Massimo Coen Cagli

Se c’è un effetto che il coronavirus ha prodotto sul fundraising è senza dubbio la crescita di importanza e di attenzione del paese, nel complesso, alle raccolte di fondi. Questo è dovuto anche e soprattutto alla realizzazione di campagne di massa che hanno visto come beneficiari e come promotori soggetti e servizi pubblici nazionali e locali.

Questo ha aperto un dibattito sulla legittimità dei soggetti pubblici a fare fundraising.  Se si escludono i soggetti profit, tutti gli altri soggetti che raccolgono fondi senza finalità di lucro possono usare il fundraising sia da un punto di vista sostanziale che da un punto di vista formale-giuridico. Infatti non si è mai messo in discussione il fatto che musei e istituzioni culturali pubbliche facciano fundraising. Al contrario tutti ci siamo domandati come mai in Italia ancora non lo facessero. Da questo punto di vista tra una istituzione culturale pubblica e un servizio sanitario pubblico non c’è differenza.

Il vero problema è se in un mercato libero, come lo è quello del fundraising, i soggetti pubblici rispettino le stesse regole (non tanto e non solo formali) alle quali si devono attenere le organizzazioni non profit e che si chiede loro con rigore (giustamente) di rispettare.

Sotto questo punto di vista, il problema c’è ed è pure grosso: definire una volta per tutte regole chiare circa la realizzazione di campagne di raccolta fondi e valide per tutti. Poche, semplici ma significative regole che permettano a tutti di praticare il fundraising avendo pari opportunità e pari possibilità di usare tutti i mezzi, soprattutto quelli di comunicazione come nel caso del servizio radiotelevisivo pubblico, che è bene ricordare, non è la televisione del governo o del parlamento, ma è la televisione dello stato, di cui i cittadini e le organizzazioni non profit fanno parte allo stesso titolo delle istituzioni amministrative.

Ma il problema è anche e soprattutto quello di tutelare i donatori affinché la donazione e la sua cultura non vengano indebolite e/o svilite a causa di una cattiva gestione delle relazioni con essi.

Ecco perché serve un “regolatore” del mercato, perché non possiamo indebolire in nessun modo la fonte primaria dei sostegni che noi cerchiamo.

I principi di trasparenza e rendicontazione che sono al centro di tanti provvedimenti che si stanno prendendo nell’ambito della riforma del Terzo Settore e rispetto ai quali il non profit è costantemente sotto il mirino dei media e degli interlocutori politici, sembrerebbero valere solo per qualcuno. Ad esempio la protezione civile dopo una fase iniziale (alcune settimane) in cui diramava dispacci sull’entità raccolta con la campagna “Aiuta la protezione civile”, da mesi non fa sapere più nulla non solo sul raccolto, ma soprattutto sul suo impiego, sull’evolversi della causa anche alla luce dell’evolversi del fenomeno corona virus e degli altri provvedimenti economici che lo Stato (spesso con i soldi degli stessi donatori in quanto contribuenti) sta attuando per rafforzare il servizio sanitario pubblico.

Le istituzioni culturali pubbliche possono accedere ad una categoria specifica del 5 per mille, una categoria speciale in cui non vi è concorrenza se non molto limitata. Le decine di migliaia di organizzazioni culturali (associazionismo principalmente) che animano la vita culturale e sociale del paese, nella misura in cui – allo stato attuale – non sono né Onlus, né APS, né altra forma che abbia titolarità, non possono utilizzare il 5 per mille.

L’Art bonus (santo e benedetto) fatta salva qualche deroga, riguarda solo le istituzioni culturali pubbliche. Anche in questo caso è legittimo domandarsi se per sostenere la cultura italiana con misure speciali si possano tenere fuori soggetti privati senza lucro che di fatto animano con le loro attività beni e iniziative culturali di valore pubblico, come festival, teatri, ecc…

Finché poi non si sblocca la completa attuazione della Riforma del Terzo Settore ci sono limitazioni per alcune organizzazioni nell’uso dello strumento della sponsorizzazione o altre attività di tipo commerciale. Non sarebbe più giusto dare libero accesso a tutti a questi strumenti, posto che servono per raggiungere delle cause e dei benefici sociali?

Infine nominiamo l’annoso problema delle regole di accesso al servizio radiotelevisivo pubblico, le cui regole e procedure sono da lungo tempo poco chiare e soprattutto applicate in modo piuttosto discrezionale.

Un altro aspetto che interroga (in positivo) è anche il fatto che le regole (anche quelle di buon senso) spesso non vengono rispettate, non per cattiveria, ma per mancanza di competenze specifiche di fundraising da parte degli enti pubblici. Ringraziare ed informare donatori, curare le relazioni con loro, non sono solo regole di trasparenza ma anche regole per avere migliori risultati di fundraising. E questo apre una prospettiva interessante: se il pubblico può fare fundraising, aiutiamolo a farlo bene e evitare che indebolisca o inquini il mercato, ricorrendo a professionisti.

Se il fundraising è importante per il nostro paese e il nostro welfare – e non solo per il mondo non profit - allora è necessario e urgente che l’Italia si doti di una policy e di regole chiare per tutti e dia vita ad un soggetto che sia in grado in modo autorevole di tutelare il rispetto di queste regole.

Policy, regole e organo di controllo, come succede in tutti gli altri campi, dovrebbero tenere conto degli attori del sistema il che per il fundraising  vuol dire tenere conto dei fundraiser, delle organizzazioni sociali e chiaramente dell’Assif, in quanto unica associazione di riferimento della categoria riconosciuta ufficialmente: tutti soggetti che, purtroppo, vengono ancora trattati solo come meri destinatari di azioni burocratico-amministrative.

Massimo Coen Cagli, Direttore Scientifico della Scuola di Fundraising di Roma

gruppo luglio 2018

 

Per maggiori informazioni visita il sito di Scuola di Fundraising di Roma: https://www.scuolafundraising.it/

 

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