Iraiser

La trasformazione digitale comincia nelle persone (e non finirà mai 😎)

Riflessioni e appunti post pandemia.

Se mi chiedessero di elencare cosa ho imparato e cosa è cambiato in questo 2020, probabilmente la lista tenderebbe all’infinito. Ma se potessi scegliere solo una cosa, qualcosa che possa racchiudere tutti i punti di questo elenco che è fortunatamente lungo, sicuramente direi che ho avuto modo di comprendere appieno il significato del “non si sa mai” e del “tutto può succedere”.
Questo articolo, quindi, non è scritto per azzardare bilanci mentre una pandemia mondiale è ancora in corso, ma per appuntare qualche riflessione su come è cambiato il mondo del non profit in questi mesi e su come potrà eventualmente evolversi da qui in avanti.

Ricordo perfettamente la sera di giovedì 19 febbraio: ero in macchina, da sola, diretta in Trentino, avevo davanti quello che sarebbe stato l’ultimo weekend di libertà per molti mesi, ma ancora non lo sapevo (lo smart working lo praticavo già in tempi meno sospetti).
Sapevamo già cos’era il Covid-19, ma nessuno poteva immaginare cosa sarebbe successo di lì a poco e io, in macchina da sola, riflettevo sul mio lavoro e su come fosse così difficile, a tratti impossibile, far capire al terzo settore italiano che investire sul digitale era indispensabile, anzi era una scelta responsabile davanti a un futuro inevitabile. Non lo nascondo, quella sera ero abbastanza affranta. Quello che mi sentivo dire da tutte le organizzazioni che incontravo erano frasi come: “ma gli italiani non donano online”, “il mio database è anziano, i miei donatori preferiscono il conto corrente postale”, “i giovani non donano”, “solo con il DM si raccoglie”. Tutte affermazioni corredate da una serie di argomentazioni molto specifiche relative alla situazione dell’organizzazione e del singolo fundraiser.

Per carità, era una fotografia piuttosto realistica della realtà italiana, ma per me quelli non erano gli unici “dati” da tenere in considerazione per analizzare la situazione.
Non vedendo molte vie di uscita ed essendo di pessimo umore quella sera ho deciso di fare una cosa tipica per una fundraiser che si definisce spesso una “donatrice compulsiva”: ho fatto una donazione. Lo devo ammettere, non è stata una donazione disinteressata, diciamo che l’ho fatta “di buon auspicio” e “per sentirmi meglio” (ma in fondo chi dona non lo fa sempre un po’ per questo?). E ironia della sorte, non l’ho fatta neanche online, infatti per donare a questa organizzazione si può usare solo l’Iban.

Vabbè, perchè vi ho raccontato tutta questa storia? Cosa c’entra con la digital transformation del fundraising?

Ve l’ho raccontata perchè volevo fare mente locale su quale fosse la situazione “prima”, perchè quella è stata la settimana del prima e del dopo: è stato il momento in cui è iniziata la trasformazione e sono convinta che, se ci pensate, ricorderete tutti dov’eravate il tristemente famoso “weekend di Codogno” (e probabilmente ve lo ricorderete per sempre). Certo - avremmo sicuramente tutti fatto a meno di una pandemia mondiale che continua a condizionare prepotentemente le nostre vite impedendoci di coltivare uno dei pilastri fondamentali del Terzo Settore e del Fundraising, ovvero le relazioni umane dal vivo -, ma, volenti o nolenti, questo è quello che è successo. Il cambiamento è arrivato in modo violento e la navigazione a vista è diventata la costante delle nostre vite (lo è ancora e probabilmente lo sarà ancora per un po’ - o forse - non si sa mai - per sempre).

 Tutti sappiamo che grazie al digitale in questi mesi sono state trovate soluzioni a problemi complessi. Grazie al digitale molti hanno potuto continuare a lavorare, a fare gli aperitivi, a fare la spesa, a comprare l’Azalea di Airc su Amazon (per fare solo l’esempio più famoso), a mettere in piedi nuovi programmi per gli utenti e a fare raccolta fondi.

Ma la digital transformation non è Zoom. Non è il remote working. Non è DAD. Non sono i social. Almeno, non solo.

Con l’emergenza e soprattutto dopo l’emergenza, anche nel terzo settore le cose sono inevitabilmente cambiate. Le organizzazioni hanno cominciato a richiamarmi e alcune hanno preso quella decisione che tenevano in standby da mesi o addirittura anni. Ma, nonostante la pandemia, la necessità di digitalizzare il non profit è un argomento che ancora stenta a prendere piede. Proprio per questo il punto fondamentale è capire perché il digitale ci serve.

Il digitale è la lente perfetta per questo mondo perché segue esattamente le stesse logiche: è sempre in divenire, in trasformazione, in aggiornamento, in cambiamento.

Questo concetto è difficile da digerire culturalmente, professionalmente e personalmente perché con il digitale non si finisce mai.
Non è sempre come ricominciare da capo, ma quasi, e noi non ci siamo ancora abituati. Ma se il mondo cambia velocemente, allora è necessario avere gli strumenti che ti permettano di provare almeno a stargli dietro.

 Il digitale è oggi anche un’opportunità. Anzi, l’opportunità di cambiamento, di miglioramento, di avanzamento. E questo è il momento per usare la tecnologia nel modo giusto: in modo che sia l’uomo a governarla e non il contrario. E chi lavora nel terzo settore, i fundraiser in primis, ha una possibilità speciale in più: può far sì che la tecnologia faciliti la vita delle persone che le organizzazioni aiutano, può migliorare l’esperienza di chi dona per coinvolgere sempre più persone e sì, può anche ottimizzare il proprio lavoro per avere sempre più tempo per fare di più. Sì, ok. Ma tutto questo si potrebbe dire di molte cose e molti strumenti.

Il punto è: perché il digitale?

E se fin qui abbiamo fatto un po’ di “filosofia”, la risposta a questo quesito invece è molto materialista: il digitale ti dà la possibilità di lavorare in contesti nei quali i cambiamenti possono essere fatti più rapidamente e ad un minor costo.
La trasformazione digitale può aiutare tutti gli ambiti dell’organizzazione e digitalizzare il fundraising non significa abbandonare strumenti consolidati, come ad esempio il direct mail o gli eventi, ma andare incontro al mercato e al donatore, cercando di fornire nuove esperienze e nuove possibilità come ad esempio i nuovi metodi di pagamento. Si tratta di affiancare nuovi strumenti a quelli esistenti per renderli ancora più performanti e andare incontro anche ai più giovani, abituati a modalità di interazione diverse.

