dal punto di vista professionale. Quali difficoltà hai riscontrato lavorando con le organizzazione del non profit e come hai affrontato questo periodo?

Bisogna imparare a stare con quel che c’è, quando c’è; d’altronde l’impermanenza è una delle poche certezze della vita…Il faro rimane comunque sempre quello: a fronte di tutto ciò che imprevedibilmente accade, che cosa contribuisce a perseguire la mission? E cercare di sceglierlo

7. Dì una cosa nel dialetto della tua regione a tutti i fundraiser?

“Cinq ghei püsee, ma ross”. Cinque centesimi in più, ma rosso (cioè, meglio investire qualcosa in più, ma cercare la qualità)

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“A tu per tu con il socio ASSIF” 

Dietro ad ogni socio ASSIF, c’è un fundraiser con tante storie da raccontare e questa è certamente un'intervista speciale perché Simona Biancu, fundraiser, consulente e vicepresidente ASSIF con delega all'Europa e Internazionalizzazione è considerata una delle maggiori esperte di fundraising e filantropia nel nostro settore. E non solo in Italia!

1. La professione di fundraiser, una scelta o un caso?

Un caso, e poi una scelta. Sono approdata a questa professione arrivando da una esperienza di 7 anni in Università, prima come Responsabile delle Risorse Umane e poi occupandomi di sviluppo delle relazioni corporate, in particolare con riferimento a raccolta fondi per borse di studio e placement per gli studenti. In quel momento ho scoperto che quello che facevo si chiamava fundraising. Successivamente mi sono occupata anche dell’Associazione ex allievi dell’Ateneo per il quale lavoravo e, nel frattempo, ho frequentato il Master in fundraising a Forlì. Dopo qualche anno, in cui avevo portato avanti in parallelo anche qualche piccola consulenza e formazione, ho deciso di fondare la mia società, ENGAGEDin, e di fare la consulente e formatrice a tempo pieno.

Un caso, dunque, che però è arrivato al momento giusto, nel modo giusto, con le persone giuste … sarà che la regola del “giusto x 6” di Hank Rosso vale per la vita in generale e non solo come tecnica professionale? Ho una grande passione per quello che faccio; anche nelle giornate più complicate non ho mai pensato, neppure per un secondo, di cambiare professione. C’è un filo rosso che lega il mio modo di pensare, vivere, approcciare il mondo e il lavoro che ho scelto di fare, e l’armonia tra i due aspetti è un tratto fondamentale della mia vita

2. Quali sono secondo te le skills più richieste nella professione di fundraiser?

Oltre a quelle tecniche, su cui non mi soffermo perché sono la base di partenza, a mio parere occorre tirare fuori la personalità. Interpretare, cioè, le strategie, le campagne, le azioni a partire anche da una propria visione personale che tenga insieme gli obiettivi dell’organizzazione e il proprio modo di “leggerli”. La dedizione, sicuramente, e la passione. Anche la capacità di restare focalizzati sulla mission, trovando il modo più adatto per raccontarla e coinvolgere e così ispirare i donatori a sostenerla, è una capacità che trovo fondamentale per un fundraiser. E, ultima ma non ultima, la capacità di leggere i contesti, di unire i puntini: questo è un punto che ripeto spesso e che trovo cruciale; senza questa capacità di “stare nel mondo” vedo molto difficile vivere appieno una professione di questo tipo.

3. Quando sei entrato in contatto con Assif per la prima volta e cosa vuol dire per te far parte dell'Associazione Italiana Fundraiser?

Sono una socia ASSIF da molti anni, sin dal 2012. Farne parte per me vuol dire avere un luogo di connessione con chi, quotidianamente, vive lo stesso tipo di contesto professionale, ciascuno a partire da esperienze e realtà differenti. E’ un’organizzazione in cui credo molto e in cui mi impegno, tutti i giorni. Occuparsi di fundraising è spesso molto sfidante, mette di fronte a dubbi (per fortuna!) e necessità di ripensare partendo da punti di vista diversi, a volte isola. Il confronto è importante, permette di apprendere e stabilire relazioni che diventano una rete fondamentale.

4. Che consigli daresti ad un giovane che vorrebbe intraprendere la carriera del fundraising?

Coltivare la curiosità in maniera autentica, a partire dai propri interessi e passioni, e nutrirla con lo studio e l’approfondimento. Non fermarsi alla superficie delle cose è il modo migliore, a mio parere, per migliorarsi costantemente e cogliere le opportunità.

