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Dietro ogni socio ASSIF, c’è un fundraiser con tante storie da raccontare. Ecco perché abbiamo pensato ad una nuova rubrica in cui junior e senior fundraiser ci sveleranno i loro segreti: cosa li ha spinti a scegliere di lavorare come fundraiser, le aspettative, perché hanno deciso di diventare soci ASSIF e anche qualche segreto della loro professione.

Iniziamo con Veronica Manna, referente del Gruppo Territoriale Umbria che, nel suo percorso di vita, ha trovato l’“amore a prima vista”: la raccolta fondi!

1. La professione di fundraiser, una scelta o un caso?

Una scelta fatta per caso? Forse così si può definire. Avevo 33 anni, lavoravo in una società di consulenza aziendale in un gruppo bancario umbro da circa otto anni ed ero in piena crisi professionale e personale. Non riuscivo più a trovare un senso a tutto l’impegno e anche la fatica che mettevo nel mio lavoro quotidiano. “Ma davvero è tutto qui?” mi dicevo la sera quando rientravo a casa. “E se oggi non avessi fatto nulla di tutto ciò che mi sono impegnata a fare, sarebbe cambiato qualcosa di importante per qualcuno?” La risposta purtroppo era sempre no! E così, mentre ero in questo stato d’animo, la società per cui lavoravo prese una commessa da un noto Teatro del Nord Italia… per servizi di fundraising! Non lo avevo mai sentito nominare e fu amore a prima vista!! Finalmente potevo impiegare le conoscenze e le esperienze maturate fino ad allora in marketing, comunicazione, p.r., consulenza, digital, per qualcosa che per me aveva un senso reale. Finalmente potevo rendermi utile a qualcuno, fare qualcosa di importante, che facesse la differenza. Di lì ad un anno, dopo un licenziamento in tronco da un contratto a tempo indeterminato e un master in fundraising, varcavo la soglia di Medici Senza Frontiere Italia, fu un vero sogno da cui mi devo ancora svegliare.

2. Quali sono secondo te le skills più richieste nella professione di fundraiser?

Creatività, curiosità, costanza, attitudine allo studio e alla formazione continua, flessibilità, apertura verso gli altri, predisposizione alla comunicazione, passione per il proprio lavoro.

3. Quando sei entrato in contatto con Assif per la prima volta e cosa vuol dire per te far parte dell'Associazione Italiana Fundraiser?

Era il 2012 e mi ero appena ristabilita nella mia regione nativa, l’Umbria. Dopo una esperienza quinquennale in grandi ONG internazionali a Roma, un lungo viaggio in Messico e la nascita di mio figlio Edoardo, avevo deciso di tornare a casa. Sembrava e, probabilmente, è stata la scelta perfetta: ero nel cuore verde d’Italia, dove la qualità della vita è davvero molto alta, vicino alla mia famiglia e in una città che amo, la mia Spoleto. Non avevo però considerato un piccolo particolare: qui il fundraising era ancora “questo sconosciuto”!! Sentendo il peso di tale isolamento professionale, cominciai a guardarmi intorno per capire che fine avessero fatto i fundraiser della mia regione. Così mi imbattei nel Gruppo Territoriale Umbria di ASSIF. Fu così che ho conosciuto Giulia, allora referente del gruppo. Fu un altro amore a prima vista! Di lì ad un anno abbiamo fondato insieme Non Profit Factory, per aiutare e supportare le piccole e medie organizzazioni territoriali ad affrontare le sfide del fundraising e della comunicazione sociale. Per me oggi ASSIF è tutto: network professionale, fonte di aggiornamento e ispirazione, confronto, possibilità di uscire fuori dai limiti della mia regione, ma anche amicizia, belle persone e condivisione di una visione del mondo.

4. Che consigli daresti ad un giovane che vorrebbe intraprendere la carriera del fundraising?

Avere grinta e determinazione, studiare moltissimo e poi mettersi alla prova con uno stage o un tirocinio in una grande ONG: per me ha funzionato! Nelle ONG si fa fundraising da sempre, ci sono team internazionali di colleghi da cui si può imparare tantissimo, metodologie rodate e molta meritocrazia. Posso fare pubblicità positiva? Save the Children in questo senso per me è stata una vera e propria palestra. Un ambiente ideale per sperimentarsi e crescere, anche se poi si fanno scelte diverse, come è successo a me.

5. Dove porteresti a cena un major donor?

Così su due piedi non saprei, mi verrebbe da dire dipende dal major donor e dall’organizzazione per cui lavoro e dal suo “stile”. Ad ogni modo, preferisco sempre le situazioni informali, sono quelle che più ci permettono di conoscere il nostro interlocutore e in cui si può entrare in contatto empatico con lui. L’empatia è fondamentale: al di là dei ruoli professionali, siamo persone che intrattengono dialoghi con altre persone!

6. Dì una cosa nel dialetto della tua regione a tutti i fundraiser?

Ne ho addirittura due, una per i fundraiser: “Anghe la prèscia vòle lu tembu sua” e una per i wineriser: “L'urdimu guccittu è quillu che fa male”.
Per le traduzioni ci vediamo al prossimo incontro del GtUmbria!

A cura di Eleonora Mancinotti, socia ASSIF

 

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