Non si tratta di rendere i donatori solo digitali, ma di riconoscere che i donatori - tutti - hanno nella loro vita anche una componente digitale. Ed è proprio quella dimensione che ci permette di arrivare a loro prima, meglio, in modo più personale, spendendo meno (mettendo più risorse nella causa) e semplificando loro la vita.E tutto questo si riflette a sua volta nella vita dell’organizzazione: digitalizzare significa liberare risorse umane per nuovi progetti, automatizzare sistemi, migliorare processi. La volontà è sicuramente un punto di partenza, ma per realizzare il cambiamento sono fondamentali due ingredienti: la formazione e l’aggiornamento necessari per scegliere i progetti e gli strumenti giusti per integrare le strategie e continuare a sostenere le buone cause, il vero motore del Terzo Settore. 

In conclusione, prima di pensare agli strumenti e alla tecnologia è necessario pensare alla mentalità. L’Italia ha bisogno del non profit e l’unico modo per andare avanti è partecipare al cambiamento.

[Per la cronaca: io la donazione che ho fatto quella sera continuo a farla, con l’iban, non automatico, più o meno tutti i mesi o meglio “tutte le volte che ne ho bisogno”.]

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P.S. A me piacciono le NL con tanti link quindi qua sotto vi riporto una serie molto lunga di suggerimenti, articoli e approfondimenti che ho intercettato in questi mesi.

NL a cui iscriversi:
Newsletter di Mario Calabresi
Newsletter di Domitilla Ferrari
Non profit Tech for good

Campagne digitali a cui ispirarsi (queste le ho scoperte grazie a un post su Linkedin di Allegra Lo Giudice):
Winner help refugees
Be a Secret Santa

Consigli di lettura:
Capitalismo Immateriale (AG)
Momenti Trascurabili Vol. 3 (c’è un capitolo su 8x1000 e 5x1000 che descrive perfettamente la User Experience lato donatore e che mi ha fatto tanto ridere)

Articoli sul fundraising post-covid, digital transformation e molto altro:
Philanthropy will never be the same after 2020 Il direct marketing integrato con il digital
Is your charity ready for digital transformation?
Why digital transformation matter
Digital transformation for non profit is not just about online fundraising
La digital transformation per l'higher education (ho pur lavorato 5 anni in Bocconi...)
Il terzo settore arranca (l'articolo del Corriere sul non profit italiano)
Le ricerche della Lilly University post covid
Intervista al campaigner del Partito Democratico americano (interessante la risposta sull’ufficio digital fundraising) (AG)
L’analisi che feci a caldo sulla campagna dei Ferragnez (ora che l’ho riletto, suona un po’ come il telavevodetto di Zerocalcare)
Quanto costa la digital transformation

Se sei arrivato fino qua, grazie mille, lo so che è stata lunga, ma spero sia stata anche interessante (per cliccare sui link e leggere gli articoli c’è tempo).

Per ultimo, ma non per importanza: un ringraziamento speciale ad Alberto Ghione per la revisione, il supporto, le idee e i contenuti per questo articolo, ma anche per il lavoro di tutti i giorni.

Francesca Arbitani,

Country Manager di iRaiser Italia

Team Iraiser

iRaiser fornisce soluzioni digitali per la raccolta fondi delle organizzazioni non profit → https://www.iraiser.eu/it/

Global Giving Trend 2020

Qualche giorno fa è stato pubblicata la terza edizione del Global Trends in Giving Report, realizzato da Nonprofit Tech for Good e sostenuto da Funraise (scaricabile gratuitamente da questo link: https://www.funraise.org/giving-report).
L’indagine, che ha una cadenza biennale, cerca di esplorare e comprendere meglio le modalità preferite di donazione e di coinvolgimento in cause sociali, con particolare attenzione alla dimensione tecnologica e digitale.
L’analisi, oltre a una panoramica globale, offre dei focus specifici sulle aree geografiche: Africa, Asia, Australia e Nuova Zelanda, Canada e USA, Europa e America Latina e Caraibi.

Attenzione alla metodologia e alla rappresentatività

Come succede spesso in questo tipo di indagini, vi è un grosso problema di rappresentatività statistica. Cosa vuol dire in pratica? Che non è possibile generalizzare i risultati all’intera popolazione ma rispecchiano solo il comportamento dei soggetti intervistati.
Per diffondere il questionario, vengono coinvolti dei partner nazionali (per l’Italia è stata Italia non profit). Se prendiamo i dati complessivi, al Report hanno risposto 13.468 persone di 133 nazioni differenti. Analizzando meglio si può osservare che 6.195 (46%) sono canadesi e “solo” 1.212 sono gli italiani (secondo Paese per rappresentanza nel campione). In generale, il 74% delle risposte vengono da soli 5 Paesi (Canada, Italia, Brasile, USA e Israele). È facile intuire quindi la difficoltà di considerare i valori rappresentativi della popolazione mondiale (India e Cina hanno quasi il 40% della popolazione mondiale e qui sembrano quasi essere inesistenti). Lo stesso ragionamento si potrebbe fare per l’Europa (dove il 47% delle risposte vengono dall’Italia, il 15% dalla Romania, il 9% dalla Macedonia del nord, il 7% dalla Francia e il 6% dall’Irlanda).

A questo aspetto va poi aggiunto che il questionario era online e veicolato tramite email e social media. Questo non solo esclude tutti i potenziali donatori che non sono digitali (l’ultima rilevazione DESI 2020, riporta ad esempio che il 17% della popolazione italiana non ha mai utilizzato internet nella propria vita, cifra che è quasi il doppio della media UE), ma su questi strumenti la diffusione tende a muoversi all’interno di “bolle” che rischiano di coinvolgere persone con comportamentali molto più simili tra loro. Immaginate solo di usare la mailing list di un’organizzazione: quasi sicuramente vi sarà uno sbilanciamento arbitrario verso persone che sono attente al sociale e potenzialmente donatrici rispetto a chi non è per nulla interessato a questi aspetti.
Nella nota metodologica vengono specificati bene questi limiti: “results only represent the views of respondents that (1) read Arabic, English, French, Italian, Portuguese, Spanish, and Taiwanese Mandarin [ndr. lingue in cui è stato tradotto]; (2) have access to the Internet; and (3) use email and/or social media.”
E allora che possiamo fare di questi dati? Vi potrebbero essere diverse interpretazioni rispetto il vostro livello di rigidità nell’analisi, ma forse quella più utile è di considerarli come un modo per individuare alcuni possibili trend su cui fare un’ulteriore riflessione. L’importante è evitare qualsiasi generalizzazione alla popolazione di riferimento.