5. Dove porteresti a cena un major donor?

Se scegliessi io penserei ad un posto in collina – nel Monferrato, dove vivo, ci sono dei luoghi magnifici – tranquillo, senza troppe gente intorno, per un aperitivo…perché l’ora del tramonto è quella che, in assoluto, mi è più congeniale e mi piacciono molto le serate che iniziano prima di cena e vanno avanti a lungo, rilassate. Ma mi adatto e, senza alcun problema, lascerei scegliere a lui o lei. Tra i posti meno comuni in cui ho incontrato dei major donors c’è stato un castello – in realtà era il castello di proprietà di queste persone. E’ stata un’esperienza diversa dal solito, in una cornice…originale!

6. A causa dell'emergenza Coronavirus, abbiamo affrontato nuove sfide e grandi cambiamenti dal punto di vista professionale. Quali difficoltà hai riscontrato lavorando con le organizzazione del non profit e come hai affrontato questo periodo?

Passare da una vita costantemente in viaggio ad una totale stanzialità avrebbe potuto essere un cambiamento difficile da gestire. E invece, perlomeno nel mio caso, tutto è avvenuto in modo piuttosto naturale e veloce. Non ho mai smesso di lavorare, a parte i primi 2 o 3 giorni del lockdown, perché le organizzazioni con cui collaboravo e ho collaborato durante tutto questo periodo sono cambiate anche loro, repentinamente come ho fatto io, traslando online quello che fino a pochi giorni prima facevamo in presenza. Non ho avuto particolari difficoltà e, ad essere sincera, ho la sensazione che in molto fossimo pronti per un cambiamento del genere, per quanto nessuno si aspettasse una causa così…incredibile (nel senso che, a pensarci razionalmente, trovo che sia ancora difficile da realizzare tutto quello che è accaduto).

Certo, questo ha richiesto una disponibilità di tutti al cambiamento, e non è statop sempre facile. Ricordo quando abbiamo dovuto riprogettare la struttura di tutta la formazione per renderla un’esperienza fruibile in maniera efficace e piacevole anche attraverso le piattaforme: dopo un primo momento di “non ce la faremo mai a rivedere tutto” ci siamo messi al lavoro e abbiamo guardato al tema da un punto di vista diverso. E non è stato affatto male, ogni tanto bisognerebbe farlo a prescindere. Ho affrontato il periodo della pandemia cercando di essere prudente e rispettosa di tutte le regole (ma è una cosa che faccio sempre!), con calma e praticando l’ascolto attivo non solo degli altri ma anche di me stessa. E continuando a coltivare quello che mi piace fare, seppure da dietro uno schermo.

7. Dì una cosa nel dialetto della tua regione a tutti i fundraiser?

Questa domanda è difficilissima! La mia famiglia è originaria di luoghi diversi del nostro Paese, non abbiamo mai parlato dialetto e non sono sicura di conoscerne sufficientemente bene nessuno. Però, dai, ci provo e dico una cosa in dialetto barese, che è la mia terra di origine: Bèlle bbèlle! (significa non avere fretta, che poi è un atteggiamento che cerco di avere nelle relazioni professionali e personali)

Simona B2 

 

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“A tu per tu con il socio ASSIF” 

Dietro ad ogni socio ASSIF, c’è un fundraiser con tante storie da raccontare. Abbiamo pensato che, dopo un anno dall'elezione del nuovo Consiglio Direttivo, fosse importante conoscere più da vicino le consigliere e i consiglieri votati dalle socie e dai soci ASSIF: iniziamo quindi con Elena Quagliardi, eletta nel 2017 già nel precedente mandato, in ASSIF ricopre da allora il ruolo di vicepresidente e consigliera con delega alla Comunicazione.  

1. La professione di fundraiser, una scelta o un caso?

All’inizio un po’ un caso e un… “io intanto mando il CV e vediamo che succede” ma poi è stato amore!

2. Quali sono secondo te le skills più richieste nella professione di fundraiser?

Tantissime ma qui vorrei solo ricordarne due: organizzazione e rispetto. L’organizzazione è importantissima per fare un lavoro come il nostro in cui tutto deve incastrarsi alla perfezione e in tempi (e budget) ben precisi; il rispetto credo sia il punto di partenza fondamentale sia nei confronti dei donatori sia nei confronti dei beneficiari di cui molto spesso raccontiamo le storie.

3. Quando sei entrato in contatto con Assif per la prima volta e cosa vuol dire per te far parte dell'Associazione Italiana Fundraiser?

