Assif Job4good EFA Skills Share

 In occasione dell’edizione 2020 di EFA Fundraising Tour, la vicepresidente e delegata all’internazionalizzazione Simona Biancu e il co-fondatore di Job4Good Diego Maria Ierna hanno presentato la case history “The Italian Fundraising Task Force for Hospitals during Covid-19”.
Più di 70 fundraisers collegati da tutta Europa e anche oltre, hanno condiviso una intera mattina di sessioni di confronto sulle attività e strategie di fundraising organizzate in questo atipico e difficile 2020. La presentazione a due voci è stata l’occasione per ripercorrere l’iniziativa, lanciata lo scorso marzo, in pieno lockdown nazionale, da Job4Good con il patrocinio di ASSIF, a supporto delle raccolte fondi degli ospedali italiani.

Trenta fundraisers e dieci comunicatori hanno lavorato pro bono offrendo la propria expertise agli ospedali che, a partire da una scarsa o totalmente assente unità di fundraising interno, avevano la necessità di gestire il processo di donazione, incamerare i fondi, rendicontare dal punto di vista dell’accountability quanto raccolto e come è stata gestita la spesa. Quest’ultimo punto vedrà un ulteriore approfondimento nel follow up del progetto, nei mesi futuri.
ASSIF ha deciso di essere al fianco di Job4Good mettendo a disposizione la propria rete di contatti con i fundraiser sui territori, la capacità di comunicare l’iniziativa e rilanciarla sulle pagine social nazionali e territoriali.

Averla condivisa come best practice ha suscitato molto interesse dai colleghi stranieri ed è sicuramente motivo di orgoglio e soddisfazione che, come associazione, vogliamo condividere con Job4Good, con tutti i fundraisers e i comunicatori che hanno messo a disposizione il loro impegno volontario, con chiunque ha contribuito a rilanciare e promuovere l’iniziativa.

Assif Job4good EFA Skills Share1

“Mi accade spesso, da parecchi anni, di presentare iniziative, case history, tenere lezioni fuori dall’Italia.” – afferma la vicepresidente Simona Biancu. “É sempre un’esperienza interessante, che contribuisce ad allargare le prospettive, a condividere iniziative, ad imparare dal confronto con gli altri – colleghi e non. Questa volta era un po’ diversa dalle altre, in primo luogo perché avrei parlato a colleghi e il punto non era tanto che fossero stranieri quanto, più precisamente, che fossero persone che, come me, professionalmente vivono la promozione la cultura del dono e il lavoro concreto sul campo come sfide quotidiane; e poi perché avrei raccontato una iniziativa che ha coinvolto tutto il nostro Paese, ed è sempre una bella responsabilità quella di presentare in maniera corretta un lavoro che, personalmente, ho apprezzato moltissimo, e che ha prodotto un risultato che – lasciatemi dire – forse sarebbe stato impensabile senza un’emergenza come quella che abbiamo vissuto, che ci ha riguardato e coinvolto da vicino e che ci vede ancora alle prese con un periodo difficile dal punto di vista psicologico, logistico, a volte anche fisico.

Presentare questa case history così “vicina” insieme a Diego è stata una bella opportunità di lavorare insieme, confrontare i punti di vista, allineare parole e struttura ad un pubblico che spesso parla un linguaggio differente.
E leggere le reazioni in chat subito dopo, o sui social nei giorni successivi, è stata davvero una soddisfazione perché quello che volevamo era che si parlasse dell’iniziativa e, soprattutto, dei fundraiser italiani e di come – chi mi conosce sa che è uno dei mantra del mio quotidiano professionale e non solo – questo lavoro non sia solo una professione ma, in maniera ben più profonda, un modo di vivere, un insieme di valori che determinano anche una professionale ma che sono il nucleo e non un’aggiunta, una passione che, in un momento critico come quello che abbiamo vissuto la scorsa primavera, induce un gruppo di volontari a spendersi per una causa mettendosi a disposizione.

É emozionante, anche mentre lo scrivo, ripensare a quanta generosità mi accada di vedere tutti i giorni. Nonostante non sia sempre facile. O forse proprio perché non lo è l’andare verso l’altro rappresenta una boccata di aria fresca di cui abbiamo tutti bisogno.

Quello che è stato particolarmente interessante, nel confronto a più voci, è stato l’interrogativo che, in questi mesi, fa da sfondo al quotidiano professionale e riguarda il modo in cui stiamo affrontando la pandemia dal punto di vista delle strategie di fundraising e in che modo il mondo come lo conoscevamo cambierà e, di conseguenza, in che modo dovremo adattare strategie, piani, modo di pensare, strumenti.
Non c’è una modalità unica, o un giusto e uno sbagliato a priori. E’ evidente che la cultura nazionale del Terzo Settore, l’organizzazione e le organizzazioni, la professionalizzazione del settore nonprofit, determineranno queste risposte. E, indubbiamente, l’essere un sistema, piuttosto che tante monadi che viaggiano separate, agevolerà lo sviluppo e la sostenibilità complessiva.”

 

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