10 (+1) spunti interessanti che emergono dal focus Europa

È importante una breve premessa: da uno sguardo attento si comprende la forte influenza sui risultati del fatto che abbiano risposto persone fortemente avvezze al mondo digitale.
Strumenti di donazione digitali: stanno prendendo sempre più piede, soprattutto le carte di credito e i bonifici bancari (che come emerge dall’indagine Donare 3.0, avvengono in grandissima parte tramite home banking). Le donazioni con posta sono scese di qualche punto percentuale, segno che è uno strumento scarsamente utilizzato dagli internauti.
La donazione regolare come abitudine: quasi la metà dei rispondenti conferma di essere coinvolto in un programma di donazione regolare, principalmente mensile.
I social come ispiratori: un intervistato su tre ha individuato nei social media (prevalentemente Facebook e Instagram) lo strumento in grado di stimolare maggiormente la donazione, seguito da sito web ed e-mail. Tendenza che si trasforma anche in una forte propensione ad aderire alle raccolte fondi tramite Facebook, comportamento che la quasi totalità dichiara di essere disponibile a ripetere.
Interesse per lo shopping online solidale: emerge che in Europa c’è una forte propensione rispetto il resto del mondo a fare shopping online in store che generano benefici anche per le organizzazioni non profit.
Donazioni da app mobile: rispetto a strumenti futuri che potrebbero attrarre i donatori, i dati mostrano un forte interesse verso app mobile che permettano di fare donazioni rapide e che utilizzino meccanismi di gamification (badge) e ricompense (punti riscattabili). Mentre sembrano essere poco interessati a donazioni tramite smart TV e assistenti vocali integrati negli speaker.
E-mail e social per donazioni successive: considerato la natura digitale dei rispondenti, vengono indicate le comunicazioni tramite e-mail e sociale come molto più efficaci nel ripetere una donazione rispetto la carta stampata, note scritte a mano e chiamate personali.
Digitale e volontariato un binomio vincente: ancora una volta emerge che gli internauti hanno una buona propensione a svolgere attività di volontariato e che oltre al tempo tendono a donare anche soldi all’organizzazione in cui sono attivi.
Posti di lavoro e donazioni un binomio che non decolla: dai dati emerge che ancora pochissimi degli intervistati sono stati coinvolti o hanno aderito in un programma di donazione nel posto di lavoro.
L’eticità non è in dubbio: la quasi totalità dei rispondenti riconoscere al non profit un ruolo fondamentale nel creare cambiamento sociale e soprattutto non ha dubbi sull'eticità nel comportamento e sulla fiducia verso il loro operato.
GivingTuesday non conosciuto: rispetto Canada e USA, Asia e Africa il GivingTuesday è ancora un’occasione poco sfruttata, da un lato una persona su tre decide di non donare, dall’altro più della metà non ne hanno mai sentito parlare.
Digitale è il futuro: oggi appare essere una frase molto scontata per molti di noi, ma la quasi totalità del campione ha confermato che le organizzazioni dovrebbero investire maggiormente risorse finanziarie sulla comunicazione digitale per non rischiare di scomparire.

In conclusione il Global Trends in Giving Report 2020 evidenzia come il mondo delle donazioni si stia spostando sempre più verso una dimensione digitale, non solo per quanto riguarda gli strumenti di donazione, ma soprattutto per le occasioni di attivazione (crowdfunding, peer-to-peer fundraising ecc.) e come modalità di aggiornamento e coinvolgimento dei donazioni abituali, occasioni e soprattutto potenziali.

Chiudiamo questa breve analisi con un ultimo dato sui non-donatori: la maggior parte degli intervistati a livello globale afferma che la causa principale è da imputare alla mancanza di disponibilità economica oppure nel preferire un impegno come donatore di tempo e/o di beni.

 

2020 08 28 impariamo a pescare FIDO

“Impariamo a pescare” è un percorso online promosso da Fondazione Italia per il Dono con il patrocinio di ASSIF – Associazione Italiana Fundraiser, rivolto alle Organizzazioni non profit che non hanno mai svolto attività di raccolta fondi.

L’obiettivo di questo progetto è quello di “prendere per mano” le Organizzazioni che si iscriveranno al bando ed insegnare loro ad elaborare una strategia per promuovere la propria mission e fornire gli strumenti per realizzare una campagna di raccolta fondi per Natale, grazie al supporto di fundraiser professionisti.

Ringraziamo tutti i soci ASSIF che hanno deciso di raccogliere la sfida e affiancare con un mini-tutoraggio le organizzazioni partecipanti!

C’è ancora tempo per iscriversi qui, il bando scade il 18 settembre.

Se sei una socia/un socio ASSIF e vuoi "insegnare a pescare" alle Onp che aderiranno scrivici a segreteria@assif.it

Survey EFA

Lo scorso luglio l'European Fundraising Association in collaborazione con Salesforce.org ha lanciato una survey per indagare l'impatto del Covid-19 sulle realtà del non profit a livello europeo. 

Come ASSIF - Associazione Italiana Fundraiser crediamo siano fondamentali questo tipo di analisi comparate per indagare gli effetti che la pandemia ha avuto sul fundraising e, più in generale, sugli Enti e le Organizzazioni non profit e capire gli scenari futuri.

Per questo ti chiediamo di rispondere alla survey. QUI trovi il link diretto al questionario integralmente tradotto in italiano - richiede solo 5 minuti.

Ps: Il report finale, poi, sarà a disposizione di tutti coloro che avranno risposto alla survey.

bannerDataProsper

Prevedere il comportamento dei donatori. Sogno o realtà?

Indubbiamente realtà. Se vuoi fare fundraising devi sapere come e perché i tuoi sostenitori modificano i comportamenti nel tempo.
E per riuscirci, hai tutti gli strumenti che ti servono.