Nella mia organizzazione ne avevo già sentito parlare e c’erano già alcuni soci ma il mio primo contatto diretto e personale con dei rappresentati dell’Associazione è stato con Livia Accorroni e Luciano Zanin (all’epoca rispettivamente referente del gruppo Assif Marche e Presidente). Oggi essere parte di Assif vuol dire fare rete, conoscere tante belle persone e anche un grande impegno per far crescere sempre di più i fundraiser e il fundraising.

4. Che consigli daresti ad un giovane che vorrebbe intraprendere la carriera del fundraising?

Studia e formati ma allo stesso tempo fai tanta pratica, “sporcati le mani”, guarda con attenzione tutto quello che succede intorno a te e non aver paura di chiedere a chi ha qualche anno (e capello bianco) in più… uno dei nostri punti di forza è proprio la condivisione. E soprattutto: mettici passione!

5. Dove porteresti a cena un major donor?

Dove vuole lei o lui… così si sente a proprio agio (e mettiamo in pratica il famoso donatore al centro! :-).

6. A causa dell'emergenza Coronavirus, abbiamo affrontato nuove sfide e grandi cambiamenti dal punto di vista professionale. Quali difficoltà hai riscontrato lavorando con le organizzazione del non profit e come hai affrontato questo periodo?

È stata una grande sfida ma credo ne stiamo uscendo a testa alta… secondo me, soprattutto nella prima fase che io ho soprannominato di “always working” e non smartworking perché costantemente connessi tra video call, telefonate, email, WA, ecc. abbiamo lavorato tutti molto di più per riorganizzare le attività e non far mancare il sostegno alle nostre cause. Come tutte le crisi ha accelerato dei cambiamenti che altrimenti avrebbero richiesto molto più tempo e ha evidenziato con forza quanto sia importante differenziare, fare squadra ed essere pronti a reagire.

7. Dì una cosa nel dialetto della tua regione a tutti i fundraiser?

Non so se sia proprio delle Marche o se sia abbastanza trasversale in tutta Italia, comunque uno dei mei detti preferiti espresso usando il mio dialetto è sicuramente “a discore n’è fadiga!” . .. serve la traduzione?

Elena Quagliardi 

 

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“A tu per tu con il socio ASSIF” 

Dietro ad ogni socio ASSIF, c’è un fundraiser con tante storie da raccontare. L’intervista che vi proponiamo oggi è quella di Elena Di Stefano, nuova referente di ASSIF Abruzzo, un nuovo gruppo territoriale da lei fortemente voluto ed esperta di progettazione.

1. La professione di fundraiser, una scelta o un caso?

Destino! Gli enti del terzo settore rivestono un ruolo fondamentale nel tessuto sociale, supportano spesso le categorie più deboli e ahimè spesso sostituiscono lo Stato nell’erogazione dei servizi. In questo contesto il fundraising riveste un ruolo fondamentale perché senza fondi quel supporto concreto e così importante nella società non diverrebbe possibile. Dodici anni fa questa considerazione mi ha portato a scegliere il lavoro che ancora oggi per me è il più bello del mondo!

2. Quali sono secondo te le skills più richieste nella professione di fundraiser?

Sono diverse: problem solving, capacità di negoziazione, lateral thinking, intelligenza emotiva, pensiero critico e proattività, solo per citarne alcune. La professione di fundraising ti dà la possibilità di sviluppare, enfatizzare nella pratica queste competenze ogni giorno.

3. Quando sei entrato in contatto con Assif per la prima volta e cosa vuol dire per te far parte dell'Associazione Italiana Fundraiser?

Quando ho scoperto ASSIF mi sono sentita finalmente a casa! Un luogo in cui vi è la possibilità di essere stimolati continuamente, in cui le parole confronto e sostegno sono all’ordine del giorno; soprattutto un luogo in cui vi sono persone che amano quello che fanno.

4. Che consigli daresti ad un giovane che vorrebbe intraprendere la carriera del fundraising?

Iniziare, senza aver paura di sbagliare o di non essere all’altezza, studiare tanto e favorire in ogni occasione il confronto chiedendo a chi ha più esperienza. Poi, ovvio, consiglio di iscriversi ad ASSIF!

5. Dove porteresti a cena un major donor?

Su uno dei bellissimi Trabocchi presenti sul litorale Abruzzese.

6. A causa dell'emergenza Coronavirus, abbiamo affrontato nuove sfide e grandi cambiamenti dal punto di vista professionale. Quali difficoltà hai riscontrato lavorando con le organizzazione del non profit e come hai affrontato questo periodo?

