Iraiser

La trasformazione digitale comincia nelle persone (e non finirà mai 😎)

Riflessioni e appunti post pandemia.

Se mi chiedessero di elencare cosa ho imparato e cosa è cambiato in questo 2020, probabilmente la lista tenderebbe all’infinito. Ma se potessi scegliere solo una cosa, qualcosa che possa racchiudere tutti i punti di questo elenco che è fortunatamente lungo, sicuramente direi che ho avuto modo di comprendere appieno il significato del “non si sa mai” e del “tutto può succedere”.
Questo articolo, quindi, non è scritto per azzardare bilanci mentre una pandemia mondiale è ancora in corso, ma per appuntare qualche riflessione su come è cambiato il mondo del non profit in questi mesi e su come potrà eventualmente evolversi da qui in avanti.

Ricordo perfettamente la sera di giovedì 19 febbraio: ero in macchina, da sola, diretta in Trentino, avevo davanti quello che sarebbe stato l’ultimo weekend di libertà per molti mesi, ma ancora non lo sapevo (lo smart working lo praticavo già in tempi meno sospetti).
Sapevamo già cos’era il Covid-19, ma nessuno poteva immaginare cosa sarebbe successo di lì a poco e io, in macchina da sola, riflettevo sul mio lavoro e su come fosse così difficile, a tratti impossibile, far capire al terzo settore italiano che investire sul digitale era indispensabile, anzi era una scelta responsabile davanti a un futuro inevitabile. Non lo nascondo, quella sera ero abbastanza affranta. Quello che mi sentivo dire da tutte le organizzazioni che incontravo erano frasi come: “ma gli italiani non donano online”, “il mio database è anziano, i miei donatori preferiscono il conto corrente postale”, “i giovani non donano”, “solo con il DM si raccoglie”. Tutte affermazioni corredate da una serie di argomentazioni molto specifiche relative alla situazione dell’organizzazione e del singolo fundraiser.

Per carità, era una fotografia piuttosto realistica della realtà italiana, ma per me quelli non erano gli unici “dati” da tenere in considerazione per analizzare la situazione.
Non vedendo molte vie di uscita ed essendo di pessimo umore quella sera ho deciso di fare una cosa tipica per una fundraiser che si definisce spesso una “donatrice compulsiva”: ho fatto una donazione. Lo devo ammettere, non è stata una donazione disinteressata, diciamo che l’ho fatta “di buon auspicio” e “per sentirmi meglio” (ma in fondo chi dona non lo fa sempre un po’ per questo?). E ironia della sorte, non l’ho fatta neanche online, infatti per donare a questa organizzazione si può usare solo l’Iban.

Vabbè, perchè vi ho raccontato tutta questa storia? Cosa c’entra con la digital transformation del fundraising?

Ve l’ho raccontata perchè volevo fare mente locale su quale fosse la situazione “prima”, perchè quella è stata la settimana del prima e del dopo: è stato il momento in cui è iniziata la trasformazione e sono convinta che, se ci pensate, ricorderete tutti dov’eravate il tristemente famoso “weekend di Codogno” (e probabilmente ve lo ricorderete per sempre). Certo - avremmo sicuramente tutti fatto a meno di una pandemia mondiale che continua a condizionare prepotentemente le nostre vite impedendoci di coltivare uno dei pilastri fondamentali del Terzo Settore e del Fundraising, ovvero le relazioni umane dal vivo -, ma, volenti o nolenti, questo è quello che è successo. Il cambiamento è arrivato in modo violento e la navigazione a vista è diventata la costante delle nostre vite (lo è ancora e probabilmente lo sarà ancora per un po’ - o forse - non si sa mai - per sempre).

 Tutti sappiamo che grazie al digitale in questi mesi sono state trovate soluzioni a problemi complessi. Grazie al digitale molti hanno potuto continuare a lavorare, a fare gli aperitivi, a fare la spesa, a comprare l’Azalea di Airc su Amazon (per fare solo l’esempio più famoso), a mettere in piedi nuovi programmi per gli utenti e a fare raccolta fondi.

Ma la digital transformation non è Zoom. Non è il remote working. Non è DAD. Non sono i social. Almeno, non solo.

Con l’emergenza e soprattutto dopo l’emergenza, anche nel terzo settore le cose sono inevitabilmente cambiate. Le organizzazioni hanno cominciato a richiamarmi e alcune hanno preso quella decisione che tenevano in standby da mesi o addirittura anni. Ma, nonostante la pandemia, la necessità di digitalizzare il non profit è un argomento che ancora stenta a prendere piede. Proprio per questo il punto fondamentale è capire perché il digitale ci serve.

Il digitale è la lente perfetta per questo mondo perché segue esattamente le stesse logiche: è sempre in divenire, in trasformazione, in aggiornamento, in cambiamento.

Questo concetto è difficile da digerire culturalmente, professionalmente e personalmente perché con il digitale non si finisce mai.
Non è sempre come ricominciare da capo, ma quasi, e noi non ci siamo ancora abituati. Ma se il mondo cambia velocemente, allora è necessario avere gli strumenti che ti permettano di provare almeno a stargli dietro.