Partiamo da qualche nozione generale del comportamento dei nostri donatori sulla base dei criteri di RFM, un acronimo di cui tutti conosciamo il significato e soprattutto il valore: Recency, Frequency and Monetary. Più comprensibilmente: Recenza o quanto tempo è passato dall’ultima donazione, Frequenza o quante volte ha donato, Monetary o quanto ha donato.

Per familiarizzare velocemente con questo concetto, ecco un facile esempio di profilazione: un primo donatore ha donato in 1 anno 12 volte la cifra di 10 Euro, per un totale di 120 Euro; un secondo donatore ha donato 1 volta a Natale una cifra piuttosto consistente di 100 Euro e 1 volta a Pasqua una cifra di 20 Euro, in totale ha donato 120 Euro proprio come il primo donatore.
La differenza nella frequenza di donazione - 2 vs.12 - ci restituisce due diversi profili di comportamento: il primo è donatore regolare, il secondo è donatore in particolari momenti dell’anno (nello specifico, le festività religiose).

Questa profilazione secondo i semplici criteri di RFM ci permette di costruire un primo modello piramidale dei nostri donatori. Si tratta di una fotografia statica del database scattata in un determinato momento, generalmente alla fine di ogni anno o al termine del periodo d’oro della raccolta fondi.

Ma è utile sapere che l’RFM è un indicatore a più volti. Quando è «mobile» analizza il periodo intercorso tra l’ultima donazione ed i 365 giorni precedenti; in questo modo ci aiuta a stabilire con ragionevole certezza il comportamento futuro di gruppi di donatori omogenei, basandosi sulle azioni donative dell’ultimo anno.
Quando è «storico» analizza l’intera storia donativa di un sostenitore, ci aiuta così ad avere un quadro d’insieme, ma restituisce una minore probabilità statistica relativamente ai suoi comportamenti futuri.

Possiamo fare anche una analisi dinamica del database, invece che statica, sulla base di alcuni Key Performance Indicators (KPI), vale a dire indicatori che servono a misurare le performance delle azioni intraprese.
Uno tra tanti: l’Indice di Sostituzione, definito dal rapporto tra la somma dei nuovi donatori e dei riattivati sul numero dei «lapsed» (quei donatori che si erano un po’... addormentati).
Perché ci piace tanto? Perché ci dice se e quanto siamo stati bravi a mantenere lo stesso numero di donatori dell’anno precedente.
Avere sotto mano, anno dopo anno, questi indicatori ci serve a capire in anticipo (e non quando sarà troppo tardi!) come sta andando il gruppo dei donatori «a rischio».

Se ti stai chiedendo perchè dobbiamo comprendere, predire, intercettare il comportamento passato e futuro dei donatori, la risposta è semplice: per rendere più efficiente la tua raccolta fondi. E quindi costruire un piano strategico dai risultati pressoché garantiti (Covid-19 permettendo).

So per certo che queste domande tormentano anche le tue notti... Quanti donatori prevedo devo recuperare il prossimo anno? A quanti devo spedire il mailing di Natale? Le analisi predittive del database rispondono a queste e ad altre temibili domande.
Non disperare se i donatori non sono tutti uguali, visto che possiamo raggrupparli analizzando il loro comportamento. Se è difficile predire i risultati quando analizziamo il totale dei donatori, è molto più facile prevedere la somma che raccoglieremo da tanti sottogruppi.

piramide

Ma possiamo fare di più e meglio: per esempio incrociare diversi indicatori per produrre un nuovo modello di relazione tra noi organizzazione i nostri i donatori. E’ un ottimo modo per arricchire ulteriormente il database di informazioni dettagliate, a misura del singolo donatore.

Porto ad esempio altri 3 indicatori:
• redditi stimati sulla singola micro-zona censuaria
• macro-profili che sintetizzano lo stile di vita
• date di nascita

Ma limitiamoci al primo: cosa è la micro-zona? E’ una porzione di territorio italiano (per essere precisi l’Istat divide Italia in 366.000 micro-zone).
Nell’immagine sotto possiamo vedere un esempio concreto sulla città di Milano, in cui vengono rappresentate le fasce di donazione in colori diversi: il blu evidenzia le aree con reddito più elevato, il verde, l’arancio e il rosso mostrano le aree con reddito meno elevato.

 Mappa Milano DataProsper

Potremmo fare una lunga e dettagliata analisi di questa bella immagine, ma rimandiamola alla prossima occasione. Ci basta un primo sguardo per capire, ad esempio, che il sostegno al terzo settore non è correlato al reddito.

Questo è un altro modello che può tornare parecchio utile:

Mappa del Donatore DataProspect

Prevede la divisione in 4 macro-aree (o 16 sottocluster):
Area del Minimo Investimento - basso reddito e scarsa propensione al dono, non ci consigliano di fare grandi investimenti.
Area del Ringraziamento - basso reddito connesso ad una buona/ottima propensione al dono, che può essere sia per cifra che per frequenza; sono donatori poco abbienti ma molto generosi (stanno già facendo molto, ringraziamoli per questo!)
Area della Retention - ecco i nostri migliori donatori, sono sia ricchi che generosi, assolutamente da non perdere! E’ certo che piccoli incrementi daranno grandi risultati.
Area del Massimo Potenziale - ahimè... qui c’è un gruppo di donatori molto ricchi, ma poco generosi; forse non abbiamo riconosciuto le loro potenzialità donative e per questo abbiamo sempre chiesto lo stesso importo di donazione, inferiore al potenziale.

Ecco lo stesso modello in numeri:

Mappa donatore in numeri Data Prospect

In basso a destra troviamo un’informazione molto interessante: 1/6 dei nostri donatori potrebbero donare molto di più.
Potremmo parlare davvero a lungo... Ma la cosa più importante è sapere che bastano 3 fattori fondamentali per creare un processo virtuoso di miglioramento:

1) i donatori non sono tutti uguali

2) dobbiamo iniziare, o migliorare, l’attività di segmentazione e analisi del nostro database per capire come stiamo andando

3) abbiamo sicuramente tante opportunità e potenzialità da sfruttare.

Buon lavoro!

Sebastiano Moneta

Per maggiori informazioni visita il sito di DataProsper: https://dataprosper.it/

Massimo Coen Cagli

Se c’è un effetto che il coronavirus ha prodotto sul fundraising è senza dubbio la crescita di importanza e di attenzione del paese, nel complesso, alle raccolte di fondi. Questo è dovuto anche e soprattutto alla realizzazione di campagne di massa che hanno visto come beneficiari e come promotori soggetti e servizi pubblici nazionali e locali.