Dietro ogni difficoltà nasce un’opportunità. È il momento con coraggio di reinventarsi con creatività e spesso il piano B è proprio sotto i nostri occhi. Il consiglio è di osservare bene e non aver paura del cambiamento.

7. Dì una cosa nel dialetto della tua regione a tutti i fundraiser?

Mbare l’arte e mittl da parte”; impara un mestiere, acquisisci una competenza in più e mettila da parte potrà sempre tornare utile!

Elena Di Stefano Abruzzo 

 

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“A tu per tu con il socio ASSIF” 

Dietro ad ogni socio ASSIF, c’è un fundraiser con tante storie da raccontare. L’intervista che vi proponiamo oggi è quella di Rosa Porro, referente del neo-nato ASSIF Puglia ed esperta di crowdfunding.

1. La professione di fundraiser, una scelta o un caso?

Fin da piccola i miei genitori mi hanno resa partecipe delle loro attività di volontariato e sono cresciuta quindi con l’idea che fare volontariato fosse un gesto naturale. Ho partecipato a tante manifestazioni, progetti e crescendo mi rendevo conto che anche il mondo non profit non poteva fare a meno di progettualità, di organizzarsi e pianificare. Un mio caro amico mi introdusse nel magico mondo del fundraising e da quel giorno iniziai a documentarmi, cercare corsi per poter acquisire le competenze necessarie a intraprendere questa professione.

2. Quali sono secondo te le skills più richieste nella professione di fundraiser?

Un fundraiser deve avere un cocktail di competenze per poter gestire le diverse situazioni che possono crearsi all’interno di un’associazione. Per menzionarne una direi che l’ascolto è peculiare per poter creare sintonia tra associazione e donatori.

3. Quando sei entrato in contatto con Assif per la prima volta e cosa vuol dire per te far parte dell'Associazione Italiana Fundraiser?

Sono entrata in contatto con ASSIF molti anni fa, ho cercato a lungo di creare un humus fertile nella mia terra, la Puglia, dove effettivamente c'è bisogno di fundraiser professionisti e dove l'associazionismo è forte. Mancano tuttavia occasioni di incontro e scambio e ASSIF, oltre ad essere lAssociazione dei fundraiser, è anche un luogo di incontro e condivisione secondo me quindi far parte di questa associazione per me vuol dire essere riconosciuta come professionista, avendo la la possibilità di confrontarmi e crescere con colleghi che amano questo lavoro.

4. Che consigli daresti ad un giovane che vorrebbe intraprendere la carriera del fundraising?

Il mio consiglio può essere uno soltanto, cioè di studiare perché è questo che a mio avviso fa la differenza tra chi si improvvisa fundraiser e chi lo è veramente sperimentandolo sul campo, anche attraverso errori, che sicuramente aiutano a crescere e a formarsi. 

5. Dove porteresti a cena un major donor?

Io sono una sognatrice per cui lo/la porterei in montagna, a cena sotto le stelle.

6. A causa dell'emergenza Coronavirus, abbiamo affrontato nuove sfide e grandi cambiamenti dal punto di vista professionale. Quali difficoltà hai riscontrato lavorando con le organizzazione del non profit e come hai affrontato questo periodo?

Ho immediatamente cercato di strutturare un piano di comunicazione che prevedesse l’utilizzo degli strumenti offerti da web. Fortunatamente ho constato una reazione positiva da parte di donatori e aziende e questo significa che quando si mettono in campo gli strumenti giusti, al momento giusto, ogni sfida può essere affrontata nel migliore dei modi. 

7. Dì una cosa nel dialetto della tua regione a tutti i fundraiser?

Un sincero "Bonavenuta".

Rosa Porro Puglia 

 

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“A tu per tu con il socio ASSIF” 

Dietro ad ogni socio ASSIF, c’è un fundraiser con tante storie da raccontare e Gastone Marchesireferente di ASSIF Emilia Romagna, le sa raccontare talmente bene che leggere la sua intervista vi porterà decisamente in un altro mondo!