 Il digitale è oggi anche un’opportunità. Anzi, l’opportunità di cambiamento, di miglioramento, di avanzamento. E questo è il momento per usare la tecnologia nel modo giusto: in modo che sia l’uomo a governarla e non il contrario. E chi lavora nel terzo settore, i fundraiser in primis, ha una possibilità speciale in più: può far sì che la tecnologia faciliti la vita delle persone che le organizzazioni aiutano, può migliorare l’esperienza di chi dona per coinvolgere sempre più persone e sì, può anche ottimizzare il proprio lavoro per avere sempre più tempo per fare di più. Sì, ok. Ma tutto questo si potrebbe dire di molte cose e molti strumenti.

Il punto è: perché il digitale?

E se fin qui abbiamo fatto un po’ di “filosofia”, la risposta a questo quesito invece è molto materialista: il digitale ti dà la possibilità di lavorare in contesti nei quali i cambiamenti possono essere fatti più rapidamente e ad un minor costo.
La trasformazione digitale può aiutare tutti gli ambiti dell’organizzazione e digitalizzare il fundraising non significa abbandonare strumenti consolidati, come ad esempio il direct mail o gli eventi, ma andare incontro al mercato e al donatore, cercando di fornire nuove esperienze e nuove possibilità come ad esempio i nuovi metodi di pagamento. Si tratta di affiancare nuovi strumenti a quelli esistenti per renderli ancora più performanti e andare incontro anche ai più giovani, abituati a modalità di interazione diverse.

Non si tratta di rendere i donatori solo digitali, ma di riconoscere che i donatori - tutti - hanno nella loro vita anche una componente digitale. Ed è proprio quella dimensione che ci permette di arrivare a loro prima, meglio, in modo più personale, spendendo meno (mettendo più risorse nella causa) e semplificando loro la vita.E tutto questo si riflette a sua volta nella vita dell’organizzazione: digitalizzare significa liberare risorse umane per nuovi progetti, automatizzare sistemi, migliorare processi. La volontà è sicuramente un punto di partenza, ma per realizzare il cambiamento sono fondamentali due ingredienti: la formazione e l’aggiornamento necessari per scegliere i progetti e gli strumenti giusti per integrare le strategie e continuare a sostenere le buone cause, il vero motore del Terzo Settore. 

In conclusione, prima di pensare agli strumenti e alla tecnologia è necessario pensare alla mentalità. L’Italia ha bisogno del non profit e l’unico modo per andare avanti è partecipare al cambiamento.

[Per la cronaca: io la donazione che ho fatto quella sera continuo a farla, con l’iban, non automatico, più o meno tutti i mesi o meglio “tutte le volte che ne ho bisogno”.]

+++

P.S. A me piacciono le NL con tanti link quindi qua sotto vi riporto una serie molto lunga di suggerimenti, articoli e approfondimenti che ho intercettato in questi mesi.

NL a cui iscriversi:
Newsletter di Mario Calabresi
Newsletter di Domitilla Ferrari
Non profit Tech for good

Campagne digitali a cui ispirarsi (queste le ho scoperte grazie a un post su Linkedin di Allegra Lo Giudice):
Winner help refugees
Be a Secret Santa

Consigli di lettura:
Capitalismo Immateriale (AG)
Momenti Trascurabili Vol. 3 (c’è un capitolo su 8x1000 e 5x1000 che descrive perfettamente la User Experience lato donatore e che mi ha fatto tanto ridere)

Articoli sul fundraising post-covid, digital transformation e molto altro:
Philanthropy will never be the same after 2020 Il direct marketing integrato con il digital
Is your charity ready for digital transformation?
Why digital transformation matter
Digital transformation for non profit is not just about online fundraising
La digital transformation per l'higher education (ho pur lavorato 5 anni in Bocconi...)
Il terzo settore arranca (l'articolo del Corriere sul non profit italiano)
Le ricerche della Lilly University post covid
Intervista al campaigner del Partito Democratico americano (interessante la risposta sull’ufficio digital fundraising) (AG)
L’analisi che feci a caldo sulla campagna dei Ferragnez (ora che l’ho riletto, suona un po’ come il telavevodetto di Zerocalcare)
Quanto costa la digital transformation

Se sei arrivato fino qua, grazie mille, lo so che è stata lunga, ma spero sia stata anche interessante (per cliccare sui link e leggere gli articoli c’è tempo).

Per ultimo, ma non per importanza: un ringraziamento speciale ad Alberto Ghione per la revisione, il supporto, le idee e i contenuti per questo articolo, ma anche per il lavoro di tutti i giorni.

Francesca Arbitani,

Country Manager di iRaiser Italia

Team Iraiser

iRaiser fornisce soluzioni digitali per la raccolta fondi delle organizzazioni non profit → https://www.iraiser.eu/it/

 

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