Questo ha aperto un dibattito sulla legittimità dei soggetti pubblici a fare fundraising.  Se si escludono i soggetti profit, tutti gli altri soggetti che raccolgono fondi senza finalità di lucro possono usare il fundraising sia da un punto di vista sostanziale che da un punto di vista formale-giuridico. Infatti non si è mai messo in discussione il fatto che musei e istituzioni culturali pubbliche facciano fundraising. Al contrario tutti ci siamo domandati come mai in Italia ancora non lo facessero. Da questo punto di vista tra una istituzione culturale pubblica e un servizio sanitario pubblico non c’è differenza.

Il vero problema è se in un mercato libero, come lo è quello del fundraising, i soggetti pubblici rispettino le stesse regole (non tanto e non solo formali) alle quali si devono attenere le organizzazioni non profit e che si chiede loro con rigore (giustamente) di rispettare.

Sotto questo punto di vista, il problema c’è ed è pure grosso: definire una volta per tutte regole chiare circa la realizzazione di campagne di raccolta fondi e valide per tutti. Poche, semplici ma significative regole che permettano a tutti di praticare il fundraising avendo pari opportunità e pari possibilità di usare tutti i mezzi, soprattutto quelli di comunicazione come nel caso del servizio radiotelevisivo pubblico, che è bene ricordare, non è la televisione del governo o del parlamento, ma è la televisione dello stato, di cui i cittadini e le organizzazioni non profit fanno parte allo stesso titolo delle istituzioni amministrative.

Ma il problema è anche e soprattutto quello di tutelare i donatori affinché la donazione e la sua cultura non vengano indebolite e/o svilite a causa di una cattiva gestione delle relazioni con essi.

Ecco perché serve un “regolatore” del mercato, perché non possiamo indebolire in nessun modo la fonte primaria dei sostegni che noi cerchiamo.

I principi di trasparenza e rendicontazione che sono al centro di tanti provvedimenti che si stanno prendendo nell’ambito della riforma del Terzo Settore e rispetto ai quali il non profit è costantemente sotto il mirino dei media e degli interlocutori politici, sembrerebbero valere solo per qualcuno. Ad esempio la protezione civile dopo una fase iniziale (alcune settimane) in cui diramava dispacci sull’entità raccolta con la campagna “Aiuta la protezione civile”, da mesi non fa sapere più nulla non solo sul raccolto, ma soprattutto sul suo impiego, sull’evolversi della causa anche alla luce dell’evolversi del fenomeno corona virus e degli altri provvedimenti economici che lo Stato (spesso con i soldi degli stessi donatori in quanto contribuenti) sta attuando per rafforzare il servizio sanitario pubblico.

Le istituzioni culturali pubbliche possono accedere ad una categoria specifica del 5 per mille, una categoria speciale in cui non vi è concorrenza se non molto limitata. Le decine di migliaia di organizzazioni culturali (associazionismo principalmente) che animano la vita culturale e sociale del paese, nella misura in cui – allo stato attuale – non sono né Onlus, né APS, né altra forma che abbia titolarità, non possono utilizzare il 5 per mille.

L’Art bonus (santo e benedetto) fatta salva qualche deroga, riguarda solo le istituzioni culturali pubbliche. Anche in questo caso è legittimo domandarsi se per sostenere la cultura italiana con misure speciali si possano tenere fuori soggetti privati senza lucro che di fatto animano con le loro attività beni e iniziative culturali di valore pubblico, come festival, teatri, ecc…

Finché poi non si sblocca la completa attuazione della Riforma del Terzo Settore ci sono limitazioni per alcune organizzazioni nell’uso dello strumento della sponsorizzazione o altre attività di tipo commerciale. Non sarebbe più giusto dare libero accesso a tutti a questi strumenti, posto che servono per raggiungere delle cause e dei benefici sociali?

Infine nominiamo l’annoso problema delle regole di accesso al servizio radiotelevisivo pubblico, le cui regole e procedure sono da lungo tempo poco chiare e soprattutto applicate in modo piuttosto discrezionale.

Un altro aspetto che interroga (in positivo) è anche il fatto che le regole (anche quelle di buon senso) spesso non vengono rispettate, non per cattiveria, ma per mancanza di competenze specifiche di fundraising da parte degli enti pubblici. Ringraziare ed informare donatori, curare le relazioni con loro, non sono solo regole di trasparenza ma anche regole per avere migliori risultati di fundraising. E questo apre una prospettiva interessante: se il pubblico può fare fundraising, aiutiamolo a farlo bene e evitare che indebolisca o inquini il mercato, ricorrendo a professionisti.

Se il fundraising è importante per il nostro paese e il nostro welfare – e non solo per il mondo non profit - allora è necessario e urgente che l’Italia si doti di una policy e di regole chiare per tutti e dia vita ad un soggetto che sia in grado in modo autorevole di tutelare il rispetto di queste regole.

Policy, regole e organo di controllo, come succede in tutti gli altri campi, dovrebbero tenere conto degli attori del sistema il che per il fundraising  vuol dire tenere conto dei fundraiser, delle organizzazioni sociali e chiaramente dell’Assif, in quanto unica associazione di riferimento della categoria riconosciuta ufficialmente: tutti soggetti che, purtroppo, vengono ancora trattati solo come meri destinatari di azioni burocratico-amministrative.

Massimo Coen Cagli, Direttore Scientifico della Scuola di Fundraising di Roma

gruppo luglio 2018

 

Per maggiori informazioni visita il sito di Scuola di Fundraising di Roma: https://www.scuolafundraising.it/

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       La felicità dell’altro è al centro del fundraising. Un “altro” che pone di fronte al donatore un bisogno da soddisfare da cui dipende la felicità di qualcun altro. L’essenza del nostro lavoro è quindi il continuo impegno a generare e curare le ragioni del dono.

 Il dono è sempre più espressione di un bisogno, del desiderio cioè, attraverso quell’atto di donazione, di entrare in rapporto con l’altro e su quel rapporto costruire un legame. Le nostre tante amate tecniche non sono altro che strumenti che fanno proposte, che stimano reazioni positive o negative (redemption e conversioni), ma che non potranno mai sostituirsi alla relazione vera ed autentica con il donatore.