1. La professione di fundraiser, una scelta o un caso?

E se dicessi entrambe? Posso? Sono due parole connesse. Dico che Scelta e Caso si sono incontrati per caso, ma hanno scelto poi di danzare insieme. Imbattermi nell’annuncio del Master in Fundraising una mattina di maggio del 2015 potrebbe essere visto come un caso, ma poi quella di iscrivermi alle selezioni e quindi al Master fu una scelta. Questo solo per fare due esempi. In realtà non credo molto al caso… mio punto di vista. Il caso è un differente nome del destino, qualcosa che capita, ma per usare un riferimento decisamente colto, penso a un dialogo tra Phoenix e Andromeda ne I Cavalieri dello Zodiaco, in cui il primo disse al fratello che sebbene alcune cose sembrino prestabilite, gli esseri umani hanno la forza e la possibilità di ribellarsi al fato e cambiare il proprio destino. E qui entra in gioco la scelta. Alla fine preferisco vederla come pezzi di un puzzle che nel tempo si incastrano insieme, componendo un disegno di cui inizialmente non vedi l’intreccio, i colori, la fantasia. Magari i pezzi di questo puzzle si può pensare che te li porti il caso, ma è grazie alle tue scelte che si assemblano; o magari sono strade che si incrociano, un’altra visione che mi piace. Quanto bello sarà quel puzzle poi penso avrà molto a che fare col cuore che ci metti. Quanto curi la tua pianta, il tuo giardino? Dovessi dare un nome ad alcuni pezzi del mio puzzle questi sarebbero la ricerca di una professione in cui mi sentissi realizzato e in cui mi ci ritrovassi; un dramma e poi un lutto importanti vissuti molto da vicino, che a mio modo ho cercato di affrontare al meglio; la volontà di poter contribuire a migliorare la vita di persone che si trovavano, trovano e troveranno ad affrontare un dramma simile; le prime attività nel non profit da volontario e poi consigliere di associazione; la scoperta del Master in Fundraising che fu un po’ come trovarsi dinnanzi al ponte levatoio di un castello, sconosciuto fino a quel momento, come se si ergesse tra la nebbia, per poi entrarvici e scoprire un mondo nuovo. Dal Master quindi le prime esperienze lavorative come fundraiser. Quel castello e quel mondo li sto vivendo da alcuni anni, scoprendoli sempre un pochettino di più e imparando, tanto (non si smette mai di farlo). Quindi “caso” e “scelta” sono arrivati come conseguenze di alcune tappe della mia vita, di strade che si sono incrociate, e la volontà di trovare se stessi.

2. Quali sono secondo te le skills più richieste nella professione di fundraiser?

Una delle bellezze di questa professione penso sia nell’ampia varietà di capacità che un fundraiser deve portare con sé, e sviluppare col tempo. Assolutamente non in ordine di importanza vi metto la capacità di ascoltare, la curiosità per scoprire e formarsi, l’empatia, l’abilità nello scrivere e nel parlare, la precisione e profondità di analisi. Poi vi sono chiaramente competenze specifiche su specifici strumenti di fundraising, ma molte cose si possono apprendere come conseguenza, nel tempo, formandosi. E poi deve avere visione: quel grande saggio che era Vujadin Boskov diceva che “grande giocatore è quello che vede autostrade dove altri solo sentieri”. Vedere cose che altri non vedono, crederci, e avere visione a medio-lungo termine. In ultima battuta, ma ancora non per importanza, la volontà di lasciare il mondo meglio di come l’abbiamo trovato. Forse questa in fondo è quella più importante.

3. Quando sei entrato in contatto con Assif per la prima volta e cosa vuol dire per te far parte dell'Associazione Italiana Fundraiser?

La prima volta che sentii parlare di Assif ricordo che ero in ufficio al Master in Fundraising a Forlì, dove oltre a essere studente ero tutor d’aula. In ufficio quella mattina venne Luciano Zanin, che allora, nel 2016, era Presidente di Assif e che avrei poi avuto come docente alcune settimane a venire. Poi pochi mesi dopo, durante il mio primo Festival del Fundraising vidi lo stand di Assif, mi fermai a chiacchierare e chiedere informazioni, ma non mi iscrissi subito. Sapevo sarebbe stata questione di tempo, ma per scaramanzia volevo prima finire il Master e iniziare almeno la prima esperienza lavorativa da fundraiser. Potrà sembrare stupido, ma pur sapendo di voler fare questo lavoro e di voler far parte di Assif, preferivo solo aspettare un poco. Per l’appunto, dodici mesi dopo, sempre al Festival, mi iscrissi. Sono socio dal 2017 quindi, e trovo sia bellissimo e importante avere un’associazione che riunisce chi è fundraiser, per confrontarsi, crescere come fundraiser sì, ma anche contribuire, ogni socio, a far crescere la professione -e il settore- come visibilità e riconoscimento in modo che siano sempre di meno le occasioni in cui quando rispondi alla domanda «Che lavoro fai?», al tuo interlocutore non compaia il vuoto in volto sentendo «Faccio il fundraiser», ma magari questo gli si illumini perché sa e capisce che il fundraiser è una figata di lavoro. Sono socio Assif in primis perché credo in questo lavoro e voglio portare il mio mattoncino, o granellino di sabbia come dicono in Spagna, affinché la casa dei fundraiser sia sempre più bella. O perché no, se non la casa, il castello di cui sopra.

4. Che consigli daresti ad un giovane che vorrebbe intraprendere la carriera del fundraising?

Se lei/lui, giovane, ha già deciso che vuole intraprendere questa carriera, i primi consigli che darei sarebbero di avere sempre un alto livello di entusiasmo e curiosità, aspetti di un’importanza vitale e propedeutici al secondo consiglio, cioè formarsi e sviluppare conoscenze e competenze, senza improvvisarsi in un lavoro per il quale, come in tante altre professioni, la preparazione è importante, e lo è tanto. Non saprai tutto, ma se hai entusiasmo e curiosità altre cose le impari strada facendo. Arriveranno di conseguenza. E poi come ulteriore conseguenza arriveranno i risultati. La professione di fundraiser racchiude in sé diverse specialità a seconda di cosa un fundraiser faccia nello specifico, ma questo è un aspetto che viene in seguito. Lavorare per una causa in cui si crede può essere un consiglio scontato, ma porta un valore aggiunto fortissimo. Però tenere aperta la mente anche ad altre esperienze può essere determinante. Infine, avere pazienza, il lavoro di semina può essere lungo, e ascoltare e ascoltarci: abbiamo a che fare con le persone in primo luogo. Prendendo spunto dal maestro Ezio Bosso, “un grande musicista non è chi suona più forte, ma chi ascolta di più l’altro e da lì i problemi divengono opportunità”: ecco, abbiamo l’opportunità di essere musicisti facendo diventare queste opportunità soluzioni ai problemi.

5. Dove porteresti a cena un major donor?

Sceglierei un posto accogliente, con un’atmosfera famigliare, informale ma non troppo, curato e -cosa più importante- in cui si mangi molto bene, con grande gentilezza e preparazione delle persone che vi lavorano, e capacità di mettere a proprio agio. Persone che magari già conosco e di cui mi fido, e un posto in cui sentirsi a casa, e si possa chiacchierare bene. Sarebbe un posto in cui ho già mangiato, ma cercherei di capire anche i gusti e le preferenze della persona in questione. Due posti che corrispondono alla descrizione li ho bene in mente e vi sono affezionato, anche se uno, purtroppo, ha chiuso da alcuni anni. Quasi certamente sarebbe un posto o a Bologna o in Romagna, le zone che conosco di più.

6. A causa dell'emergenza Coronavirus, abbiamo affrontato nuove sfide e grandi cambiamenti dal punto di vista professionale. Quali difficoltà hai riscontrato lavorando con le organizzazione del non profit e come hai affrontato questo periodo?

Pensando agli ultimi dodici mesi nell’organizzazione in cui lavoro, le difficoltà maggiori riscontrate le lego alla digital transformation e alla grande e prolungata incertezza per via delle difficoltà economiche che questa pandemia ha portato e sta portando con sé. Il budget è stato rivisto e tante attività modificate. Però le crisi vanno superate e se questo accade non si supera soltanto la crisi ma anche se stessi, come diceva Einstein. Le crisi possono portare progressi se affrontate in un certo modo, con proattività e creatività. Una parola in slang bolognese che mi piace è “sbuzzo”, che sta appunto per creatività e inventiva. In Agevolando abbiamo dedicato maggior tempo di prima per esempio al donor care, con telefonate il cui scopo era principalmente far sentire l’associazione vicina alle persone che chiamavamo. Prima ancora che donatori, ci sono persone. Abbiamo cercato di dare maggior spazio ai contenuti (di vario tipo) su sito e canali social e variare le comunicazioni online con i donatori e in generale chi ci segue e sostiene. L’altra difficoltà, persistente tuttora, è il cambio di relazione con persone e spazi per via dell’emergenza sanitaria. Questo a livello emotivo e psicologico diventa snervante nel lungo periodo. Ma adattarsi ed essere resilienti può portare un grande valore. Non può piovere per sempre.

7. Dì una cosa nel dialetto della tua regione a tutti i fundraiser?

Quasst qué l’è un lavurîr ch’um pièṡ dimóndi!

A voi la traduzione!

Gastone Marchesi 

 

 

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