Chi dona lo fa perché ha deciso di credere, ha deciso di fidarsi, ha deciso di cambiare le cose, ma sa che non può farlo da solo. La storia ci insegna che il dono è dirompente, talvolta inaspettato, ma capace di generare sempre un legame. Una scelta che fa star bene chi la compie e che cambia gli equilibri di chi la riceve. Il dono però ha bisogno di essere alimentato con due ingredienti fondamentali: la relazione e la ragione. La relazione è il mezzo da cui passano le ragioni che alimentano il Sì al dono. Crediamo che il dono appartenga in modo prevalente alla sfera razionale dell’individuo, e che donare sia il modo più ragionevole per cambiare la realtà un passo alla volta, un progetto alla volta.

Il mercato consuma fiducia, il dono la edifica ed il fundraiser ne è il custode. Nell'antica Roma, la parola fiducia assumeva la dimensione del contratto con cui veniva affidata a una persona una cosa, da restituire in seguito o da consegnare ad altri. In questa definizione c’è l’essenza di quello che facciamo ogni giorno nel sostenere missioni e cause affinché sempre più persone possano donare e comprenderne a pieno le ragioni.

Costruire, Progettare, fare Sviluppo sono tutte azioni che hanno bisogno di una “CO” che le precede, cioè dell’altro. Tale tipologia di approccio assume anche nel fundraising una dimensione strategica legata allo sviluppo; non la solita beneficenza, ma la capacità di co-produrre valore attraverso il dono.

Recentemente un caro amico, fondatore di una delle più rilevanti piattaforme italiane di Crowdfunding, ci ha coinvolto in un interessante progetto in cui la piattaforma esce dal suo ruolo tradizionale di “mero” strumento di raccolta fondi e scende in campo sui territori in partnership con aziende per incentivare attraverso il dono l’intervento su progetti inerenti l’emergenza Covid-19. In particolare l’azienda raddoppia con un grant la somma donata sulla piattaforma premiando la capacità di coinvolgimento dell’ente benefico sul proprio territorio. Quello che riscontriamo di innovativo in questa operazione è la modalità di un’azienda A (piattaforma di crowdfunding) che insieme ad un’azienda B (impresa che opera sul territorio di riferimento) decide non solo sostenere una buona causa, ma di farlo coinvolgendo la collettività. Il sistema attiva quindi un circolo virtuoso che trasforma quello che sino a ieri era uno strumento di fundraising in un driver di sviluppo comunitario.

“CO” come elemento del fare insieme, del fare con l’altro e non per l’altro, ma anche come coraggio; il coraggio che ancora troppo spesso manca alle nostre organizzazioni di agire consapevoli della propria funzione pubblica, agire con la stessa passione quella funzione che definisce la loro ragion d’essere. In questa fase di grandi paure e incertezze non vorremmo più sentir parlare del cosa accadrebbe se la nostra organizzazione dovesse chiudere per mancanza di risorse, ma di come e chi si occuperà/tutelerà/agirà rispetto all’ambito di bisogno che ha fatto venire al mondo il nostro ente. Dobbiamo agire nella scarsità di risorse con ricchezza di visione andando oltre la paura, trovando il coraggio di cambiare prospettiva e paradigma. Cambiarlo davvero e farlo ora.

 

Per maggiori informazioni visita il sito dello Studio Romboli: https://www.romboliassociati.com/

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Mai come oggi si parla di raccolta fondi per dare un contributo in questo momento di emergenza sanitaria ed è pertanto importante che la raccolta fondi sia etica, trasparente ed efficace. Molte organizzazioni hanno fermato le loro spedizioni, ma adesso è il momento di ricominciare.

Fare un direct mailing di successo in organizzazioni non-profit non è poi così complicato; spesso si pensa che le spedizioni postali costino fin troppo oppure che un invio graficamente povero sia inefficace. Ogni organizzazione desidera acquisire donatori regolari o trasformare quelli occasionali in donatori periodici. In questo articolo vorremmo darvi dei consigli per organizzare al meglio la prossima spedizione postale, per raggiungere il cuore dei donatori che vorranno essere sempre aggiornati ed ispirati: per questo sarà importante impostare un’efficiente ed efficace comunicazione con servizi personalizzati e innovativi.

Il primo consiglio è di gestire in modo ottimale le vostre anagrafiche donatori ovvero le persone che volete coinvolgere in una campagna (il tanto famigerato target!).
Secondo consiglio, personalizzate o progettate la grafica delle vostre lettere/circolari ma, attenzione: la lettera non è tutto! Anche la grafica delle vostre buste vuole la sua parte, al di là della dimensione. Una campagna ha bisogno di essere legata ad una grafica specifica, potreste utilizzare quindi i colori della campagna per la busta e la lettera in modo che il vostro donatore possa ricordarsi di voi anche quando vi seguirà su altri canali.

In questo tipo di comunicazione si possono inserire anche dei gadget personalizzati e originali a chi dona o a chi riceve il mailing. Classici esempi sono: adesivi, cartoline, biglietti di auguri, ecc. ma tutto deve richiamare sempre la vostra mission ed essere coerente con i vostri obiettivi.

Adesso non resta che scegliere chi può affiancarvi nel vostro direct mailing: MEDIA srl è in grado di seguirvi in tutto il processo, dalla gestione e normalizzazione delle vostre liste, alla ideazione-progettazione grafica delle lettere, periodici informativi, scelta del gadget, stampa, imbustamento e postalizzazione (e ricordate che le campagne di fundraising prevedono tariffe di spedizione convenienti per tutte le organizzazioni non profit).

Curare e stupire nella comunicazione è importante, ma ancora di più lo è la trasparenza che premia la fiducia e la generosità dei vostri donatori.

MEDIA srl

Per maggiori informazioni visita il sito di MEDIAsrl: https://www.mediaservizi.net/

foto Alberto Cuttica Engagedin

Qualche tempo fa, scrivendo un articolo per un blog internazionale, cercavamo un hashtag in grado di descrivere, quasi a livello visivo, la situazione straniante che stavamo – stiamo - vivendo. Da mobilità totale a totale stanzialità. Dal nostro punto di osservazione di consulenti che collaborano con realtà molto diverse fra loro in Italia e all’estero, notavamo alcune caratteristiche che stavano emergendo nei primi giorni di “clausura” e volevamo rendere un po’ più chiara la situazione ai colleghi stranieri per le settimane future e offrire qualche spunto dal primo Paese, oltre la Cina, in lockdown.

#weirdtimes è stato il termine ricorrente che ci veniva alla mente: tempi strani.

Perché diversamente non si può definirli, con la consapevolezza che questa “stranezza” ce la porteremo dietro per un bel po’ – non sappiamo quanto, ma sarà per un lungo periodo. Sono 3 settimane di mobilità zero, esattamente – anzi, inizia oggi la quarta; e sembrano mesi. Nonostante il nostro lavoro vada avanti come sempre, solo dietro uno schermo da cui continuiamo a parlare con colleghi, clienti, amici, in Italia e nel resto del mondo: non ci sentiamo soli e, anzi, la sensazione è più che mai quella di essere parte di una collettività – che è grande quanto tutto il genere umano e che prova a trovare le coordinate di un perimetro sconosciuto fino a pochi giorni fa.

Proviamo, dunque, a fare qualche riflessione che (speriamo) possa essere utile a chi legge per orientarsi, nella consapevolezza che il nostro – come quello di chiunque - è di per sé un punto di vista soggettivo.

Ci sono due tratti prevalenti che, da qui, osserviamo e vogliamo condividere con chi leggerà: la generosità e lo spontaneismo. Assistiamo ad una prova di generosità che allarga i cuori: donazioni, gesti singoli e collettivi, cura degli altri, attenzione. I primi giorni hanno stupito anche noi: un’ondata di persone desiderose di aiutare, di fare qualcosa, di rendersi utili – per l’ospedale della propria città, per la propria comunità di riferimento, per il proprio condominio, ma non solo.

Vedere le cifre sulle varie piattaforme che ospitano queste iniziative salire ad ogni aggiornamento è stata un’emozione, inutile nasconderlo. Per il gesto in sé, certamente, ma ancora di più in quanto testimonianza che “l’abbrutimento morale” che sembrava caratterizzare la narrazione degli ultimi mesi – con un individualismo esasperato, un approccio basato sul “tutti contro tutti”, un perenne innalzamento dell’asticella dello scontro a tutti i livelli, il clima non era tra i più costruttivi – si è sciolto (quasi) come neve al sole di fronte ad un’emergenza inaspettata e impensabile.

È bello notare, pur in questo clima strano (continua a tornare questa parola), quanto la comunità sia l’unica dimensione che avvolge e protegge, e che ci si salva soltanto insieme. Questa è la parte positiva e, diciamo così, di impressione generale.

Sul lato fundraising questa grande generosità si incanala spesso (non sempre) in un altrettanto grande spontaneismo. Che di per sé è una cosa bella, genera entusiasmo e partecipazione, in una situazione come quella di queste settimane infonde speranza nella capacità di aiuto reciproco che abbiamo.Spingendo la riflessione un pochino oltre il lato emozionale, tuttavia, qualche difficoltà salta fuori. Senza entrare nel merito di casi specifici o in tecnicismi, ne citiamo una tra quelle che abbiamo notato con maggiore frequenza: raccogliere fondi per un ente pubblico è una cosa lodevole – lo diciamo da professionisti che con gli enti pubblici hanno lavorato e lavorano e credono fortemente nel settore pubblico come veicolo di sviluppo inclusivo; occorre, però, verificare a monte – pur nell’emergenza – se poi quell’ente i soldi donati potrà incamerarli, gestirli e, soprattutto, utilizzarli con efficacia e in tempi brevi, quelli dettati appunti dall’emergenza. Se è così, ottimo; se non è così qualche problema sorge. O meglio: si crea un ulteriore aggravio a carico di realtà che sono già in forte sofferenza nel migliore dei casi oppure, peggio, quei soldi rimarranno congelati in attesa procedure amministrative varie. Che non è esattamente quello che si intendeva quando si è avviata la raccolta, naturalmente, ma che si produce se non si conoscono i meccanismi con cui funzionano gli enti pubblici.

Questo non vuol dire non raccogliere fondi per gli enti pubblici: più semplicemente, informarsi prima su vincoli e modalità di gestione, incluse quelle delle piattaforme che rendono possibile tale raccolta. Le emergenze rendono il fundraising uno strumento “pop”, facile da usare e di grande impatto personale e collettivo.

E questo è un bene, s’intende.

Chi lavora in questo ambito, tuttavia, sa quanto il fundraising sia in realtà frutto di un lavoro dietro le quinte fatto di analisi, approfondimenti, test, fine tuning e confronto con la realtà.

Lo spontaneismo è bello ma non può che essere di breve periodo. Attivarsi sull’onda emotiva è una cosa bella e grande e il nostro compito di fundraiser è stimolare questo “ingaggio”. Fare in modo che non si tratti di una scintilla che si spegne presto, però, ma di un fuoco che continua a bruciare, è un po’ più complesso, richiede visione e professionalità.

Ecco, è questo il punto: non ci si improvvisa.

Noi crediamo profondamente che donare sia e debba essere prima di tutto un gesto spontaneo, facile, a maggior ragione di fronte ad una difficoltà; altrettanto profondamente vediamo, nella quotidianità professionale, quanto è più complesso mantenerla, quell’emozione che porta alla donazione, anche quando l’emergenza è terminata.

Un esempio, tra i tanti che si potrebbero fare, tratto da una situazione vissuta direttamente: qualche anno fa abbiamo lavorato con una organizzazione che ha dovuto lavorare ed occuparsi di emergenze, suo malgrado, per molti anni; una volta stabilizzata la situazione, la preoccupazione maggiore è stata quella di perdere i donatori che, di fronte alla normalità del quotidiano, si sarebbero sentiti meno coinvolti. E lo sforzo – grande, di tutti, in quel frangente – era stato proprio rendere “straordinaria la normalità”.

Ancora una volta, dunque, ci teniamo a fare il punto sulla necessità di professionalizzazione che richiede fare questo lavoro. Che non vuol dire stare dietro una scrivania a compilare fogli di calcolo e verificare numeri ma, al contrario, avere consapevolezza che quei numeri dovranno dare potenza alla causa, dovranno rappresentarne la dimensione pur non potendone (per fortuna!) sostituire l’intensità.

Le energie che emergono in questi giorni sono, dal nostro punto di vista, un’ottima base su cui costruire la narrazione della nostra professione per il futuro. E questo, a nostro parere, è un punto per così dire “programmatico” per i fundraiser (lo diciamo in un’accezione allargata a tutti coloro che hanno a che fare con il fundraising) italiani.

Accade spesso che si lamenti il mancato riconoscimento – non giuridico, ma “sociale” – della nostra professione: l’abbiamo fatto anche noi, spesso utilizzando l’ironia per sdrammatizzare tutte le volte in cui abbiamo colto negli sguardi altrui, nel sentire di cosa ci occupiamo, un’espressione del tipo “potevo farlo anch’io” (sfidiamo chiunque a non essersi sentito così, almeno una volta, nella sua vita professionale). E aggiungiamo una nota personale: ancora questa mattina di fine marzo ci sono arrivate ben due richieste: la prima ci chiedeva di aderire ad un portale per consulenti finanziari (a seguito di analisi dei nostri profili Linkedin), la seconda voleva premiarci tra i migliori negozi online (a seguito di analisi del nostro sito web).

C’è da ridere? Sì, ma magari anche no.

(Al di là di farci domande sull’efficacia della nostra comunicazione) Quello che ci dà da pensare e su cui riteniamo occorra lavorare come collettività di fundraiser – attraverso ASSIF in primis e, in generale, sentendoci parte di una collettività professionale, ciascuno con le proprie caratteristiche ma accomunati da una visione professionalizzante – è la necessità, finita l’emergenza, che di fundraising si continui a parlare come di una professione, non di un singolo gesto lodevole ma limitato che difficilmente (pur portando sollievo) cambia le situazioni.

Perché è questo che ci diciamo tutti giorni, no? Fare fundraising vuol dire cambiare in meglio quello che non funziona, qualunque cosa essa sia. E per farlo occorre una visione di lungo periodo, perché è il cambiamento non è cosa che accada per caso, dall’oggi al domani. Richiede perseveranza e tenacia. Capacità di lasciarsi “toccare” dalle cause ed emozionarsi e, al tempo stesso, avere in mente gli obiettivi e lavorare con costanza per raggiungerli.

Questo periodo porterà con sé molti cambiamenti, ne siamo convinti.

Nella percezione che abbiamo della nostra società, che ci sembrava inattaccabile e invece ha tutte le fragilità dell’essere “terreni”. Nell’approccio che abbiamo agli “altri”, spesso basato sul “cerca le differenze” invece che “trova i puntini di congiunzione”. Nella constatazione di un punto di non ritorno in un modello di sviluppo basato sulla crescita e che, forse, deve partire da presupposti differenti.

L’auspicio è che il senso di comunità, quello a cui ci stiamo aggrappando tutti, tutti i giorni di questo periodo fatto di giorni strani, resti uno dei regali di un periodo complicato, difficile, doloroso, e venga coltivato in una quotidianità nuova. Che sia nuova linfa vitale anche per i fundraiser, per il Terzo Settore in generale, perché diventi uno degli attori strategici al tavolo del disegno sociale e non mero fruitore di provvedimenti: è quello che vediamo quando lavoriamo – dal vivo o a distanza – in altri Paesi europei, è quello che ci auguriamo per il nostro Paese perché i tempi e le persone che “fanno” questo settore sono maturi.

 foto Simona Biancu Engagedin

Per maggiori informazioni visita il sito di ENGAGEDin: https://www.engagedin.net/

studio stands espositori per non profit 2

 Gli stand promozionali si presentano come la soluzione ideale per creare spazi personalizzati dove personale e volontari delle realtà non profit possono interagire con il pubblico in molteplici contesti. Anche le associazioni non profit necessitano infatti di pratici ed efficaci mezzi di comunicazione per divulgare la propria identità e promuovere eventi di raccolta fondi, firme, ricerche di volontari e campagne di sensibilizzazione legate alla propria mission.

Uno stand composto da espositori portatili risulta particolarmente vantaggioso in quanto si tratta di soluzioni espositive facili da montare senza l'utilizzo di attrezzi e senza l'intervento di personale specializzato. Sono inoltre estremamente pratiche da trasportare da un evento a un altro e presentano la possibilità di sostituire la stampa quando vi è la necessità di rinnovare il messaggio della campagna.

In occasione di eventi non profit all'aperto è importante allestire la propria postazione personalizzata con coperture pubblicitarie che possano offrire riparo per tutta la durata dell'evento ma che allo stesso tempo offrano una maggiore visibilità al logo dell'associazione o al messaggio della campagna grazie alla stampa personalizzata di tetto e pareti optional. Le coperture pubblicitarie portatili più gettonate comprendono senza dubbio i gazebo pubblicitari richiudibili con struttura in alluminio e i gazebo gonfiabili (non necessitano di motore grazie alla struttura ad aria prigioniera) disponibili in vari formati. Diversi sono gli optional disponibili per una maggiore personalizzazione dello stand: pareti personalizzate, attacchi per bandiere, faretti, pareti con porte o finestre, zavorre, picchetti, etc.
Lo stand promozionale outdoor può essere inoltre completato con l'integrazione di varie soluzioni espositive come banchetti pubblicitari personalizzati da utilizzare come piano d'appoggio per il lavoro di personale e volontari, totem gonfiabili, bandiere pubblicitarie in diversi modelli e dimensioni, espositori portadepliant e altro ancora.

Per gli eventi indoor è possibile allestire piccoli ma efficaci corner informativi semplicemente abbinando dei banchetti promozionali agli espositori Roll-Up.
I desk pubblicitari con stampa personalizzata, disponibili in svariate forme e dimensioni con diversi materiali, costituiscono un ottimo supporto per il lavoro di promoter e volontari mentre gli espositori avvolgibili Roll Up sono particolarmente apprezzati in quanto consentono di allestire il corner promozionale in un attimo, semplicemente srotolando la stampa pvc riposta nella struttura dell'espositore.
Un'ulteriore integrazione dello stand indoor può essere data dall'introduzione di un fondale grafico portatile, utile per delimitare l'area dello spazio espositivo.
Infine, un aspetto da non trascurare è la cura della grafica personalizzata che deve essere proposta in modo coerente sui diversi espositori utilizzati per la postazione personalizzata, in modo da presentare al meglio i valori e l'identità dell'ente no-profit.

Per maggiori informazioni puoi contattare Studio Stands Srl: www.studiostands.it

 

 

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